LE PERSONE AL CENTRO

L’inferno sono gli altri

Paolo Iacci

09 Gennaio 2020

Il valletto introduce in una stanza un uomo chiamato Garcin. La stanza non ha né finestre né specchi e si capisce presto che siamo all'inferno. Garcin viene raggiunto da due donne, Inès ed Estelle. Tutti si aspettano di essere torturati, ma nessun altro entra nella stanza. Pian piano i personaggi comprendono di essere lì per torturarsi a vicenda, cosa che, nonostante ne siano consapevoli, fanno, gli uni tormentando gli altri con domande e commenti sulla loro vita precedente, sui delitti, miserie, desideri e passioni. Garcin ha spinto la moglie al suicidio, Inès ha sedotto una donna convincendola a uccidere il marito, che era anche suo cugino, ed Estelle è una donna che ha tradito il marito, avendo un figlio dall’amante. Estelle uccide il figlio annegandolo; la morte del bambino causa il suicidio dell'amante.

Dopo che i tre personaggi si sono scambiati accuse sempre più violente, Garcin scopre che la porta è sempre rimasta aperta ma né lui né Inès né Estelle sono ormai in grado di lasciare la stanza, imprigionati nella rete di rapporti che hanno creato. I tre personaggi impareranno a loro spese che "l'inferno sono gli altri". Questa è la trama di A porte chiuse, una famosa opera teatrale di Jean-Paul Sartre.

Chissà se Tarik Jasarevic, portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il 17 maggio di quest’anno ha pensato a Sartre quando ha spiegato ai giornalisti che il burnout viene riconosciuto come “fenomeno occupazionale” dovuto a stress cronico mal gestito. Questa è la nuova definizione inserita dall’Oms nella nuova revisione dell’International Classification of Disease (Icd) – la tabella globale che racchiude tutte le patologie e le condizioni di salute. Il burnout si riferisce - secondo la classificazione - specificamente ai fenomeni nel contesto occupazionale e non deve essere confuso con altri disturbi, come ansia, depressione o fobie di varie origini derivanti da altri ambiti personali o relazionali

Il primo ad occuparsi di burnout era stato lo psicologo Herbert Freudenberger nel 1974. Tuttavia, parlava di una sindrome che si riferiva principalmente a professioni cosiddette “di aiuto” come quelle di infermieri e dottori ed estesa poi più in generale alle persone che assistono persone in stato di disagio o sofferenza. Ora invece si può parlare di burnout solo con riferimento alla vita professionale.

L’Oms precisa inoltre che il burnout non rientra nella categoria delle “malattie”, ma nel capitolo dell’Icd dedicato ai “fattori che possono influenzare lo stato di salute e il contatto con i servizi sanitari”. Fornisce quindi un elenco di sintomi per riconoscere e diagnosticare questa sindrome. In particolare, il problema si manifesta su tre livelli. In primo luogo, dev’essere presente una sensazione di depauperamento delle energie psico-fisiche. In secondo luogo, si manifesta un aumento della distanza psicologica dal proprio lavoro. Infine, questa situazione sfocia in una diminuita efficacia lavorativa.

Diversi sono i fattori di rischio collegati al burnout: possono essere di carattere organizzativo, interpersonale o legati alla sicurezza. Fra i principali vi sono:

– politiche sanitarie e di sicurezza inadeguate;

– comunicazione e gestione insufficiente;

– partecipazione limitata nel processo di decision making o scarso controllo sulla propria area di lavoro;

– bassi livelli di supporto ai lavoratori;

– orari inflessibili;

– compiti e obiettivi poco chiari.

A questi problemi si potrebbero aggiungere altri elementi scatenanti come, ad esempio, attività inadeguate rispetto alle competenze del lavoratore, il mancato riconoscimento (anche economico) del risultato, la presenza di rischi alti (come per i soccorritori), mobbing e molestie psicologiche. Il principale elemento scatenante rimane comunque il conflitto con le altre persone con cui il lavoro comporta una convivenza forzata.

Che avesse ragione Sartre?

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