ECONOMIA E SOCIETÀ

Orfani di grandi imprese

L’Italia è un Paese con poche imprese di grandi dimensioni. Una realtà non nuova, ma che si è ulteriormente aggravata dallo scoppio della grande crisi a oggi e che ha scarse probabilità di modificarsi, almeno nel breve periodo.

Umberto Bertelè

Giugno 2021

Orfani di grandi imprese

 

1. Premessa

La mia tesi:

· un “grande” Paese non può vivere solo di imprese di dimensione medio-piccola a proprietà familiare, anche quando diverse di queste ultime – come fortunatamente accade nel caso italiano – sono capaci di battersi con successo sulla scena mondiale, come leader o co-leader di mercati di nicchia, e di mantenere elevato il livello del nostro export;

· un “grande” Paese ha bisogno anche della presenza di “grandi” imprese: per l’effetto di trascinamento che esse hanno sul resto dell’economia; per il contributo che esse danno alla cultura “in senso lato” del Paese stesso e alla formazione e al continuo aggiornamento di una classe manageriale di livello elevato; per l’influenza che esse hanno su molte delle decisioni che vengono assunte a livello sovranazionale (per l’Italia a livello UE) e globale;

· l’Italia è purtroppo un Paese “povero” di grandi imprese, più “povero” – in termini comparati globali – di quanto non lo fosse prima dello scoppio della “grande crisi”.

Le due premesse metodologiche:

· per me, “grande” impresa non è un’impresa con almeno 250 dipendenti e/o 50 milioni di euro di ricavi e/o 43 milioni di euro di attivo di stato patrimoniale (il confine giuridico rispetto a una PMI), ma è un’impresa che si distingua a livello globale per ricavi e/o addetti e/o utile netto e/o valore degli asset e/o (se quotata) valore di Borsa;

· la nazionalità di un’impresa non dipende tanto a mio avviso da quella dei suoi principali azionisti (molti dei quali sono sempre più spesso fondi), né dal Paese ove è ufficialmente incardinata (spesso scelto per ragioni fiscali o di regole di governance), quanto dall’essere sede o co-sede degli headquarter ove si prendono le decisioni più importanti e si svolgono le attività più critiche.    

Scopo di questo articolo è di fornire una misura della presenza di “grandi” imprese in Italia, in comparazione con gli altri Paesi (gli europei in primo luogo) e – diacronicamente – con il periodo precedente la “grande crisi”. Mi sono avvalso di una serie di qualificate fonti internazionali, e specificamente dei dati sugli andamenti di Borsa forniti dal Financial Times, aggiornati a marzo 2021, e delle classifiche redatte con criteri alternativi da Forbes e Fortune sulle principali imprese del mondo: con il problema, per ambedue queste ultime, che essendo state pubblicate nel corso del 2020 non tengono in conto (se non marginalmente) dell’impatto della pandemia e delle operazioni di M&A più recenti (quale quella che ha portato alla formazione di Stellantis). Mi sono avvalso dei dati elaborati da Mediobanca sulle principali imprese operanti in Italia (filiali di multinazionali a base estera incluse). E, per il confronto diacronico, ho ripreso i dati relativi a fine giugno 2007 (l’anno precedente la “grande crisi” originata dai subprime), che avevo riportato nel mio libro con Giovanni Azzone L’Impresa (Rizzoli Etas, IV ed., 2007).    

 

2. Che posizione occupano le nostre principali imprese fra le “Global 2000” di Forbes

È una classificazione sicuramente opinabile quella delle Global 2000 di Forbes, ma interessante perché non si basa su un solo parametro per giudicare quanto siano “grandi” le imprese, ma su quattro parametri diversi: il fatturato (ovvero con un termine più corretto i ricavi), l’utile netto, l’entità degli asset presenti nello stato patrimoniale e – essendo relativa alle sole imprese quotate – il valore di Borsa (ovvero la loro capitalizzazione, o market cap). È una classificazione opinabile per la modalità con cui vengono pesati i diversi parametri, fatto inevitabile ogniqualvolta si debba tenere conto di una molteplicità di indicatori rilevanti, ma è una classificazione in linea con i criteri che noi implicitamente utilizziamo per definire la rilevanza di un’impresa: per noi è “grande” un’impresa con un fatturato molto elevato, anche se non fa utili e/o vale poco in Borsa; e di converso siamo poco interessati al fatturato e/o al numero di addetti (il grande assente fra i parametri di Forbes) quando una impresa “vale” molto.      

