CASE STUDY

Il nuovo impiego non è soddisfacente: meglio resistere o limitare i danni?

I casi di studio fittizi di HBR presentano problemi che i leader di aziende reali si trovano ad affrontare, offrendo soluzioni da parte di esperti.

Marcello Russo, Gabriele Morandin

Settembre 2021

Il nuovo impiego non è soddisfacente: meglio resistere o limitare i danni?

Mia

Responsabile di programma

 

Mateo

Il ragazzo di Mia

 

Michael

Direttore di programma

 

Saul

Direttore senior delle Risorse Umane

 
 

Non è affatto ciò che mi aspettavo...

 

IL PRIMO GIORNO DI MIA RICCI era iniziato male.

Mia era entusiasta del suo nuovo ruolo di responsabile di programma presso Rescue, la più antica e grande organizzazione umanitaria impegnata nella lotta alla povertà globale. Si era alzata presto, aveva portato a spasso i cani, aveva fatto colazione con il suo ragazzo, Mateo, aveva preparato il pranzo ed era comunque riuscita ad arrivare in ufficio prima delle 9. Aveva pensato che arrivando in anticipo avrebbe fatto una buona impressione. All’ingresso, Mia riconobbe alcuni volti familiari già incontrati durante il colloquio di selezione, ma l’addetto alla reception fu l’unico a salutarla. Si chiamava Anthony e, nonostante lei pensasse che l’ultima volta avessero fatto amicizia, lui la guardò con aria interrogativa.

“Posso aiutarla?”, chiese.

“È bello rivederla”, rispose Mia. “Sono Mia, la nuova responsabile di programma”.

“Ah, giusto”, replicò Anthony con fare serio. “Si sieda, le darò alcuni documenti da compilare mentre vado a cercare il suo responsabile. È Michael, giusto?” Mia si trovava nell’edificio da meno di cinque minuti e si sentiva già scoraggiata.

La situazione non sarebbe migliorata da lì in avanti.

Anthony non riusciva a trovare Michael e così Mia fu accompagnata in una stanza dalla luce fioca e piena di cubicoli. L’unica persona presente, una coordinatrice del team di supporto di nome Jessie Carbone, si presentò frettolosamente, spiegò a Mia che l’IT non aveva ancora preparato la sua scrivania, le suggerì di sedersi in una postazione libera e si rimise a scrivere. Alle 10,30, Michael si fermò finalmente per consegnare a Mia una pila di materiale da leggere, spiegando alla ragazza di essere molto impegnato, ma che auspicabilmente l’avrebbe raggiunta più tardi nel pomeriggio. Non lo fece.[1] Mia trascorse cinque ore a coordinarsi con le Risorse umane e l’IT tramite il suo cellulare e il suo account di posta elettronica personale. Consumò il pranzo seduta a quella scrivania presa in prestito ad un collega assente. Nel corso della giornata entrarono e uscirono altri dipendenti, che Mia salutò sorridendo calorosamente; nessuno sembrava sapere chi fosse. Alla fine arrivò un tecnico con un portatile e un monitor, che installò sulla scrivania più lontana dalla finestra. Mia si ritrovò a pensare con nostalgia al suo posto di lavoro precedente, Azzurro, una start-up che utilizzava sensori per container abilitati all’IoT per aiutare le attività di vendita al dettaglio nel gestire meglio i loro rifiuti. Ne era entrata a far parte subito dopo la laurea in International Management conseguita presso l’Università di Bologna ed era stata promossa ad analista aziendale in meno di quattro anni. Le piacevano il lavoro e le persone.

Poi a un evento di networking aveva incontrato Saul Rizzo, direttore senior delle Risorse umane presso Rescue.

Lui le aveva parlato di un ruolo nella nuova filiale dell’organizzazione a Bologna, uno dei 92 uffici in tutto il mondo, e Mia ne era rimasta subito incuriosita. Il lavoro prevedeva la creazione di sistemi di dati e di reporting e la collaborazione con un responsabile esperto di Rescue per delineare i processi aziendali critici e identificare gli indicatori chiave di performance. In un colloquio avvenuto qualche settimana dopo, Saul le aveva offerto uno stipendio quasi doppio rispetto a quello che percepiva presso Azzurro e le aveva promesso che non solo avrebbe avuto un piano di crescita personale, ma che avrebbe anche potuto lavorare sul campo una volta al mese per aiutare le popolazioni in crisi. La scelta era stata automatica. Anche Mateo era d’accordo.

