SISTEMA MONDO

Timidi segnali di ripresa economica, ma i problemi si aggravano

Nicola Nobile

04 Giugno 2019

In un contesto globale di graduale rallentamento economico, ma con sia gli Stati Uniti sia la Cina, che nella prima parte di quest’anno sono riusciti a mantenere un solido tasso di crescita economica, l’Eurozona nel primo trimestre ha registrato una crescita del PIL dello 0,4% nei confronti del trimestre precedente. In relazione alla seconda parte dell’anno scorso, la crescita ha accelerato, ritornando su valori più vicini al quella potenziale annua (attorno all’1-1,5%). Dopo due trimestri consecutivi di calo, il PIL italiano è salito dello 0,2% nel primo trimestre 2019, ma ancora una volta al di sotto della media dell’Eurozona. La componente interna ha rappresentato un freno alla crescita per il terzo trimestre di fila, con il commercio netto come unico contributo positivo. 

Le esportazioni italiane sono cresciute poco nel primo trimestre, suggerendo che il miglioramento del saldo import-export è stato causato principalmente da un forte calo dell’import. E la produzione industriale, dopo il risultato molto negativo dello scorso anno, è migliorata nel primo trimestre 2019. Ma l’incremento (circa 1%) sembra legato più a un aumento delle scorte, dopo il forte calo registrato nel quarto trimestre 2018, che a un effettivo miglioramento dell'attività.

Le recenti indagini economiche mensili rimangono deboli. Il PMI dei servizi di aprile è scivolato di nuovo vicino alla soglia dei 50 punti, limite che separa l'espansione dalla contrazione, mentre il PMI composito (che considera anche la parte manifatturiera) è sceso a 49,5 in aprile (da 51,5), evidenziando una stagnazione dell'economia. Si tratta di un ulteriore segnale che l'economia italiana non sarà in grado di sostenere la crescita positiva registrata nel primo trimestre e prevediamo nel secondo una sostanziale stagnazione. Inoltre, il secondo semestre (presumibilmente già dall’estate) vedrà la politica di bilancio italiana tornare a essere un tema caldo a livello europeo, se non globale.

Gli ultimi dati Istat hanno mostrato che, a seguito di una crescita nominale inferiore, il disavanzo pubblico per il 2018 è stato del 2,1%, cioè peggiore di 0,2 punti percentuali rispetto alle aspettative del Governo, con il debito pubblico rispetto al PIL salito al 132,1%, un punto in più rispetto al 2017. Riteniamo che questa dinamica, caratterizzata da un aumento del debito e da un disavanzo pubblico superiore alle attese, continuerà nei prossimi anni, con il mancato raggiungimento degli obiettivi concordati per il 2019 e il 2020 con la Commissione Europea nel dicembre scorso.

Oxford Economics prevede una stagnazione del PIL nel 2019 e una modesta crescita dello 0,4% nel 2020, con un rapporto debito/PIL in salita a circa il 135%. A pesare su questa dinamica ci sono anche le mancate privatizzazioni, che il Governo aveva stimato attorno all'1% del PIL per il 2019. 

Lo slittamento degli obiettivi fiscali dovrebbe rinnovare le tensioni sui mercati finanziari italiani, con spread in crescita nei prossimi mesi. Il Paese è sostanzialmente impantanato in un bad equilibrium di quattro fattori: bassa crescita, tassi sui Btp relativamente alti, deficit e debito pubblico non in diminuzione e poco spazio per la politica di bilancio. Questo comporterà problemi nella già fragile coalizione di Governo: sarà infatti molto difficile implementare nuove misure, come la flat tax, a meno di non far scattare le clausole di salvaguardia e aumentare l’Iva, col rischio di tensioni politiche che aumenterebbero ulteriormente l’incertezza.

Si tratta dunque di un equilibrio molto fragile soggetto a rischi diversi. I due principali rimangono la situazione politica e l’andamento dei mercati finanziari. L’attuale Governo difficilmente sopravvivrà al suo mandato quinquennale. Una crisi finanziaria lo indebolirebbe fino a provocarne la caduta. Ne potrebbe seguire un Governo unitario che, per ritrovare la fiducia dei mercati, dovrebbe attuare un inasprimento fiscale, deprimendo ulteriormente la crescita.

 

Nicola Nobile, lead economist, Oxford Economics.

 

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