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I criteri di Forbes

 

Forbes prende in esame tutte le imprese quotate mondiali e costruisce quattro liste – una per ciascuno dei parametri rilevanti – che comprendono tutte le imprese che superano, per lo specifico parametro, una “soglia minima di inclusione”. Nell’ultima classifica, ad esempio, pubblicata nel maggio 2020, le soglie erano approssimativamente (ai cambi correnti) le seguenti: 4 miliardi di euro per il fatturato, 300 milioni per l’utile netto, 10 miliardi di euro per l’entità degli asset e 4,5 miliardi per il valore (ovvero per la capitalizzazione) di Borsa.

Prende per ciascuna lista solamente le prime 2000 imprese e costruisce una nuova lista complessiva, formata da tutte le imprese (circa 3600 nell’ultima edizione) presenti in almeno una delle quattro. Assegna un punteggio a ciascuna di esse – sulla base della posizione occupata nelle liste ove sono presenti – per enucleare le Global 2000

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Nella figura 1 è riportato il posizionamento, nell’ambito delle Global 2000, delle prime dieci imprese di Italia, Germania, Francia, Svizzera, UK, Olanda e Giappone; mentre non sono riportati i dati di Stati Uniti e Cina, che riempiono i primi posti della classifica. Colpisce l’assenza di nostre imprese fra le top 50 e la presenza della sola Enel ­– in coda (in posizione 97) – fra le top 100: anche se con la nascita all’inizio del 2021 dell’italo-francese Stellantis, dalla fusione “alla pari” fra la nostra FCA (232) e Peugeot (264), le cose appaiono destinate a cambiare. Così come colpisce, nel paragone con gli altri Paesi, che ci siano solo altre due nostre imprese – Intesa Sanpaolo (125) e Generali (140) – fra le top 200.

Molto diversa, ma il fatto è noto, la situazione della Francia, che ha tutte le prime dieci nelle top 200, con due fra le top 50 e altre due fra le top 100. Non dissimile dalla francese la situazione della Germania, meglio posizionata nelle top 50 e nelle top 100, ma con le ultime due delle dieci più arretrate. Olanda, UK e Svizzera hanno una presenza ciascuna nelle top 50, e la Svizzera in particolare ha ben quattro imprese fra le top 100. Mentre il Giappone, che ho riportato a mero titolo di confronto, è il Paese con le imprese meglio posizionate dopo Stati Uniti e Cina.  

Molto diversa anche – nettamente peggiorata – la situazione rispetto al 2007, quando erano quattro le imprese italiane nelle top 100, con una nelle top 50: Eni (36), Generali (78), Unicredit (87) e Telecom Italia (95).

Ritornando al posizionamento delle top 10 italiane fra le Global 2000 del 2020:

· fra le top 500 sono presenti: Unicredit (202); FCA (232), ora come detto confluita nell’italo-francese Stellantis; EssilorLuxottica (304), anch’essa italo-francese e anch’essa frutto di una fusione “alla pari”; Poste Italiane (315) ed Eni (467), che come visto 14 anni fa occupava la 36° posizione;

· fra le top 1000: Atlantia (520) e Telecom Italia (546) che, come visto, 14 anni fa occupava la 95° posizione.

Fra le top 1000 vi sono altre cinque nostre imprese: Unipol (683); STMicroelecronics (822), anch’essa italo-francese, frutto di una fusione molto meno recente; Leonardo (861); Snam (880) e Banco BPM (941). Sono quindi complessivamente 15 le nostre imprese fra le top 1000, a fronte delle 40 della Francia – di cui tre condivise – e delle 31 della Germania.    

E infine, non molto distanziate, ci sono – fra le top 1200 – altre tre nostre imprese molto note: Mediobanca (1075), Terna (1080) e Ferrari (1149).