Ora, mentre valutava se non fosse il caso di fissare un incontro con Michael per il giorno successivo, costringendolo fondamentalmente a effettuare un inserimento adeguato, Mia si chiedeva se avesse preso la decisione giusta.[2] Proprio in quel momento, Mia ricevette un messaggio da Mateo: “Com’è andata???”.

“Ho bisogno di un drink”, fu la sua risposta, accompagnata da un pollice in giù.

“Vediamoci al solito posto”.

 

LO SFOGO

“È stato un disastro”, si lamentò Mia dopo aver raccontato la sua giornata di lavoro.

Mateo annuì, comprensivo.

“Pensi che abbia sbagliato? Voglio dire, Azzurro mi piaceva molto, ma è stato il volto umanitario di questa organizzazione a convincermi a passare a Rescue”.

“Per non parlare dello stipendio!” aggiunse Mateo, scherzando.

Mia sospirò. Essendo lei a occuparsi principalmente del mantenimento della famiglia (Mateo era un artista in difficoltà), si sentiva già sotto pressione.[3] “Sul serio”, continuò lui. “È troppo presto per dirlo. È una cultura così diversa e Rescue è un’organizzazione enorme. Quanti dipendenti aveva Azzurro?”.

“Un centinaio”, rispose lei.

“Rescue ne ha migliaia”. “Giusto. E questa filiale è stata creata solo ora. Potrebbe essere un periodo particolarmente caotico”.[4] “Solo è così strano non ricevere un’accoglienza ufficiale, un inserimento, nemmeno un vero incarico. Ho parlato con Michael solo due volte: al telefono durante la fase di colloquio e molto rapidamente stamattina. Pensavo che volesse almeno avere una conversazione con me il mio primo giorno”. “Sono sicuro che sia stato un caso sporadico”, la rassicurò Mateo.

“Domani andrà meglio. Rescue è un’organizzazione affidabile e sulla carta rappresenta un buon passo avanti nella carriera”. “Lo so, lo so. Hai ragione”. Mia bevve il suo vino tutto d’un fiato. Non riusciva proprio a scrollarsi di dosso la sensazione che qualcosa non andasse.

 

UN INCARICO SECCANTE

Il pomeriggio seguente Mia incontrò finalmente Michael.

“Benvenuta, Mia”, disse bruscamente. “Scusa se non sono riuscito a raggiungerti prima, ma sono stato impegnato in alcune riunioni strategiche. Come puoi vedere, stiamo ancora mettendo in ordine i nostri sistemi. Parliamo del tuo primo progetto”. Michael le spiegò che desiderava che si occupasse dell’audit di processo di tre reparti (magazzino, catena di approvvigionamento e consegna), essenziali per le missioni di Rescue.

Ogni unità era composta da dipendenti trasferiti da altri uffici di Rescue e da nuove risorse assunte per contribuire a sperimentare nuove strategie. Il compito di Mia era verificare se tali strategie fossero più efficienti di quelle che Rescue adottava attualmente. L’incarico non era quello che si aspettava, ma annuì sorridendo.

“C’è altro?” chiese Michael, tornando al suo portatile.

“In realtà”, disse Mia, “quando sono stata reclutata, Saul mi ha accennato all’opportunità di partecipare ad alcuni progetti sul campo”.

Michael sembrò sorpreso e anche un po’ seccato. “Uhm. Non voglio deluderti, Mia, ma non è ciò che avevo in mente per questa posizione. Abbiamo appena avviato questa attività e abbiamo bisogno che i membri del personale interno rimangano concentrati sulle loro responsabilità qui dentro”. Scosse la testa. “Mi dispiace, ma non credo che accadrà a breve”.

“Ok”, replicò Mia, cercando di nascondere il suo sgomento.[5]

 

LA FRUSTRAZIONE CRESCE

Nelle tre settimane successive Mia lavorò sodo al progetto di audit, ma non fu facile. Michael aveva dimenticato di presentarla ad alcuni capi reparto quindi, sebbene alcuni fossero amichevoli e disponibili, altri ignoravano le sue ripetute e-mail oppure condividevano le informazioni con riluttanza. Aveva chiesto più volte consiglio a Michael, ma lui l’aveva praticamente ignorata. Inoltre, dopo aver terminato il suo lavoro, le ci vollero cinque giorni per ottenere mezz’ora con lui per presentargli i risultati.

