START-UP INTERVIEW

Diamante, un gioiello della ricerca al servizio delle persone

Intervista di Cristina Capece a Valentina Garonzi, CEO di Diamante

14 Gennaio 2019

Un team di giovani menti brillanti impegnate nel portare sul mercato i risultati di una innovativa ricerca, tutta made in Italy, per migliorare la diagnosi e la cura di patologie rare. Questa è Diamante, start-up biotech guidata da Valentina Garonzi, appena eletta Best Female Startup of the year 2018 da LEAN-IN the European Women Business Angels (WBAs) Community.

Diamante è un acronimo che sta per Diagnosi di Malattie Autoimmuni mediante NanoTecnologie. Molto complesso, ci spiega meglio in cosa consiste la vostra attività e la vera rivoluzione che avete ideato?

La nostra attività si focalizza sull’applicazione di strumenti biotech all’ambito diagnostico e terapeutico. L’innovazione consiste nello sviluppo di una tecnologia di modificazione genetica dei virus e nell’utilizzo di piante come bioreattori per la produzione di nuovi strumenti che possono essere impiegati per la diagnosi di malattie autoimmuni. Nello specifico innestiamo un piccolo pezzettino di proteina (peptide) su dei virus vegetali, innocui per l’uomo, e infettiamo con essi delle piante. Questo virus geneticamente modificato si riproduce all’interno della pianta che, di fatto, funziona da bioreattore in quanto va a riprodurre le particelle virali in grande quantità. Queste particelle virali che espongono il peptide d’interesse vengono poi estratte dalle foglie tramite una serie di passaggi in laboratorio e vengono poi utilizzate come reagente diagnostico. Il reagente messo a contatto con il siero del paziente è in grado di identificate la presenza di determinati anticorpi nel sangue per capire se la persona è affetta dalla malattia o meno. L’utilizzo di queste particelle virali permette di migliorare notevolmente le performance diagnostiche dato che la struttura dei virus garantisce una maggiore stabilità e un’elevata esposizione del peptide d’interesse agli anticorpi.

 

Ci descrive meglio il prodotto e le sue possibili applicazioni?

Attraverso il sistema che abbiamo elaborato è possibile diagnosticare in modo rapido e definitivo se una persona è affetta o meno da una determinata patologia. La prima applicazione di questa tecnologia che abbiamo approfondito è legata alla sindrome di Sjogren (SjS), malattia autoimmune che colpisce principalmente le donne (l’incidenza è di circa 7 casi ogni 100.000 abitanti). La sindrome di Sjogren, caratterizzata dall’autodistruzione delle ghiandole lacrimali e salivari, causa secchezza delle fauci, oculare e altri problemi. Al momento è molto difficile riconoscere questa sindrome perché non esiste una tecnologia che consenta la diagnosi in tempi inferiori ai quattro anni. Abbiamo quindi ideato il Pi-greek, un kit che sfrutta un marker specifico della malattia e la nostra tecnologia innovativa per diagnosticare la sindrome attraverso un’analisi del sangue. Questa è solo la prima applicazione, la nostra tecnologia è molto versatile e potrà essere utilizzata per riconoscere altre malattie e per lo sviluppo di terapeutici.

 

Come è nata l’idea di utilizzare le piante per la produzione di virus vegetali modificati?

Diamante nasce da una ricerca di Linda Avesani (ora Scientific Manager della società) inserita all’interno di un progetto più ampio ottenuto dal Ministero dell’Economia. Linda Avesani grazie al suo background da ricercatrice in biotecnologia ha avuto l’intuizione di utilizzare le piante come bioreattori e con l’aiuto di Roberta Zampieri (attuale Presidente di Diamante) è stato possibile sviluppare la prima applicazione della tecnologia sulle malattie autoimmuni. Compresa la portata scientifica e imprenditoriale della scoperta, è stata commissionata una prima validazione scientifica al laboratorio di medicina dell’Università di Verona che ha dato esiti molto positivi e da lì è partita la prima applicazione sulla sindrome di Sjogren. A breve partirà una nuova validazione scientifica su un campione più ampio realizzata in collaborazione con una multinazionale italiana.

                                        

Ci parli della vostra squadra per la maggioranza femminile. Quali sono le sfide più toste che dovete affrontare in ambito scientifico e imprenditoriale?

Al momento siamo 8 soci di cui 3 sono le fondatrici principali: Linda Avesani, Roberta Zampieri e la sottoscritta. Contiamo due sole quote azzurre. In generale siamo un team molto giovane che ha avuto il merito di proporre un’innovazione assoluta e spesso ci siamo dovuti confrontare con l’accusa di scarsa esperienza. Crediamo fermamente nel valore del nostro lavoro e nel servizio che forniamo alle persone malate. Guardiamo ai risultati indipendentemente dall’età o dal genere dei nostri collaboratori.

 

Avete vinto già numerosi premi e ottenuto successo e riconoscimenti. Cosa avete in mente per il futuro? E quali traguardi vi aspettate di raggiungere?

Abbiamo ottenuto diversi riconoscimenti e da un anno siamo parte del progetto HORIZON 2020 Pharma Factory con il quale stiamo lavorando in vari ambiti di ricerca che prevedono l’applicazione della nostra tecnologia alla diagnosi di altre malattie autoimmuni per lo sviluppo di sistemi diagnostici e terapeutici. Oltre a questo, le nostre competenze in ambito di plant molecur farming ci permettono di avere a disposizione le più svariate tecnologie e di offrire ai clienti servizi di espressione e purificazione di proteine di interesse farmaceutico o industriale utilizzando le piante. Inoltre, offriamo il servizio di analisi di espressione genica tramite la tecnologia dei microarray.

A oggi, il primo obiettivo di Diamante è riuscire a portare sul mercato il kit Pi-greek, arrivando a sviluppare un vero prodotto. La sfida più grande in ambito biotech è proprio riuscire a trasferire sul mercato i frutti della ricerca. Per quanto ottimi, è davvero difficile commercializzare i risultati di uno studio scientifico. Intendiamo portare il Pi-greek negli ospedali e nei laboratori di analisi a livello mondiale. L’altra grande sfida che stiamo affrontando è quella di trovare nuovi ambiti applicativi della nostra tecnologia. Infine, vogliamo mantenere la nostra sede in Italia con l’intento di dare lavoro a ricercatori che operano in questo settore e che spesso sono costretti a emigrare all’estero per le scarse opportunità disponibili dentro e fuori le università italiane.


Con la rubrica Start-up Interview, HBR Italia avvia un ciclo di interviste con lo scopo di presentare giovani imprese innovative con potenziale di crescita. Segnalazioni e candidature possono essere inviate alla redazione della rivista e verranno valutate in modo imparziale e indipendente (capece@hbritalia.it).

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