 

3. Quanto “valgono” le nostre principali imprese

Sono solamente dieci le imprese quotate (almeno in parte) “italiane” che superano la soglia dei 20 miliardi di euro di capitalizzazione (figura 2). Enel, a conferma della posizione fra le Global 2000, è la nostra impresa di maggior valore: puntando sulle rinnovabili, ha preso il posto storicamente occupato da Eni, penalizzata – come tutte le grandi petrolifere – dalla transizione ecologica e contingentemente dalla riduzione della domanda provocata dai lockdown. Nexi, che nel giro di qualche mese formalizzerà definitivamente la fusione con Sia e l’acquisizione della danese Nets, è la nostra punta di diamante nell’ambito digitale, seconda nei pagamenti fra le imprese europee. Ferrari gode a sua volta di una valutazione invidiabile, se parametrata al suo fatturato e/o al suo utile, perché vista dal mercato finanziario più nella categoria “lusso” che in quella “auto”. Ben tre fra le dieci, e due nelle primissime posizioni, sono come detto le imprese qualificabili come italo-francesi, nate da operazioni transalpine di fusione: operazioni quasi obbligate, per mantenere competitività nel contesto globale, ma con rischi di squilibrio soprattutto laddove tra gli azionisti appare il governo francese.

La figura 2 conferma, con riferimento specifico ai valori di Borsa, la “distanza” – vista nei dati di Forbes – fra le nostre imprese e quelle top non solo a livello mondiale, ma anche europeo. Può essere interessante osservare come tale “distanza” non si manifesti solo nell’ambito tech, ma anche in un contesto molto più tradizionale come quello della moda e in generale del lusso: LVMH, la prima impresa europea per capitalizzazione, opera come noto in tale ambito e fra i suoi oltre 70 brand appaiono nomi come Bulgari, Fendi e Loro Piana, acquisiti nel tempo dalle famiglie italiane che li avevano creati.  

 

4. La “grande crisi” ci ha fatto perdere terreno?

La risposta è purtroppo sì, come già visto dai dati di Forbes. Nella figura 3 ho ripreso i dati relativi a fine giugno 2007 – l’anno precedente la “grande crisi” originata dai subprime – per valutare l’evoluzione delle capitalizzazioni delle imprese di maggior valore di allora nei quasi 14 anni intercorsi sino a marzo 2021. Il quadro è piuttosto desolante:

· solo quattro delle top18 allora elencate hanno incrementato il loro valore;

· una è stata recentemente oggetto di acquisizione (Ubi Banca da Intesa Sanpaolo) e un’altra è ora completamente posseduta da quello che ne era il principale azionista (Edison da EDF); 

· Atlantia, nonostante le recenti vicissitudini della sua componente autostradale, ha conservato il valore di allora;

· le altre 11 hanno subito cali anche molto significativi della loro capitalizzazione: con cadute superiori al 60% per Eni, Unicredit, Telecom Italia, Banco Popolare (ora Banco BPM) nonostante la fusione con BPM, Monte dei Paschi di Siena e Mediaset.

Diverse fra loro le vicende delle quattro cresciute di valore. L’acquisizione nel 2009 della spagnola Endesa – forte nelle rinnovabili e con una ampia presenza internazionale – è stata sicuramente fra gli stimoli (anche se non l’unico) al riposizionamento strategico di Enel, che vale ora oltre il 70% in più di allora e sta brillantemente cavalcando la cosiddetta transizione ecologica. In luogo di Luxottica vi è ora EssilorLuxottica, ma Luxottica aveva continuato a crescere su scala internazionale anche prima della fusione “alla pari” con Essilor.

Lo stranoto caso Fiat è il più articolato da raccontare, perché è una combinazione (ideata e portata avanti, sino alla scomparsa, da Marchionne) di scorpori di successo, quali quelli di CNH Industrial e di Ferrari, e di accorpamenti, che hanno portato alla formazione di FCA-Fiat Chrysler prima e recentemente di Stellantis. Mentre il più che raddoppio del valore di STMicroelectronics è di data recente, in larga parte attribuibile allo squilibrio venutosi a creare fra domanda e offerta nel mercato dei semiconduttori.

Una domanda, cui la figura 4 vuole dare una risposta, è se sia aumentata o meno la “distanza” fra le nostre imprese di maggior valore e quelle top europee e globali. La risposta purtroppo è sì. Nel 2007 Eni, allora prima, capitalizzava un po’ più della metà del numero uno europeo Royal Dutch Shell e un terzo circa del leader mondiale Exxon Mobil. Mentre attualmente Enel, che ha preso la testa al posto di Eni, vale solamente il 30% del leader europeo LVMH e addirittura il 5% del leader mondiale Apple: una distanza enorme, che rimarrebbe comunque alta anche se i valori delle big tech dovessero sensibilmente sgonfiarsi.

