COACHING INTERVIEW

Grazie al conte di Cavour vendiamo il riso italiano ai cinesi

Pietro Varvello

04 Giugno 2019

Carlo Preve è l’amministratore delegato della Riso Gallo, fondata nel 1856 e operante a Robbio Lomellina, nel cuore di una delle zone risicole più rinomate d’Italia. Leader italiano, con una quota di mercato superiore al 22% a valore, fattura oltre 120 milioni di euro, esportando il 40% della sua produzione in una ottantina di Paesi.

 

Tre anni fa suo padre Mario le ha lasciato il timone dell’azienda che la famiglia possiede da sei generazioni. Come si sente?

Da un lato sento una grande responsabilità verso l’azienda di famiglia e verso chi mi ha preceduto, gestendola con grande intelligenza e capacità: in particolare mio padre Mario che ha saputo organizzare il ricambio generazionale partendo da lontano e dandoci progressivamente fiducia. Oggi io seguo la parte commerciale-marketing dell’azienda, affiancato da mio fratello Emanuele per la funzione amministrazione e controllo, e Riccardo che segue la produzione. Grazie alle regole precise stabilite da mio padre per entrare in azienda (almeno due anni “fuori” e la conoscenza minima di tre lingue), dopo la laurea in Economia ho lavorato in Germania in una ditta di import-export e poi alla Unilever, prima in Inghilterra e successivamente in Italia. Sono entrato in azienda per sviluppare specificamente il mercato inglese e più in generale per avviare il suo processo di internazionalizzazione.

 

Avendo lavorato in multinazionali sofisticate nel marketing B2C, come si trova a competere con un prodotto-commodity come il riso?

Non è assolutamente vero che il riso sia un prodotto indifferenziato! Il riso italiano è riconosciuto in tutto il mondo come un prodotto di eccezionali qualità organolettiche: non è un caso che l’Italia sia il maggiore produttore europeo (esporta circa il 60% nel nord Europa), con l’85% di questa produzione concentrata tra Piemonte e Lombardia (province di Vercelli, Novara, Pavia).

 

Come mai questa concentrazione territoriale?

In un periodo come l’attuale, in cui si dibatte sul ruolo delle infrastrutture come motore dell’economia, dobbiamo al conte di Cavour l’intuizione che questa coltura poteva rappresentare un’opportunità di crescita e di sviluppo per i contadini di queste zone di pianura. Infatti, fino alla metà dell’800 il riso veniva coltivato in piccoli appezzamenti come medicinale lenitivo per lo stomaco. Cavour fece quindi costruire un canale che raccoglieva l’acqua dalle montagne per portarla alle risaie piemontesi. Fu così che il riso, fino ad allora importato dall’Egitto e dalla Birmania, cominciò ad essere coltivato su vasta scala nelle pianure fra il Piemonte e la Lombardia.

 

Come si lega la vostra famiglia al riso?

La storia inizia con il mio antenato Giobatta Preve, rientrato dall’Argentina nel 1856, che cominciò in un capannone a Sampierdarena a lavorare il risone importato (strategica era la posizione vicina al porto di Genova) che a sua volta veniva riesportato in Argentina. Con lo sviluppo della produzione italiana, l’azienda si trasferì prima a Novara poi a Robbio Lomellina, cioè nel cuore di una delle zone risicole più tipiche e rinomate, dove ancora oggi si trova la sede della Riso Gallo e dove abbiamo costruito un rapporto di fiducia e collaborazione con le maestranze locali.

 

Perché vi chiamate così?

Anticamente il simbolo del gallo contraddistingueva la qualità “extra” del riso. Nei secoli scorsi in Sudamerica l’analfabetismo era molto diffuso e quindi le differenti qualità venivano definite utilizzando altrettante figure di animali: la giraffa, l’elefante, il leone, ecc. campeggiavano sui sacchi di riso e il gallo individuava la migliore qualità, quella superiore a tutte le altre. La ricerca della qualità superiore ha sempre guidato i nostri obiettivi strategici e le nostre politiche di prodotto.