Lui le fece i complimenti, ma poi le chiese di tracciare alcune nuove metriche. Lei, invece, gli chiese di ampliare la portata dei suoi compiti, ma a quel punto il telefono di Michael iniziò a squillare e lui la congedò. “Scusa, devo rispondere. Ne parliamo la prossima volta”.[6] Nel disperato tentativo di confidarsi con qualcun altro oltre a Mateo, Mia chiese a Jessie se lei avesse mai avuto problemi a farsi ascoltare da Michael. “Non è colpa sua”, spiegò Jessie. “È questa organizzazione. C’è così tanta burocrazia. Lui deve gestire ogni nuova idea lungo la catena organizzativa. Siamo sempre a corto di personale perché aprono continuamente nuovi uffici. E spostano così spesso le persone che sono tutti costantemente in modalità di apprendimento, affannandosi per restare al passo con il nuovo ambiente. Non fraintendermi, il nostro lavoro sul campo è straordinario. Noi aiutiamo le persone. Ma all’interno è una faticaccia”.[7]

“Ti capita mai di essere coinvolta nel lavoro esterno?” indagò Mia.

“Oh, no. Noi ci occupiamo del back office. Il nostro compito consiste nell’aiutare le persone esperte a svolgere il loro lavoro sul campo”. Il suo cuore sprofondò. Mia decise di inviare un’e-mail a Saul per richiedere una videochiamata. Con sua grande sorpresa, lui rispose nel giro di un’ora, comunicandole che avrebbe avuto mezz’ora libera alle 17:00. Mia era determinata a esprimere apertamente la sua delusione. Sottolineò quanto inutilmente difficile si era rivelato il suo incarico iniziale e quanto raramente aveva interagito con Michael, anche se pensava che parte del suo lavoro consistesse nel collaborare con lui sugli indicatori di performance.

“Inoltre non sembra propenso ad assegnarmi un lavoro umanitario diretto, che invece rappresentava per me una forte spinta”, confessò.

Saul sembrava preoccupato. “Lo so, infatti gliel’ho accennato. La mia sensazione è che gli audit siano solo il primo passo e che presto entrerai nel vivo del lavoro. Forse ha dimenticato la nostra conversazione a causa del periodo frenetico”. Saul le chiese di avere pazienza, promettendo che avrebbe parlato con Michael. “Siamo fortunati ad averti con noi, Mia. Vediamo se riusciamo a cambiare la situazione”.[8]

 

UN MESSAGGIO AMBIGUO

Quella sera, mentre Mia lavava i piatti dopo cena, ricevette sul telefono la notifica di una nuova e-mail.

Era di Michael. Chiamò Mateo in cucina per leggere insieme il messaggio: “Gentile Mia, ti scrivo per informarti che ho parlato con Saul questa sera. Abbiamo discusso del tuo ruolo e dei disallineamenti che ti hanno portato a vivere un’esperienza negativa. Date le esigenze del mio ruolo, mi risulta difficile incontrare regolarmente tutti i membri del mio team, ma sarei felice di organizzare un incontro settimanale per fornirti sostegno. Ci sono alcuni compiti che andranno a grande vantaggio dell’organizzazione e dei quali vorrei che tu ti occupassi. Ma potremmo assegnarti anche altre responsabilità più in linea con i tuoi interessi. Cordiali saluti, Michael”

“Uhm”, commentò Mateo. “Si sente in colpa per essere stato un pessimo capo fin dall’inizio o è arrabbiato con te perché hai parlato con Saul?”.

“Non ne sono sicura”, replicò Mia. “Sta dicendo le cose giuste, ma con un tono così freddo e formale che non posso fare a meno di pensare che l’abbia inviata solo perché è finito nei guai. Forse scavalcare Michael è stato un errore”.[9]

“Beh, hai provato a parlare con lui senza ottenere nulla. È chiaro che non ha capito cosa Saul ti aveva promesso, quindi dovevano discuterne. Anche se è stato obbligato a dirti queste cose, almeno lo ha fatto”.

“Ma posso fidarmi di lui? Posso fidarmi dell’organizzazione? Ha una così buona reputazione, ma dall’interno sembra un disastro”.

Mateo la abbracciò. “Non sei mai stata il tipo di persona che si accontenta”, le ricordò. “Se la situazione è così grave, forse è il momento di limitare i danni”.

“Per fare cosa? Ho bisogno di un lavoro”.

“Certo. Dipendiamo entrambi dal tuo reddito. Ma cosa ha detto il tuo capo quando hai lasciato Azzurro? Che potevi tornare quando volevi”.

“Non lo dicono tutti?”

“No. Loro ti volevano bene”.

