EDITORIALE

Una rivoluzione incruenta

Enrico Sassoon

Gennaio 2021

Una rivoluzione incruenta

L’impresa quotata è un paradigma della società capitalista che pochi metterebbero in discussione. La proprietà azionaria, specie se diffusa, assicura i capitali prima per la creazione e poi per il funzionamento dell’impresa, ne ripartisce il rischio tra molti soggetti, li remunera in base alla loro partecipazione, consente attraverso la Borsa di ripartire ulteriormente la proprietà e il rischio, così come i vantaggi in termini di utili per azione. Certo, se la proprietà è troppo concentrata, i profitti premiano eccessivamente alcuni azionisti a scapito di chi gestisce l’azienda e di chi vi presta la propria attività di lavoro. Ma nella società contemporanea, i gestori dell’azienda sono di norma dei professionisti, tipicamente coinvolti, tramite compensi basati sulle azioni, rispetto all’obiettivo del massimo profitto possibile e del massimo valore dell’azione in Borsa perché ormai ne beneficiano strutturalmente. E, dunque, restano sostanzialmente esclusi i lavoratori non azionisti.

Alla fine di questo sintetico percorso, sembra allora di poter concludere che parrebbe un bene che i lavoratori diventino azionisti a loro volta, anche perché in tal modo tenderanno a imporre maggiore stabilità alla gestione indirizzandola verso il lungo termine. In effetti, oggi in buona parte lo sono, qualche volta direttamente (poco) altre volte indirettamente (molto), soprattutto tramite i fondi pensione che ne gestiscono i risparmi. Si parla, nel mondo, di qualcosa come 40 triliardi – ossia 40.000 miliardi – di dollari. Ma le logiche di questa particolare specie di azionisti, che investono in migliaia di società in tutto il mondo, non coincidono se non in parte con quella degli altri azionisti e nemmeno con la logica dei professionisti con la responsabilità della gestione. Gli azionisti quali i fondi d’investimento, i fondi speculativi, i private equity e altri tendono a preferire i risultati di breve termine e sono meno attenti alla sostenibilità di lungo termine.

Da qui la proposta di Roger Martin, nello Speciale di questo numero, di una modifica sostanziale della natura della società quotata. Una proposta che per molti suonerà come decisamente “rivoluzionaria”, sia pure nel senso di una rivoluzione incruenta. Si tratterebbe di far sì che la proprietà delle aziende quotate venisse indirizzata essenzialmente verso i fondi pensione che, di nuovo, rappresentano il risparmio pensionistico dei lavoratori, e verso i lavoratori stessi, tramite programmi di partecipazione azionaria, sullo stile degli ESOP americani, ossia gli Employee Stock Ownership Program.

Già quasi mezzo secolo fa Peter Drucker rilevava l’evoluzione in divenire quando prevedeva l'ascesa alla ribalta dei fondi pensione, sostenendo che i lavoratori americani sarebbero arrivati a possedere i mezzi di produzione attraverso la proprietà azionaria dei fondi che detenevano i loro patrimoni pensionistici, piuttosto che attraverso una violenta rivoluzione del proletariato. E infatti le persone che risparmiano per la pensione costituiscono oggi il gruppo più grande di investitori esistente.

La domanda è se un assetto di questo genere apporterebbe effettivamente i vantaggi ipotizzati. Se, cioè, potrebbe ragionevolmente neutralizzare le spinte allo short-term di soggetti come hedge fund o private equity, con la sostanziale alleanza del top management interessato alla massimizzazione del valore nel breve, per indirizzare i profitti da un lato verso scopi più allargati nei confronti degli stakeholder e dall’altro verso investimenti e operazioni mirati a garantire la capacità dell’impresa di risultare competitiva e profittevole nel lungo periodo. È una domanda la cui risposta è complessa e che rientra all’interno di un dibattito sui fini (purpose) dell’impresa oggi al centro dell’attenzione, specie dopo il manifesto della Business Roundtable del 2019.

Dato che, appunto, il tema è assai articolato e che investe molti interessi diversi (un aspetto non marginale riguarda la riduzione delle diseguaglianze) non mancano opinioni decisamente contrarie. In questo stesso Speciale c’è quella di Lucian A. Bebchuk della Harvard Law School, secondo cui le argomentazioni di Martin danno molto peso a una retorica allarmistica e poco alle prove empiriche o alla logica economica, trascurando i benefici sostanziali che derivano da un’attenta sorveglianza da parte di investitori esterni e che i provvedimenti ventilati, invece, sacrificherebbero.

Il confronto risulta di grande interesse, specie per un futuro che si presenta incerto sia sotto il profilo della crescita economica sia della stabilità finanziaria. Un assetto più sostenibile della proprietà e dei fini dell’impresa è certamente auspicabile. I modi per arrivarci non sono invece per nulla scontati.

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