 

5. Ci sono nuovi protagonisti all’orizzonte fra le imprese quotate?

Mi sono posto la domanda se, scendendo al di sotto della soglia dei 20 miliardi di euro di capitalizzazione, sia possibile trovare – al di là delle top 10 – qualche impresa di nascita o almeno di quotazione recente che appaia promettente per innovatività del suo business model e/o per tasso di crescita. E ho preso per questo in considerazione tutte le imprese, in totale 30, con un “valore” di almeno 5 miliardi di euro: una soglia bassissima se “letta” su scala globale. 

Sono solo due le nostre imprese, CNH Industrial e Snam, con capitalizzazioni comprese fra i 15 e i 20 miliardi di euro e sette – Moncler, Atlantia, Poste Italiane, Terna, Campari e Tenaris, oltre a Prada (quotata a Hong Kong) – quelle tra i 10 e i 15 miliardi. Scendendo ancora, sono sette le imprese nella fascia 7-10 miliardi: Telecom Italia, Inwit, Finecobank. Mediobanca, DiaSorin, Amplifon e UnipolSai. E infine quattro nella fascia 5-7 miliardi: Banca Mediolanum, De’ Longhi, Pirelli e Hera.  

Uno sguardo d’assieme sulle top 30 imprese, e sulla loro evoluzione nei quasi 14 anni intercorsi fra giugno 2007 e marzo 2021, mette in luce almeno due aspetti non particolarmente entusiasmanti:

· sono veramente poche le imprese realmente di nuova quotazione – DiaSorin proprio nel giugno 2007, Prada e Moncler nel 2013 e Nexi (mettendo insieme con un business model innovativo imprese esistenti da tempo) nel 2019 – mentre tutti gli altri IPO sono stati il frutto di scorpori (Ferrari, Finecobank...) o di riassetti conseguenti a operazioni di M&A (UnipolSai, Pirelli...);

· la presenza dello Stato (diretta o attraverso le partecipazioni statali) e degli enti locali nell’economia italiana, fortissima sino alle liberalizzazioni e privatizzazioni degli anni Novanta del secolo scorso, ha lasciato forti tracce (sono ben 13 fra le top 30 le imprese che hanno una origine pubblica) e continua a farsi sentire in diverse di esse (con posizioni azionarie rilevanti della Cassa Depositi e Prestiti e dello stesso MEF).

Due note positive: Moncler ha completato a febbraio 2021 l’acquisizione, per un miliardo di euro, di Stone Island da una società che aveva come principale azionista la famiglia Rivetti (che in cambio ha acquisito una quota della controllante di Moncler); DiaSorin ha chiuso ad aprile 2021 per 1,8 miliardi di dollari l’acquisizione – tecnicamente mediante fusione – della statunitense Luminex, quotata al Nasdaq. Non sono operazioni in grado di cambiare il quadro complessivo, ma è interessante notare come esse siano state effettuate da due delle pochissime imprese realmente di nuova quotazione negli ultimi 14 anni.

 

6. Il quadro cambierebbe se si quotassero le nostre principali imprese a proprietà familiare?

È una domanda che è più che ragionevole porsi in un Paese come il nostro, in cui le imprese a proprietà familiare giocano – soprattutto nei rapporti con l’estero – un ruolo così importante, spesso con posizioni di leadership o co-leadersership in settori di nicchia su scala globale. Un’impresa che, se quotata, entrerebbe sicuramente fra le top 10 c’è, ed è Ferrero. Ferrero è una tra le principali multinazionali al mondo nel comparto dolciario, ha fatturato 12,3 miliardi di euro nel 2020, ha oltre 35 mila dipendenti (più di due terzi all’estero) e ben tre suoi brand – Kinder, Nutella e Ferrero Rocher – occupano rispettivamente il quarto, l’ottavo e l’undicesimo posto fra i BrandZ Top 30 Most Valuable Italian Brands 2019. E i Ferrero, che ne sono proprietari, appaiono a marzo 2021 – nella classifica stilata da Forbes – al 37° posto fra i billionaire mondiali, con un patrimonio (di cui l’impresa stessa è presumibilmente la voce più consistente) stimato pari a 34,9 miliardi di dollari (circa 30 miliardi di euro).

