SISTEMA MONDO

È l’accelerazione dell’innovazione tecnologica la sfida dei prossimi decenni

Emilio Rossi

09 Gennaio 2020

Negli ultimi decenni l’economia dei Paesi cosiddetti avanzati è cresciuta a tassi medi annui decisamente ridotti. Congiuntamente a fattori sociali quali il percepito aumento della disugualianza e la diffusione di mezzi di comunicazione diretta, tale fenomeno economico è alla radice del populismo e delle nostalgie per il passato oggi largamente presenti in pressochè tutte le società occidentali. Diventa quindi fondamentale interpretare correttamente quali siano i fattori che hanno determinato il rallentamento della dinamica economica, al fine di definire gli appropriati interventi di politica economica.

Come si evince dal grafico 1, il tasso di crescita medio annuo degli ultimi venti anni (o anche più indietro) dei Paesi avanzati va dallo 0,5% (sostanziale stagnazione) del Giappone, all’1% o poco più dell’area europea fino all’1,5% o poco più dell’area nord-americana. Allo stesso tempo i Paesi emergenti e in particolare il sud-Est asiatico hanno mostrato forte dinamismo e capacità di conquistare quote di mercato significative. Tuttavia, anche per questi Paesi si nota una forte decelerazione dei tassi di crescita del Pil, decelerazione peraltro attesa anche per il futuro. In definitiva, l’andamento dell’economia globale e soprattutto quello dei Paesi “avanzati” conferma l’ipotesi conosciuta come “stagnazione secolare”.

 

 

La congettura della “stagnazione secolare” fu presentata nel dicembre 1938 da Alvin Hansen, professore di economia ad Harvard ed è stata ripresa più recentemente (2012) da Robert Gordon per tentare di dare una spiegazione ai persistenti scarsi progressi del sistema economico USA (e, per similitudine, dei Paesi avanzati). Larry Summers, ex-Segretario del Tesoro Usa e altri economisti di calibro hanno successivamente concordato sulla validità di questa ipotesi, o almeno di una qualche sua variante, da Paul Krugmann a Kenneth Rogoff, a Erik Brynjolfsson e altri.

L’ipotesi è basata sulla constatazione della riduzione del tasso di crescita della popolazione e della produttività del sistema economico. Una variazione significativa e perdurante dei parametri strutturali del sistema economico richiede un’analisi congiunta dell’evoluzione dell’offerta e dei suoi effetti sulla domanda.

Il fattore demografico riveste particolare rilevanza per i Paesi “avanzati”, dove la crescita quasi-zero della popolazione ha smesso di funzionare da volano dei consumi privati e determina allo stesso tempo una riallocazione della spesa pubblica in direzione della previdenza e dell’assistenza, lasciando minori margini per investimenti in educazione e ricerca. La maggiore spesa pubblica conseguente richiede tassazione più elevata, un freno alla crescita dell’economia. Inoltre e forse anche più importante, una popolazione più anziana tende a essere meno innovativa nella domanda e nella ideazione di nuovi prodotti.

Il rallentamento della dinamica della produttività dei fattori ha a che fare soprattutto con il progresso tecnico. Secondo varie analisi, condotte soprattutto da Brynjolfsson, McAfee e Gordon, nel periodo tra la fine del Settecento e l’inizio del Novecento si è assistito alle grandi invenzioni capaci di spostare significativamente la frontiera della produttività e della diffusione del benessere. Invenzioni quali elettricità, acqua corrente, motore a combustione interna e l’avvento della chimico-farmaceutica hanno consentito spin-off tecnologici innovativi e investimenti i cui benefici per il sistema economico si sono protratti fino agli anni ’70 del secolo scorso. L’evoluzione tecnologica successiva è stata insufficiente a spostare ulteriormente la frontiera della produttività, nonostante in questi ultimi cinquanta anni si sia assistito all’esplosione della digitalizzazione e con essa all’innovazione di prodotti e servizi quali i computer, internet, i cellulari, ecc.

Il combinato disposto di invecchiamento della popolazione e del relativamente scarso progresso tecnologico ha determinato i bassi tassi di crescita del prodotto potenziale delle economie avanzate a cui assistiamo da decenni – e presto, una volta terminato il processo di catch-up tecnologico, anche dei Paesi emergenti.

Mentre sui media viene riportata una narrazione di imminente arrivo di mirabolanti conquiste tecnologiche capaci di cambiare radicalmente i processi produttivi e la nostra vita quotidiana, la realtà per i prossimi venti anni è che la diffusione nei mercati e l’adozione da parte dei consumatori avverrà con ritmi compatibili con le oggi limitate risorse finanziarie concretamente utilizzabili nonostante i bassi tassi di interesse. Limitando il nostro orizzonte temporale ai prossimi venti anni, è possibile identificare “grappoli” di nuove tecnologie già in fase di realizzazione (stampa 3D, internet delle cose, iCloud, automobili senza conducente, automazione, robotizzazione, energie rinnovabili, immagazzinamento dell’energia elettrica, genomica, diagnostica, materiali avanzati). La quasi totalità di queste è ancora lontana dalla diffusione nel sistema produttivo e nei prodotti di largo consumo. La conseguenza è che la produttività è attesa presentare ancora per molti anni un andamento a scartamento ridotto.

Abbiamo davanti a noi un ulteriore periodo di transizione piuttosto lungo. In un mondo a bassa crescita diventa difficile soddisfare le aspettative di miglioramento della vita delle popolazioni, soprattutto se si viene da decenni di crescita stentata. Pensare che si possa uscire da questa realtà con provvedimenti di breve respiro non farebbe che allungare il tempo della transizione. Occorre invece lavorare sull’accelerazione dell’adozione delle nuove tecnologie, un processo che richiede investimenti in innovazione e ricerca, e soprattutto in educazione e formazione. Qui è la sfida anche per le aziende che vogliano mantenere o conquistare una leadership sostenibile e duratura.

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