Mia sorrise, ma era ancora combattuta. “Immagino di poter contattare anche un’agenzia di collocamento”. “Hai più opzioni, come vedi”.

“Lo so. Devo riflettere ancora per capire come procedere”.

“Ricordati che se hai voglia di parlare, io ci sono sempre. Appoggerò la tua decisione”.

 

Il primo giorno di Mia presso Rescue è deludente.
 

Mia discute del suo primo giorno con il suo ragazzo, Mateo.

Mia:                Pensi che abbia sbagliato?

Mateo:          È troppo presto per dirlo.

Mia:                Solo è così strano non ricevere un inserimento e nemmeno un vero incarico.

Mateo:          Rescue è un’organizzazione affidabile e sulla carta rappresenta un buon passo avanti nella carriera.

 

Il pomeriggio seguente, Mia incontra Michael, il suo responsabile.

Michael:        Scusa se non sono riuscito a raggiungerti prima. Stiamo ancora mettendo in ordine i nostri sistemi.

Mia:                Il reclutatore aveva detto che avrei potuto partecipare ad alcuni progetti sul campo.

Michael:        Non è ciò che avevo in mente. Abbiamo bisogno che i membri del personale interno rimangano concentrati qui dentro.
 

Mia incontra Saul, il suo reclutatore.

Saul:               Siamo fortunati ad averti con noi. Vediamo se riusciamo a cambiare la situazione.

 

Mia riceve un messaggio da Michael.

Michael:        Ci sono alcuni compiti dei quali vorrei che tu ti occupassi, ma potremmo assegnarti anche altre responsabilità.

Mia:                Sta dicendo le cose giuste, ma con un tono freddo.
 

 

MARCELLO RUSSO è Direttore del Global MBA della Bologna Business School in Italia e professore associato di comportamento organizzativo presso l’Università di Bologna. GABRIELE MORANDIN è professore associato di comportamento organizzativo presso l’Università di Bologna e Co-Direttore presso la Bologna Business School.


 

Il punto di vista degli esperti

 

Mia dovrebbe tenere duro o cercare un nuovo lavoro?

 

LAUREN BARRACO è Direttrice Marketing presso Sendoso.

 

Se non ti piace la tua situazione attuale, hai il potere di cambiarla

 

Incoraggerei Mia a iniziare a cercare attivamente un altro lavoro. Ha bisogno di riconsiderare la sua esperienza negativa presso Rescue come un’opportunità per valutare ciò che la renderà davvero felice. Desidera essere più coinvolta in una carriera che includa il lavoro sul campo? Un ambiente di ufficio con luce naturale e scrivanie per lavorare in piedi (al contrario di uno spazio buio pieno di cubicoli) è importante per la sua salute mentale? Sappiamo già che è una candidata che non ha difficoltà a collocarsi sul mercato. È stata reclutata e le è stato offerto il doppio del suo stipendio per lavorare in una rispettabile organizzazione senza scopo di lucro. Inoltre, percependo un reddito fisso, ha il tempo per elaborare una strategia e considerare altre opzioni. Cercare un lavoro è già di per sé un lavoro, ma ne vale la pena se Mia riesce a trovarne uno più in linea con i suoi obiettivi e le sue esigenze personali.

Io ho vissuto una situazione analoga. Qualche anno fa sono entrata a far parte di una prestigiosa testata giornalistica. Come Rescue, era una grande organizzazione con seri problemi burocratici. I processi non erano ottimizzati e le persone avevano bisogno di approvazioni a diversi livelli per portare a termine il loro lavoro. Questa mancanza di agilità faceva sì che l’organizzazione si trovasse in difficoltà con lo sviluppo dei dipendenti. Di conseguenza, io e il mio responsabile avevamo aspettative diverse riguardo al mio ruolo.

Mia si trova ad affrontare lo stesso problema. In un ambiente intriso di burocrazia, senza un capo che fornisca sostegno, possono trascorrere mesi, persino anni, prima che la situazione cambi. L’e-mail formale di Michael implica che si è sentito offeso da Mia perché lei lo ha scavalcato, un campanello di allarme che suggerisce la sua scarsa propensione al cambiamento. Anche se le sue ragioni sono giustificate, il loro rapporto continuerà probabilmente a essere emotivamente estenuante per Mia.

Ciò che Mia può controllare sono le proprie reazioni. Può pensare a ciò che cerca in un ambiente e in una cultura di lavoro e delineare dove desidera essere tra cinque o dieci anni. Può aggiornare il suo curriculum e creare una storia per spiegare il suo breve periodo presso Rescue.