Interessanti anche, guardando alla classifica dei billionaire, gli altri nomi italiani con patrimoni legati a imprese non quotate: in posizione 254, a quota 9,1 miliardi di dollari, gli Aleotti, proprietari di Menarini, operante nel settore farmaceutico (3,8 miliardi di euro di fatturato, per tre quarti all’estero, e 17.500 addetti circa nel 2019); in posizione 323, a quota 7,7 miliardi, Armani; ancora fra i top 500, a quota 5,8 miliardi, i Perfetti, proprietari di Perfetti Van Melle; e in coda ai top 1000, a quota 3,2 miliardi, Renzo Rosso e famiglia, proprietari di Diesel. Infine, sicure candidate a entrare in questa lista assolutamente non esaustiva, anche se le famiglie proprietarie non sono incluse fra i mille billionaire di Forbes, Barilla (3,6 miliardi di euro di fatturato e 8.500 dipendenti nel 2019) e Lavazza (2,2 miliardi e 4mila addetti), esse pure con una presenza estesa su scala mondiale e con brand compresi fra i BrandZ Top 30.     

 

7. Sono poche le nostre “grandi” imprese anche se guardiamo ai fatturati

La classificazione più famosa sulla base dei fatturati, estesa anche alle imprese non quotate, è quella elaborata da Fortune, che pubblica ogni anno (con riferimento ai bilanci dell’anno precedente o comunque chiusi prima della pubblicazione) la lista delle Global 500. I dati pubblicati nel 2020 (figura 5) ci confermano che le nostre “grandi” imprese sono veramente poche – sette per la precisione – ma ci mostrano, rispetto alle graduatorie viste in precedenza, una “caduta” meno sensibile rispetto ai dati del 2007 (quando c’era Fiat al posto di Stellantis). Con una “uscita” di rilievo però, proprio della nostra impresa tech per eccellenza – Telecom Italia (ci cui si è visto il drammatico calo della capitalizzazione) – che era 160° fra le “Global 500” nel 2007 e che ora, con un fatturato di circa 18 miliardi di euro nel 2019, è lontana dai 21,5 miliardi della 500°.

I dati di Fortune sono però, come detto, in parte falsati rispetto alla realtà attuale, perché – essendo relativi al 2019 – non tengono conto di due importanti impatti della pandemia: la caduta del prezzo del petrolio indotta dalla caduta della domanda, che comporta ad esempio un radicale cambiamento della classifica europea, e la grande crescita viceversa del comparto tech e in particolare dell’eCommerce (di Amazon in primo luogo). Per questo nella figura 5, a fianco del dato di Fortune, ho riportato per alcune imprese il dato di fatturato scorrevole (aggiornato a marzo e relativo ai quattro trimestri precedenti) fornito dal Financial Times: non direttamente comparabile, data la diversa metodologia di calcolo, ma significativo ai fini del confronto della posizione relativa delle diverse imprese.

A complemento dei dati di Fortune, le figure 6 e 7 evidenziano i dati Mediobanca sulle prime 20 società italiane – nell’industria e nei servizi non finanziari – per fatturato e per numero di addetti. Da notare la presenza di FSI-Ferrovie dello Stato Italiane (holding pubblica che fa capo al MEF), non apparsa in nessuna delle classificazioni precedenti, seconda per numero di addetti – quasi 84mila – solamente a Poste Italiane. Da notare anche, sempre per la rilevanza del numero di addetti, i gruppi Almaviva (quasi 44mila) e Calzedonia (un po’ più di 39mila).

Da segnalare infine, perché in crescita dimensionale, le tre principali rappresentanti – multinsegna e/o cooperative – della GDO: Selex, con un fatturato 2020 che ammonterebbe a 16,2 miliardi di euro se si tenesse conto del recente accorpamento di Sun; Conad, con un fatturato 2020 di 15,7 miliardi di euro, che riflette già l’acquisizione di larga parte della rete Auchan in Italia; Coop Italia, con un fatturato 2019 di 14,7 miliardi e oltre 50mila addetti. E alle loro spalle si colloca il principale gruppo privato, Esselunga, con un fatturato 2020 di 8,4 miliardi e oltre 25mila addetti.

