Editoriale

La legge di Gresham dell’efficienza

14 Gennaio 2019

La legge di Gresham dell’efficienza

Qualunque manager, imprenditore o professionista, ma anche il proverbiale buon padre di famiglia, ha tra i suoi valori e regole di comportamento quella di ridurre gli sprechi e, di converso, di aumentare l’efficienza. Di norma consideriamo l’aumento dell’efficienza un obiettivo che vale la pena di perseguire, che si tratti del motore dell’auto, di un team di lavoro o di un’intera azienda. Ne guadagnano la resa e la produttività, se ben realizzata con opportuni investimenti diminuiscono i costi e, alla fine, salgono i margini e gli utili, con beneficio del valore delle azioni. Eppure, scrive Roger Martin, non è sempre così. Puntare troppo sull’incremento dell’efficienza può produrre effetti sorprendentemente negativi perchè aziende superefficienti possono creare instabilità globale.

HBR considera questa posizione di Martin sufficientemente seria da dedicarle lo Speciale di questo numero, dunque vale la pena di capire meglio. Martin, da buon economista, conosce bene le teorie economiche e, per esempio, quella dei vantaggi comparati di Smith e Ricardo, ma anche gli approcci del management “scientifico” di Deming e Taylor. Per i primi in una situazione dove un Paese si specializza in una produzione in cui ha dei vantaggi rispetto a un altro che, a sua volta si specializza in un’altra produzione dove a sua volta gode di un vantaggio, ne beneficiano entrambi i player al momento dello scambio. Ambedue realizzano efficienze nei costi e nella qualità e dunque i prezzi calano, gli acquirenti se ne avvantaggiano e i produttori fanno più utili. Analogamente, se in azienda applico metodi e organizzazione scientifici aumentano efficienza e margini, calano i costi e i prezzi e tutti sono più contenti.

Ma, sostiene Martin, se questa è la teoria, la pratica se ne discosta. Lo ha sempre fatto ma oggi ancor di più. Esiste infatti un’efficienza buona, che non esagera, e un’efficienza cattiva, la superefficienza o l’efficientismo, che va oltre il segno. Là dove si eccede con la seconda la prima perde i suoi effetti benefici, in un effetto di spiazzamento che ricorda la legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia quella buona.

Perché accade questo? Richiamando la ben nota teoria della distribuzione di Pareto, Martin osserva che alcune grandezze come il denaro in generale, il reddito e i profitti non seguono principi distributivi di tipo normale o gaussiano, ma di tipo paretiano. Ossia, la grande maggioranza dei benefici vanno a un numero ristretto di persone, o di aziende, o di organizzazioni e, perché no, anche di Paesi. Nella grande arena economica di questi anni, poi, la situazione si sta accentuando, sia per scelte istituzionali che di governance, sia per politiche pubbliche che per le scelte retributive delle aziende. Ma, soprattutto, per gli effetti della rivoluzione tecnologica che mette in mano a pochissime super-aziende un potere spropositato di mercato che consente loro di appropriarsi di extra-utili a danno delle altre aziende e a detrimento dei più. In breve, la diseguaglianza aumenta e la maggioranza ne soffre. La concentrazione del potere di mercato corrisponde anche a una concentrazione della ricchezza in poche mani. E questo provoca appunto l’instabilità globale.

Qualcuno potrà stupirsi che una elaborazione di questo tipo - che ricorda molto da vicino la teoria economica di Marx, la definizione del denaro come strumento capace di figliare altro denaro e la demonizzazione del profitto come estrazione di plusvalore - venga pubblicata con grande evidenza su una rivista come Harvard Business Review che, un po’ come Forbes o Institutional Investor, è considerata una bibbia del capitalismo mondiale. Occorre quindi capire. Martin e altri non escono dall’ambito dell’economia capitalistica di mercato per invocare limiti punitivi all’attività d’impresa o politiche redistributive devastanti a favore delle categorie più colpite dall’attuale fase di ristrutturazione e ricomposizione dei mercati mondiali. L’obiettivo è quello di contrastare quella che viene definita una “entropia efficientistica”, vale a dire un processo di dura selezione economica darwiniana che, premiando i più forti e facendoli diventare più forti, penalizza i più deboli facendoli diventare più deboli, con l’inevitabile esito di un aggravarsi delle diseguaglianze e dell’instabilità sociale. E quindi, alla fine, con una grave minaccia alla sopravvivenza del sistema capitalistico di mercato.

Dunque, una cura in parte preventiva e in parte terapeutica dedicata al capitalismo senza troppe regole a favore di un capitalismo capace di correggersi e riformarsi. Prima, cioè, che l’efficienza cattiva scacci quella buona. In questa chiave, l’analisi e le proposte di Martin appaiono rivoluzionarie solo nell’essere idee di grande buon senso. Anche se la loro applicazione richiede un grado di approvazione e di condivisione che, almeno allo stato attuale, appare alquanto difficile da ottenere.

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