EDITORIALE

La transizione del lavoro

Dicembre 2021

La transizione del lavoro

NATHALIE LEES

Il mondo del lavoro sta cambiando a un ritmo inatteso e le aziende ne stanno prendendo atto con qualche esitazione e qualche ritardo. In effetti, il quadro è in continuo cambiamento ed è composto da spinte disomogenee, talvolta contradditorie. Lo Speciale di questo numero ne dà, per quanto possibile, conto.

Dopo le chiusure del 2020 e della prima parte di quest’anno, la parola d’ordine è il rientro al lavoro in presenza. Senza che, tuttavia, si rinunci a parziali componenti di lavoro da remoto. Dunque, lavoro ibrido, ma con quali caratteristiche?

Le imprese non sono tutte uguali e neppure le persone. Accanto a situazioni in cui tende a prevalere, anche in grandi multinazionali, la spinta alla “normalizzazione”, con un ritorno in presenza quasi totalitario, ve ne sono altre che continuano a ritenere premiante un’organizzazione delle attività basata sul lavoro da remoto.

I motivi per ambedue sono significativi. Molte mansioni necessitano di interazioni fisiche continue, talvolta formali e talvolta informali. L’organizzazione del lavoro e lo schema dei riporti si rivelano troppo complessi per potere essere efficacemente gestiti a distanza. I leader in molte occasioni temono di perdere il controllo. I dipendenti sono, a loro volta, preoccupati per le loro carriere, laddove non siano chiari i parametri di valutazione delle performance. Né sono, malgrado i valori di partenza possano essere teoricamente differenti, felici i nuovi assunti: millennial o Gen Z di certo in partenza privilegiano qualità della vita e valori motivazionali, ma è ben chiaro che nel lavoro a distanza l’onboarding è più problematico e le prospettive di carriera più indecifrabili.

Sull’altro lato, molte organizzazioni apprezzano il vantaggio di ridurre o eliminare gli spazi fisici, ricavandone benefici economici anche significativi. Riescono, o ritengono di riuscire, a organizzare il lavoro per obiettivi rinunciando a, o minimizzando le, strutture funzionali; e non temono effetti negativi sulla produttività o sulla sicurezza informatica. Hanno la capacità di sfruttare al meglio le tecnologie di comunicazione e sono in grado di definire in modo chiaro e apprezzabile i compiti e le retribuzioni connesse. Tutto questo piace a molti lavoratori, che nei mesi delle chiusure hanno riscoperto abitudini dimenticate: un migliore equilibrio fra vita e lavoro, la migliore gestione del tempo garantita anche dalla mancata necessità del pendolarismo, la maggiore autonomia professionale.

Dunque, come si legge anche nel supplemento Il tempo ritrovato di Open Knowledge, siamo in una fase di transizione in cui si stanno modificando in direzioni diverse i tradizionali assetti del lavoro. Con un effetto addizionale, questo sì veramente inatteso: nonostante le difficoltà del periodo, vi è un numero crescente di dipendenti che abbandonano il lavoro. Il fenomeno è relativamente recente e le prime indagini indicano che le nuove abitudini instaurate nel periodo delle chiusure hanno portato molti a riconsiderare le proprie scelte di vita, all’interno delle quali il lavoro rappresenta chiaramente un fattore fondamentale.

A livello macro, queste fuoruscite dal mondo del lavoro iniziano a essere avvertite e tendono a sommarsi a una realtà già ben nota, che è quella di disallineamenti e scompensi tra offerta e domanda di lavoro. Molte sono le imprese, in Italia come negli Stati Uniti, che fanno fatica a trovare nel mercato del lavoro le competenze necessarie. Né è sempre possibile formare o riaddestrare la forza lavoro nelle dimensioni e nei tempi richiesti. La conseguenza è che si è venuto a creare un mercato del lavoro con stretti margini di manovra che, a livello generale, non consente di riassorbire la disoccupazione esistente come sarebbe invece auspicabile e possibile. E su questi aspetti vale la pena di leggere il supplemento di Gi Group, dedicato alle politiche attive del lavoro.

Occorre, infine, considerare il fattore tecnologico. Negli anni scorsi sono emersi interrogativi sull’effetto occupazionale delle nuove tecnologie legate a robotica e intelligenza artificiale. A una fase iniziale in cui tendevano a prevalere timori sugli effetti di sostituzione, sono subentrate valutazioni più equilibrate secondo le quali non di sostituzione si tratta bensì di complementarietà, e si è introdotta l’espressione di “intelligenza aumentata” per sottolineare la collaborazione tra uomo e macchina. È questo, però, un ulteriore elemento del quadro che non sembra oggi sufficientemente tenuto presente ma che, con ogni probabilità, rende ancora più complessa la gestione del mondo del lavoro e delle organizzazioni.

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