Consiglio di attenersi alla verità: “Sono stata reclutata, ma alla fine si sono verificati alcuni disallineamenti tra il ruolo che avrei dovuto assumere e il lavoro che svolgevo effettivamente”. Non ha bisogno di entrare nei dettagli.

Ho lasciato la testata giornalistica anni fa e ho trovato lavoro in un’azienda molto più piccola e adeguata in termini di cultura. Mi sono state anche offerte maggiori opportunità di leadership, che mi hanno permesso di avviare la mia carriera a lungo termine. In seguito ho saputo che i problemi strutturali della testata giornalistica hanno finito per danneggiare l’azienda, perché non riusciva a stare al passo con le tecnologie in evoluzione.

Se Mia rimanesse presso Rescue, rischierebbe di trovarsi su un binario morto e di bloccare il suo sviluppo professionale. Deve prendere in mano le redini e porre la sua felicità al primo posto.

 

 

DANIELLE PIENDAK è Direttrice dell’amministrazione donazioni individuali e delle informazioni donatori presso 92nd Street Y.

 

Mia dovrebbe tenere duro con Rescue ancora un po’

 

È arrivata solo da un mese e deve concedere più tempo all’organizzazione. Il cambiamento è sempre accompagnato da alcune sfide. La incoraggerei a rivalutare ciò che inizialmente l’ha spinta ad assumere questo ruolo. In primo luogo, l’organizzazione è molto più in linea con il suo interesse per il lavoro umanitario di quanto non lo fosse Azzurro. E anche se è comprensibilmente entusiasta della prospettiva di lavorare effettivamente sul campo, capirà presto l’importanza cruciale che rivestono i membri del personale di supporto interno come lei nel rendere possibile tale lavoro. Oggi le organizzazioni no-profit dipendono da dati e analisi affidabili per essere competitive nei loro campi e per presentare ai loro partner rapporti validi e basati su prove.

In secondo luogo, questo ruolo è più impegnativo del precedente. Mia si sta assumendo responsabilità nuove e diverse, che si accompagnano naturalmente a un periodo di disagio. Ma è del tutto normale.

In fin dei conti, questo lavoro allargherà i suoi orizzonti in modi che il suo ruolo precedente non permetteva.

Ne uscirà con una serie di competenze molto più ampie in un campo che la appassiona.

Senza incolpare nessuno in particolare, sembra che si siano verificati alcuni malintesi in fase di colloquio che hanno portato a un disallineamento tra le aspettative di Mia e quelle di Michael. Non mi sembra che questo sia il risultato di una scarsa leadership o una questione di struttura organizzativa, che costituirebbero invece un forte motivo di preoccupazione.

Sulla carta, la descrizione del lavoro di Mia (creazione di sistemi di dati e identificazione di indicatori chiave di performance) indica un’attività che si svolge chiaramente a livello interno. Se potessimo tornare indietro di un mese, le raccomanderei di valutare più attentamente i compiti esatti per cui è stata assunta e di chiarire le sue responsabilità quotidiane. Potrebbe chiedere, ad esempio: “L’attività di identificazione dei KPI si svolgerebbe sul campo oppure in ufficio?”. Quello che Mia può fare ora è rivalutare la descrizione del lavoro per verificare se corrisponde ai compiti che le sono stati assegnati finora. I reclutatori a volte promettono un ampliamento dei ruoli quando cercano di attirare candidati. Poiché Saul ha effettivamente fatto a Mia la promessa di un lavoro sul campo, Michael è responsabile di darvi seguito. Quando e come ciò avverrà deve essere chiarito.

È un buon segno che Michael abbia affrontato la questione a testa alta, anche se per e-mail. Magari lo ha fatto con riluttanza, ma sembrava che stesse offrendo a Mia un ramoscello di ulivo e l’opportunità di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Se Mia scegliesse di tenere duro per almeno sei mesi, potrebbe compiere piccoli passi proattivi per migliorare la sua situazione. È responsabilità di Michael trovare il tempo per gli incontri settimanali, ma è responsabilità di Mia stabilire il programma di tali incontri.

Prima di entrare nel merito, dovrebbe delineare ciò di cui desidera discutere, comprese eventuali domande sui progetti futuri e su come superare le sfide che potrebbe trovarsi ad affrontare. Deve prendere l’iniziativa per ottenere consigli da Michael anziché aspettare che sia lui ad offrirglieli. Anche se non fossimo nel bel mezzo di una recessione economica, consiglierei a Mia di restare, per ora. Se dopo sei mesi è ancora insoddisfatta del ruolo, allora forse dovrà valutare altre possibilità. Ma se ne andrà con un curriculum più forte e una serie di competenze migliori, che le permetteranno di avere maggiori opzioni.

