EDITORIALE

Volenti o nolenti, è la Cina

Enrico Sassoon

Giugno 2021

Volenti o nolenti, è la Cina

Tre decenni fa la Cina era, per la maggior parte della gente, poco più di una bizzarria storica e geografica, la terra della seta dove 700 anni fa era stato pioniere Marco Polo. Oggi la Cina è costantemente presente nella nostra vita. E nel business di molte delle nostre aziende. Molti pensano che sia all’origine della catastrofica vicenda del Covid-19. Altri, forse i più, tendono a escludere che il virus sia stato generato a Wuhan o, quantomeno, che sia stato lasciato sfuggire consapevolmente. Il giudizio è sospeso da un anno e intanto alle cronache balza la super portacontainer di 400 metri Ever Given, che si incaglia nel bel mezzo del canale di Suez bloccando per una settimana 400 navi e facendo schizzare in alto i prezzi di molti prodotti. E siamo informati che porta oltre 20.000 container, ossia circa 100.000 tonnellate di merci. Tutto in una volta sola, e ce e sono altre 12 in giro per i mari.

Certo, la Cina muove ben altro via mare e via terra, ma questi moloch sono un simbolo inequivocabile della potenza produttiva e commerciale cinese. Non solo si è generata in tempi sostanzialmente fulminei: tre decenni sono un soffio persino nei 250 anni della breve storia della rivoluzione economico-industriale. È anche qui per restare. Gli imperi nascono e tramontano, ma questo ce lo godremo per parecchi decenni a venire in posizione crescentemente dominante.

Perché allora parlarne nuovamente e dedicarle le tante pagine dello Speciale di questo numero? Perché, a quanto sembra, siamo a un punto di svolta. Per la Cina da una parte e per il resto del mondo dall’altra. E, naturalmente, la valutazione di questo punto di svolta è molto diversa a seconda che si guardi l’impero di Xi da dentro o da fuori. Il punto di svolta non è politico, né economico, né industriale, né finanziario, né tecnologico. È tutte queste cose insieme, il che non facilita. La tesi degli autori dello Speciale è che la Cina di oggi è il risultato di scelte non casuali, bensì fortemente consapevoli della sua classe dirigente politica, tuttora esplicitamente marxista-leninista, ben decisa a promuovere lo sviluppo economico capitalista, tenendo in mano in modo non negoziabile il controllo politico. Un Paese che si arricchisce straordinariamente restando autoritario, con il sostanziale consenso dei suoi cittadini.

Cresce la ricchezza, con il maggior numero di milionari e miliardari al mondo, cresce l’istruzione, con milioni di laureati in più rispetto a ogni altro Paese, crescono i consumi, a tassi incomparabili. Crescono anche il potere tecnologico e la capacità di innovazione. Non solo perché è aumentata verticalmente la capacità innovativa autonoma, ma perché la Cina e i suoi cittadini sono i più veloci ad adottare e diffondere le innovazioni create altrove. Nell’attuale frangente, che si è detto di svolta, le autorità del Paese sotto la guida di Xi hanno preso, o confermato, decisioni cruciali. Di fronte all’offensiva commerciale di Trump, che nell’ultimo anno ha coinciso con lo scoppio della pandemia, si è stabilito che l’obiettivo strategico della riduzione della dipendenza dall’estero resta prioritario. Il che significa che si accentuerà la politica di sostituzione delle importazioni pur mantenendo la spinta sull’export.

Per molte aziende, anche italiane, è un’evoluzione da non sottovalutare. Il colossale mercato cinese resterà un’opportunità straordinaria, ma la concorrenza delle aziende cinesi in tutti i settori più importanti è destinata ad aumentare. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dall’estero là dove ancora è significativa.

Può sembrare paradossale. Negli ultimi anni, e soprattutto da quando è scoppiata la pandemia, in Occidente ci si è resi conto del rischio di dipendere troppo da supply chain globali che, sia pure in casi eccezionali, vengono interrotte con danni rilevanti. Questo sta inducendo molte aziende a riportare a casa, o comunque più vicino a casa, molte attività. Ebbene, la stessa cosa si verifica anche in Cina, dove è cresciuto il timore di un’eccessiva dipendenza, e non solo dal mercato americano, ma anche da quello europeo e, in misura minore, giapponese.

Operare in Cina diventerà, dunque nei prossimi anni più difficile e rischioso. Il merito degli articoli di questo numero è evidenziare una situazione complessa e articolata in tutti i suoi aspetti più rilevanti. La Cina, volenti o nolenti, è una realtà formidabile che, se si decide di averci a che fare, non è consentito affrontare in modo inconsapevole o leggero. Altrimenti, è assai meglio guardare altrove.

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