LETTURE INTELLIGENTI

Una professione alla perenne ricerca di fondamenti per la propria comunità di pratica

Dario Forti

Gennaio 2020

Il mondo della formazione, perlomeno in Italia, è da sempre alla ricerca di un fondamento per le proprie prassi operative, di una “teoria della formazione” che ne giustifichi le ambizioni disciplinari. Mentre esiste una teoria dell’apprendimento, o almeno ne esiste più di una, oppure esiste un’ampia gamma di teorie del comportamento organizzativo o del funzionamento dei gruppi, è noto che la formazione non è mai riuscita a pervenire a una formulazione teoretica del proprio agire.

Il tentativo più importante, che ha alimentato il pensiero e confortato gli animi dei tanti pur entusiasti praticanti, risale alla seconda metà degli anni Ottanta, nel periodo che intercorre tra il lavoro più organico tra quelli scritti in quegli anni da Gian Piero Quaglino (Fare Formazione, Franco Angeli, Milano, 1985) e il volume realizzato, sotto la guida di Massimo Bruscaglioni, da un gruppo di lavoro di AIF (Professione formazione, Franco Angeli, 1988). Nel breve spazio temporale – e soprattutto semantico – che passa tra questi due libri sta, a mio avviso, lo scarto che sembra caratterizzare ontologicamente il mondo della formazione. Che è senz’altro un mondo di esperienze, un mondo del fare, di un fare utile e il più delle volte necessario (anche nel suo frequente interrogarsi sui rischi di inessenzialità e inutilità – si pensi alla ricerca ISTUD, Oltre la formazione apparente, curata meno di un anno prima da Daniele Boldizzoni per le Edizioni del Sole24Ore, Milano, 1984), ma che ha sempre aspirato a essere considerato – e soprattutto a potersi considerare – una vera e propria “professione”, per onorare l’assunto indicato con fermezza anglosassone da Donald A. Schön, secondo il quale “i professionisti riflettono sul proprio conoscere nella pratica” (Il professionista riflessivo, Dedalo, Bari, 1993, ed. or. 1983).

Da allora si è piuttosto diradato l’impegno dei formatori, ripeto almeno di quelli italiani, nel gettare le basi di un’elaborazione teorica sui tratti distintivi della loro – della nostra – professione. Il mondo da allora, come sappiamo, si è drammaticamente e/o gloriosamente trasformato, le organizzazioni, i luoghi cioè in cui i formatori lavorano o per i quali prestano il proprio contributo professionale, appaiono oggi del tutto irriconoscibili rispetto a quelle che hanno covato, nutrito e fatto crescere le prime pionieristiche esperienze. Il sapere e la prassi dei formatori si sono arricchiti, ampliati nelle strumentazioni ed estesi negli ambiti applicativi. La letteratura ha registrato abbastanza puntualmente e si è confrontata con questa estensione del dominio applicativo delle prassi formative. Lo stesso Quaglino, tornando dopo anni a questo suo primario campo di interesse (si potrebbe dire un vero e proprio oggetto d’amore), si è imbarcato in una pregevole opera di catalogazione delle più importanti e utilizzate metodologie formative (Formazione. I metodi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014), raccolta ponderosa e utilissima alle nuove leve ma anche ai practitioner più navigati.

Il volume curato da Raoul Nacamulli e Alessandra Lazazzara costituisce un nuovo importante appuntamento di questa ormai lunga e assolutamente meritoria storia di tentativi di affiancare, secondo una logica co-evolutiva, le vicende del mondo delle organizzazioni (in cui comprendere insieme i mercati di riferimento, le tecnologie disponibili, i tratti di personalità, le competenze e le inclinazioni espresse dagli esseri umani) a quelle del mondo della formazione.

Mondo della formazione che, come documenta efficacemente il volume, col tempo ha esteso i propri confini fino ad assumere l’aspetto di un ecosistema nel quale una pluralità di soggetti diversi coesistono e si influenzano vicendevolmente, dando vita a equilibri dinamici che generano apprendimenti, innovazioni e trasformazioni i cui effetti sono solo in parte prevedibili e, ciò è ampiamente ipotizzabile, governabili.