 

Cristina Danelatos è Director HR & Corporate Communications presso Gruppo Montenegro

 

C’è un lavoro giusto, al momento giusto, nella vita di ciascuno di noi

Il lavoro è uno dei pezzi del puzzle della nostra vita e candidati e selezionatori devono sempre tenerlo a mente.

C’è un lavoro giusto, al momento giusto, nella vita di ciascuno di noi. E parlo di “vita” a 360°, non solo di vita professionale.

L’aspetto interessante (e difficile) è che l’immagine di questo puzzle non è statica, ma è costantemente mutevole nel tempo. Questo vuol dire che un lavoro che oggi si incastra perfettamente nel puzzle della mia vita, potrebbe non farlo domani. E questo non necessariamente perché l’azienda si sia trasformata attorno a me o perchè io abbia cambiato azienda, ma anche perché io cambio come persona nel tempo. Mutano le mie necessità, le mie aspettative, i miei desideri e le mie priorità. Come persona, prima che come professionista.

Quindi il primo consiglio che darei a Mia è di interrogarsi su cosa stia esattamente cercando oggi, non solo al lavoro, e quanto ciò che è in questo momento corrisponda a quello che vorrebbe essere, nella consapevolezza che difficilmente abbiamo la fortuna di costruire un puzzle perfetto e quindi tutti, tutti, facciamo delle scelte di compromesso che sono giuste per noi. In quel momento.

Il secondo consiglio che le darei è di mettersi in osservazione. Quali sono i perché del comportamento di Michael? Com’è Michael rispetto agli altri manager in azienda? Il suo approccio rispecchia quello di tanti altri o rappresenta un’eccezione? Qual è la storia di Michael in azienda? È sempre stato questo il suo stile? Oggi ha troppe poche informazioni per prendere una decisione.

Il terzo consiglio che le darei è di fare e farsi le prime due domande la prossima volta che penserà di cambiare lavoro. Io credo fermamente che ciò che chiamiamo “processo di selezione” sia in realtà una scelta a due vie: c’è un’organizzazione che sceglie una persona e c’è una persona che sceglie il prossimo pezzo del suo puzzle. Essere espliciti nel processo di selezione su ciò che stiamo cercando, su quali siano i contesti che ci consentono di performare al meglio, su con che tipo di persone preferiamo lavorare e chiedere quale sia la cultura organizzativa, su cosa i Line Manager vengano misurati, cosa renda di successo una persona in quell’organizzazione e in quel team.

Sono tutte informazioni che diamo e prendiamo per fare, da entrambi i lati, una scelta il più possibile consapevole, perché alla fine l’obiettivo è incastrare bene questo nuovo pezzo nel puzzle della nostra vita.

 



Note di classe sul caso di studio

 

[1] Gli studi dimostrano che le persone ignorate dai loro responsabili si sentono più alienate rispetto a quelle trattate male apertamente.
[2] Uno dei motivi principali per cui i nuovi assunti si dimettono è il cattivo inserimento. Le organizzazioni con processi standardizzati per accogliere i dipendenti riscontrano il 62% in più di produttività e il 50% in più di fidelizzazione dei nuovi assunti.
[3] Le persone sotto stress soffrono spesso di esaurimento emotivo, che rende loro difficile trovare l’energia per cambiare la situazione.
[4] Che margine di tolleranza dovrebbe concedere Mia a Michael per via della recente apertura dell’ufficio?
[5] Alcuni esperti delle Risorse umane affermano che prima di iniziare un nuovo lavoro, le persone spesso si concentrano più sul potenziale del loro ruolo che sui compiti effettivi che svolgeranno, motivo per cui restano frequentemente deluse.
[6] Come dovrebbe comportarsi Mia nei confronti di un capo che la sta tagliando fuori?
[7] L’esperienza negativa di Mia è dovuta a una scarsa leadership, a un cattivo inserimento, alla struttura organizzativa o a tutti e tre gli aspetti?
[8] Le aspettative di Mia sono troppo elevate?
[9] Gli esperti di leadership sostengono che sia una buona idea cercare di confidare a un nuovo capo le proprie difficoltà. Ma avvertono anche che i cattivi responsabili sono raramente propensi ad ascoltare il riscontro dei loro fallimenti.

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