 

8. Alcune considerazioni finali

Come ho scritto in Premessa, l’Italia è purtroppo un Paese “povero” di grandi imprese, più “povero” – in termini comparati globali – di quanto non lo fosse prima dello scoppio della “grande crisi” e credo che i dati presentati lo dimostrino chiaramente. E quello che è più preoccupante, per chi come me crede nell’importanza della presenza di “grandi” imprese, è che i trend naturali non sembrano spingere verso un significativo cambiamento di direzione rispetto agli ultimi anni:

· per la nostra ridotta presenza, con posizioni di forza, nei comparti a maggiore crescita;

· per la ridotta capacità finanziaria, delle nostre imprese quotate, di crescere con strategie di acquisizione su scala globale;

· per la scarsa voglia delle imprese a proprietà familiare di crescere accedendo al mercato dei capitali, nelle sue diverse configurazioni (dal venture capital ai più tradizionali IPO alle SPAC): per la paura di perdita di potere; per la necessità di trasformazioni organizzative e i maggiori oneri burocratico-amministrativi che questo comporta; per la forte tentazione delle famiglie proprietarie delle imprese non quotate più appetibili, soprattutto in occasione dei passaggi generazionali, di “mettere all’asta” le imprese stesse al miglior offerente (nella maggior parte dei casi un gruppo multinazionale a base estera).

La ridotta tendenza delle nostre imprese a crescere – seppur con le eccezioni che ho presentato e che tornerò a commentare – si scontra con una dinamica viceversa molte vivace a livello internazionale, anche lasciando da parte (è un argomento ormai troppo noto) la grande crescita delle big tech statunitensi e cinesi dal 2007 a oggi. Farò brevemente cenno a tre casi, due relativi a imprese – ignote ai più – dell’est asiatico e il terzo alla principale impresa europea per capitalizzazione. 

Il primo caso è quello di TSMC-Taiwan Semiconductor Manufacturing Company. Non è un’impresa giovanissima (è nata nel 1987), né di fresca quotazione (l’IPO è del 1993), ma nei 14 anni fra il 2007 e oggi ha quasi decuplicato il suo valore, ora di 450 miliardi di euro, conquistando la decima posizione su scala mondiale. È un valore che le deriva dall’essere quasi monopolista nel manufacturing dei semiconduttori a tecnologia più avanzata (davanti a Samsung Electronics), in una fase storica di scarsità dell’offerta, e dall’operare in un comparto ove gli elevatissimi investimenti (per l’ultimo impianto in costruzione TSMC ha stanziato una cifra equivalente a oltre 20 miliardi di €) costituiscono – insieme con il knowhow – una formidabile barriera all’entrata.

Il secondo caso è quello di Coupang, talora definita l’“Amazon della Corea del Sud”. Fondata nel 2010 (da un dropout di Harvard) e finanziata nella sua crescita da SoftBank, si è quotata all’inizio di marzo 2021 al NYSE (con l’IPO di maggior successo di un’impresa non statunitense dopo quello di Alibaba) e nel giro di pochi giorni la sua capitalizzazione ha superato gli 84 miliardi di dollari (oltre 70 miliardi di euro): in un Paese dove l’eCommerce è in grande crescita, ma dove anche la competizione è molto accesa. E sia la Corea del Sud – patria di diverse altri “grandi” imprese a partire da Samsung Electronics (oltre 370 miliardi di euro di capitalizzazione) – sia Taiwan sono Paesi con meno abitanti dell’Italia: 51,2 e 23,6 milioni, rispettivamente, a fronte dei nostri circa 60 milioni.  

Il terzo caso è quello, commentato in precedenza, di LVMH:

· un’impresa francese che nel 2007 valeva poco più di 40 miliardi di euro e ora, come visto, è prossima ai 300, prima assoluta in Europa;

· un’impresa quasi familiare anche se quotata, perché fondata e sempre gestita dal suo fondatore, Bernard Arnault, che – essendo riuscito a finanziare la crescita mantenendo la metà circa delle azioni – è ora ai vertici della classifica dei billionaire di Forbes;

· un’impresa non tech (ma attenta allo sviluppo dell’eCommerce), con il lusso come fattore unificante dei suoi oltre 70 brand, che si è sviluppata mediante un mix di crescita organica e di acquisizioni (una modalità molto diversa da quella delle fusioni “alla pari”).