Tale ecosistema è stato denominato dagli autori, responsabili dell’articolazione interna delle diverse parti del volume, con una formula rievocativa – le 3 P di People, Power e Place – a indicare la forma strutturale assunta dal mondo attuale della formazione, nel quale le nuove, spesso inedite, configurazioni organizzative influenzano e si fanno influenzare dai comportamenti dei soggetti individuali e gruppali, costituendo la piattaforma dinamica per una valorizzazione degli strumenti e delle risorse tecnologiche di cui la nuova esperienza di vita e di lavoro nelle organizzazioni non solo non può fare a meno, ma che può sfruttare per massimizzare le opportunità di azione, cooperazione, decisione, creazione e apprendimento.

In tal senso parlare di formazione oggi non vuol dire solo aggiornare il rapporto più o meno equilibrato o sbilanciato tra apprendimento e insegnamento, tra apprendimento on/off-the-job, formale/informale, graduale/discontinuo (come risposta ad esempio a salti di carriera o alla necessità di rispondere a cambiamenti breakthrough), push/pull, a catalogo o on-demand. E neppure constatare l’ampiezza di gamma delle possibili domande e conseguenti risposte (per citare a volo d’uccello la seconda parte del volume, la destinazione dei programmi di formazione a popolazioni chiave quali gli executive, i nuovi imprenditori, gli startupper, i talenti, i mitici e mitizzati millennials, i professional, oppure, su un piano funzionale, i team stessi – creativi, di progetto, di processo ecc. – che ormai popolano stabilmente il panorama delle organizzazioni contemporanee.

Per valorizzare al massimo la natura di ecosistema che il mondo della formazione ha raggiunto (anche grazie alle profonde trasformazioni dei sistemi economici e delle reti relazionali – social e tecnologiche – che legano tra loro i soggetti umani, organizzativi e non), si tratta di considerare – questa mi pare la tesi di fondo del volume e il suo principale valore di contributo al pensiero e all’azione di chi continua a occuparsi di formazione – l’impatto e, al tempo stesso, la sollecitazione che sull’apprendimento dei soggetti organizzativi hanno e potrebbero avere le pressoché infinite trasformazioni che si producono in continuazione nel vitalissimo (forse troppo!) sistema organizzativo, dalla moltiplicazione degli strumenti per lo sviluppo delle persone (politiche di engagement, tutoring, coaching, reverse mentoring e molto altro) alle trasformazioni dello spazio di lavoro (dallo smart working all’autovalutazione, dall’automodellazione dei ruoli – il job crafting – all’utilizzo delle tecniche di lavoro creativo e così via).

Una teoria della formazione probabilmente non c’è ancora, e forse non ci sarà mai, poiché le variabili intervenienti sono così numerose e tali da influenzarsi reciprocamente con modalità così complesse e imprevedibili, da rendere impensabile l’adozione di un saldo riferimento teorico che guidi l’azione dei practitioner. Ciononostante, questa ricchezza e questa complessità dello scenario possono autorizzare a ritenere che questo tratto distintivo del mondo della formazione possa divenire elemento di valorizzazione di quella che può apparire come fragilità teoretica.

Ci viene in aiuto l’ormai classico costrutto di “comunità di pratica” che, riferito a ciò che oggi si manifesta come mondo della formazione, inteso come insieme di attori, risorse e luoghi (le 3 P che cadenzano le parti del volume), ci può indicare un impegno e una sfida che meritano di essere accolti, facendo di una indubbia debolezza occasione di esperienza e di scoperta, in un gioco relazionale fatto di sperimentazioni e di scambi che possono farci vedere il mondo in cui operiamo meno incerto e un po’ più rassicurante. 

 

IL LIBRO. L’ecosistema della formazione. Allargare i confini per ridisegnare lo sviluppo organizzativo, a cura di Raoul C.D. Nacamulli e Alessandra Lazazzara, EGEA, Milano, 2019, pp. 412, € 39,00.

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