Giugno 2020 - Editoriale

Agire e reagire

Enrico Sassoon

01 Giugno 2020

Agire e reagire

Tra gli immensi danni che la crisi pandemica sta provocando, uno dei pochi aspetti positivi che possiamo individuare è che ci stiamo tutti abituando al cambiamento. Stiamo scoprendo che cambiare è difficile e doloroso, ma talvolta meno di quanto crediamo. Così si comprende che, come nel famoso ideogramma cinese, crisi e opportunità sono due lati della stessa medaglia. Affrontare la crisi in atto è indispensabile, ma soprattutto non affrontarla con decisione è impensabile. Come si sottolinea nelle pagine del Focus di questo numero, occorre agire in fretta, reagendo ai tanti punti di crisi per trasformarli in nuovi punti di partenza. La nostra mente, la nostra psicologia individuale e collettiva, ne esce cambiata. La nuova normalità è il cambiamento continuo, che tanto si è finora teorizzato, ma non altrettanto praticato. Bene. Ora non possiamo fare altrimenti, e lo faremo.

Come usciranno da questa colossale violenza pandemica le nostre società? Già prima della crisi i segnali di grippaggio dei principali meccanismi economici e politici che hanno regolato il mondo nel dopoguerra erano abbondantemente emersi. Come influirà questa crisi? Nello Speciale sulla “democrazia in pericolo” si lancia un allarme. In molti Paesi, Italia compresa, si mettono in discussione le logiche della democrazia rappresentativa e si vedono emergere tendenze che spesso chiamiamo populiste, di sinistra e di destra, dietro le quali si nasconde il pericolo dell’autoritarismo, o peggio. All’origine molti motivi: gli effetti veri o presunti della globalizzazione; l’impoverimento della classe media; le diseguaglianze; i timori legati ai flussi migratori; e poi la disoccupazione, i rischi climatici, l’impatto non ben compreso della tecnologia. E ora la crisi sanitaria mondiale.

I punti di incertezza, dunque, non mancano. Ma in particolare, nelle pagine di questo numero, ci si focalizza su alcune domande che implicano risposte complesse. Qual è il ruolo delle imprese, e dei loro leader, nel salvaguardare e migliorare la democrazia per scongiurare i pericoli che la minacciano? Può sopravvivere un’economia di mercato in un contesto di democrazia compromessa? Come e quanto occorre modificare i meccanismi capitalistici per fare fronte alle richieste di cambiamento che provengono dalla società?

La responsabilità delle imprese in questo frangente è uno dei punti centrali in discussione. Emerge da qualunque sondaggio a livello mondiale che cresce l’aspettativa dell’opinione pubblica in merito a un ruolo importante delle imprese nell’affrontare la crisi della democrazia. Addirittura, una maggioranza che si aggira attorno ai due terzi attribuisce ai CEO delle imprese un ruolo fondamentale. Ma molti si pronunciano in senso opposto, rilevano la mancanza di legittimazione delle imprese e dei loro leader come soggetti politici, o influenti sulla politica. Mettono in evidenza che gli obiettivi di redditività, che sono la precondizione per investimenti e occupazione, non vanno trascurati né, tantomeno, condizionati ad altri obiettivi di carattere politico o sociale. In questo numero la discussione è aperta dall’articolo di Rebecca Henderson, con commenti e interventi in diverse direzioni di Massimo Cacciari, Giulio Tremonti, Andrea Montanino, Richard Edelman e altri.

La crisi in atto complica enormemente il quadro di riferimento per questo importante confronto di idee. Nei prossimi mesi affronteremo una delle peggiori recessioni della storia che, per quanto probabilmente di breve durata, sarà di profondità senza precedenti, nella speranza che almeno si possa evitare di cadere nel baratro di una depressione economica. La libertà di mercato e di intrapresa è stata alla base dell’intensa crescita economica dell’ultimo secolo: oggi i suoi ingranaggi sono invecchiati e in parte inceppati, e necessitano di revisioni profonde e urgenti per evitare che il meccanismo si rompa, portandoci in terreni inesplorati. A questo compito anche le imprese dovranno contribuire svolgendo un ruolo articolato e complesso da definire, ma certo non irrilevante.

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