 

Quindi non teme la concorrenza di altri Paesi produttori, magari asiatici?

Fino ad oggi no, anzi il nostro Paese ha saputo difendere questa produzione grazie all’introduzione dell’obbligo di indicare sulla confezione il nome delle diverse varietà di riso, valorizzando così le biodiversità delle nostre produzioni. Inoltre oggi sulla confezione viene precisata l’origine del prodotto: il consumatore può quindi sapere se un certo riso è prodotto in Italia e avere la certezza della sua qualità, non solo organolettica ma anche di salubrità e di sicurezza alimentare grazie alla rigorosa normativa italiana (che impone severe restrizioni nell’uso degli agrofarmaci).

 

Quindi riuscite a proteggervi dalle importazioni degli altri Paesi produttori?

Circa la metà del riso consumato in Italia proviene dal continente asiatico, da quei Paesi EBA (Everything But Arms), Cambogia e Myanmar (ex Birmania) in particolare, a cui l’Europa ha concesso di poter esportare nei nostri mercati a dazi-zero. Questa politica ci ha creato un grave danno anche se il riso asiatico, per le sue caratteristiche, viene consumato soprattutto come contorno e non regge il confronto con quello italiano nella cottura dei “risotti”, nella preparazione delle insalate di riso, ecc. Stiamo comunque lavorando con le autorità comunitarie per riequilibrare questa situazione fortemente penalizzante.

 

Ma all’estero apprezzano questa nostra qualità e “capiscono” queste differenze?

Sicuramente sì: ci sono Paesi molto importanti come gli Stati Uniti e la Cina che si potrebbero aprire come mercati enormi se non fossero presenti pesanti restrizioni sulle modalità di coltivazione del prodotto o sulle politiche doganali. In particolare siamo già presenti in Cina con i risotti pronti e stiamo cercando, con il supporto del Governo, di arrivare ad un protocollo di intesa per esportare il riso italiano.

 

Come vede il futuro della Riso Gallo?

Lo vedo tutto all’estero, dove ci sono ampi margini di crescita. Oltre all’Italia, dove siamo leader di mercato, e nei principali Paesi europei, dove possiamo contare su una presenza locale ormai consolidata, abbiamo ampi spazi di sviluppo in alcune aree geografiche extra UE: anche in questi Paesi il riso italiano viene riconosciuto per la sua unicità e quindi richiesto per le sue caratteristiche.

 

Cosa può ostacolare il raggiungimento di questo obiettivo?

Le principali difficoltà sono nelle abitudini di consumo alimentari, tra le più resistenti al cambiamento. Via via ci allontaniamo dall’Europa dobbiamo fare un lungo lavoro di tipo culturale, rivolgendoci principalmente a quelle persone che frequentano i ristoranti alla ricerca di nuove esperienze e che poi vogliono cimentarsi anche a casa nella preparazione di quei piatti creativi. Questo è il nostro target primario, quello che sicuramente apprezza il riso italiano, l’unico che consente la preparazione dei risotti di qualità.

 

Quali azioni di marketing state adottando?

Da anni ci presentiamo con un nostro “ambasciatore”, cioè la storica Guida Gallo che dal 1998 è diventata un riferimento dell’alta gastronomia italiana nella preparazione di piatti a base di riso. Nell’ultima edizione abbiamo cambiato il suo titolo in I migliori ristoranti del mondo e l’abbiamo pubblicata anche in inglese, con un numero di ristoranti stranieri superiore a quello italiano. Se lei viaggia e vuole mangiare un ottimo risotto, anche in Paesi molto lontani, può scaricare l’app della guida e verificare se in quel Paese c’è un ristorante consigliato perché utilizza (sapientemente e in modo creativo) il riso italiano.

 

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