Che cosa può contrapporre il nostro Paese, nel quadro generale non entusiasmante discusso in precedenza? Senza nessuna pretesa di esaustività, e con la speranza (dura a morire) che qualche nuovo campione si presenti sulla scena, voglio fare alcune considerazioni assolutamente personali.

Enel è senza dubbio l’impresa italiana che ha le migliori carte in mano per cogliere le opportunità che la transizione ecologica – con le grandi risorse pubbliche e private che su essa confluiranno nei prossimi decenni – metterà a disposizione. Ha saputo superare la cultura da monopolista, si è multinazionalizzata e riposizionata nella filiera elettrica del nostro Paese, ha scommesso da lungo tempo sulle energie rinnovabili, ha mostrato di saper convivere con la tuttora fortissima presenza diretta e indiretta pubblica (MEF e Cassa Depositi e Prestiti) nel suo azionariato.

Più deboli le nostre imprese in grado di sfruttare l’altra grande transizione, quella digitale. Anche se piccola, Nexi – da poco divenuta numero due europea in un settore in forte espansione (ancorché fortemente competitivo) quale quello dei pagamenti digitali – mi sembra la nostra impresa con maggiori potenzialità di crescita. Nell’attesa (e nella speranza) che Telecom Italia, nostro storico campione in questo ambito, ritrovi una sua precisa strategia di crescita, frenata dalle turbolenze che ormai da decenni le derivano dai continui cambiamenti negli azionisti di riferimento e dai loro interessi non sempre ortodossi.  

Stellantis ed EssilorLuxottica, formatisi di recente, meritano ovviamente una forte attenzione. Stellantis è divenuto con la fusione uno fra i maggiori gruppi mondiali per fatturato, in un comparto però, quale quello dell’auto, in via di completa ridefinizione per il passaggio all’elettrico e forse anche all’idrogeno. EssilorLuxottica è un leader mondiale nell’occhialeria, anche se minacciato nella fascia alta del mercato dai principali gruppi del lusso. Li potremo annoverare nel futuro fra i nostri campioni globali? Qualche incognita c’è, derivante dallo strumento – la fusione “alla pari” transnazionale – di necessità utilizzato per la loro formazione: uno strumento che tradizionalmente rende molto difficile la gestione dell’integrazione e lascia aperte e oggetto di forti conflitti (spesso con il coinvolgimento dei governi) le decisioni su come saranno strutturati gli headquarter e dove saranno localizzate le attività più avanzate. Con il rischio non piccolo, soprattutto nel caso di Stellantis (che ha il governo francese fra i suoi azionisti), di una quasi irrilevanza del nostro Paese nella ripartizione finale. 

Un cenno, infine, sulla possibilità che anche in Italia nascano imprese multibrand del lusso, sul modello di LVMH, Kering o Richemont. I due tentativi di aggregazione (nell’ambito della moda) fatti nel primo decennio di questo secolo – FinPart e Itierre – sono miseramente falliti, per un mix di debolezze finanziarie e strategico-gestionali. Ci sono ancora possibilità? Ce n’è una potenzialmente di grande interesse, cui ho pensato (ma penso di non essere stato l’unico) quando recentemente Armani – tradizionalmente restio a qualunque operazione di M&A – ha accennato alla possibile nascita di un grande polo italiano del lusso, non necessariamente ristretto all’ambito della moda: lo sposalizio fra Ferrari e Armani, ambedue brand fortissimi su scala globale.

Che cosa può fare lo Stato in tutto questo, in un momento come quello attuale di ripensamento del nostro futuro, anche in relazione alla predisposizione del Recovery Plan? Io credo che possa fare molto, creando una molteplicità di stimoli alla crescita e all’innovazione a tutti i livelli (dalle startup alle grandi imprese), e forse ancor prima cercando di eliminare i troppi fattori disincentivanti tuttora esistenti.

 

Umberto Bertelè, Professore emerito di Strategia e Past President MIP, Politecnico di Milano

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