SISTEMA MONDO

Una legge di bilancio che ignora il futuro dell’Italia

Emilio Rossi e Nicola Nobile

30 Novembre 2018

Il Parlamento sta lavorando alla definizione delle misure da approvare all’interno della legge di bilancio e, al di là delle schermaglie sui singoli provvedimenti, al momento nulla lascia presagire un contenimento dello squilibrio di finanza pubblica rispetto a quanto presentato dal governo Conte a ottobre. Alla fine di ottobre il Presidente Mattarella aveva firmato e indirizzato al Parlamento la legge di bilancio ma aveva ritenuto opportuno aggiungere, con procedura corretta ma alquanto inusuale, una nota di richiamo alla “stabilità finanziaria” e «a sviluppare - anche nel corso dell'esame parlamentare - il confronto e un dialogo costruttivo con le istituzioni europee».

Il richiamo alla stabilità era apparso quanto mai appropriato, a fronte dell’incertezza manifestatasi sui mercati finanziari riguardo alla sostenibilità della manovra per un Paese con un elevato livello di debito. Tale incertezza si era concretizzata nel forte rialzo dello spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi e al contempo nella riduzione ancora più cogente dello spread con i titoli di altri Paesi dell’eurozona, inclusi quelli greci.

Altrettanto appropriata era apparsa l’attenzione del Presidente al dialogo con le istituzioni europee, a fronte di un atteggiamento governativo orientato invece allo scontro e alla irremovibilità dalle proprie posizioni. Nelle settimane precedenti, la Commissione Europea aveva inviato due lettere di richiamo al governo Conte, facendo riferimento all’elevato debito italiano, alla flessibilità concessa dalla CE a fronte del mancato rispetto già per il 2018 da parte italiana delle regole di riduzione del rapporto debito/Pil (che ne prevedono una riduzione di 3% all’anno) e al programma di rientro dal medesimo concordato tra Italia e Unione Europea nella scorsa primavera. Tale programma di rientro, nella legge di bilancio 2019 presentata dal governo Conte, era ed è rimasto invece esplicitamente rinviato nel tempo e diluito nella dimensione, con una previsione del livello del rapporto debito/Pil per i prossimi anni significativamente più elevato di quanto concordato a maggio 2018.

La posizione più volte ribadita nelle dichiarazioni ai media dal governo Conte di non voler considerare i rilievi fatti dalla Commissione Europea è stata poi confermata ufficialmente con la risposta inviata il 13 novembre, in cui si ribadivano le motivazioni sottostanti alle misure incluse nella manovra, lasciando invariati i numeri sia del quadro economico che dell’indebitamento, con l’unica concessione di un programma di privatizzazioni pari a 1% del Pil. Indipendentemente dalla decisione sull’avvio della Procedura d’infrazione da parte della CE, la manovra di bilancio 2019 appare basata su ipotesi irrealistiche e destinata a creare seri problemi per la sostenibilità futura delle finanze pubbliche del Paese – in misura molto più grave di quanto ereditato dalla crisi finanziaria e dai Governi precedenti (che pure avrebbero potuto e dovuto occuparsi con maggiore decisione del rilancio della produttività del sistema Paese).

Le ipotesi macroeconomiche per il triennio 2019-21 fatte dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano per la valutazione di entrate e spese relative alle finanze pubbliche italiane sono apparse da subito eccessivamente ottimistiche, tanto da subire la bocciatura dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e da attrarre forti critiche da parte di tutti i maggiori centri di ricerca economica. Tali giudizi negativi richiamavano l’attenzione su un quadro della crescita globale ed europea in peggioramento nonché su fattori endogeni come l’impatto atteso dalla manovra proposta dal Governo o come la fiducia di imprese e famiglie (a sua volta influenzata significativamente dalla manovra stessa).  A fronte di una economia in deterioramento per fattori esterni e per fattori indotti dalla manovra stessa, il percorso di rientro dal debito è oggi ancora più arduo rispetto a quanto presentato dal governo italiano al Parlamento e messo sotto scrutinio dalla Commissione Europea.

Premessa al pessimismo sulla previsione di crescita del Pil 2019 (secondo Oxford Economics intorno allo 0,6% contro 1,5% ipotizzato dal Governo) sono i dati negativi sull’economia italiana, sia per il terzo trimestre 2018 che per i dati di produzione industriale e di fiducia rilasciati dall’ISTAT. Questi dati diventano ancora più preoccupanti dato il quadro globale ed europeo già grigio e in rallentamento negli ultimi mesi e previsto in ulteriore rallentamento per il 2019. Registrato anche il crollo della fiducia delle imprese al di sotto del valore che indica attese di recessione, la crescita attesa del PIL per il 2018 intorno a 1%, con un effetto di trascinamento della crescita sul 2019 prossimo allo zero.

L’importanza del quadro europeo per l’Italia non necessita di particolari analisi. Sia sufficiente considerare che da almeno due decenni l’Italia presenta tassi di crescita del PIL di circa un punto percentuale più bassi di quelli tedeschi e medi europei – un periodo così lungo è interpretabile come determinato da fattori strutturali. La Germania è a sua volta in rallentamento, e pur pianificando una manovra espansiva per il 2019 difficilmente andrà oltre una crescita dell’1,5% nel 2019.  Una manovra di bilancio espansiva del governo italiano potrebbe (temporaneamente) ridurre il gap strutturale con gli altri Paesi europei, ma gli effetti moltiplicativi della manovra implicitamente riportati nella manovra appaiono ottimistici e con tutta probabilità saranno compensati (o anche più che compensati) in negativo da alcuni elementi importanti:

1)     la composizione e la tipologia delle misure nella legge di bilancio (sostanzialmente spese assistenziali e improduttive, con poche risorse destinate a investimenti, contenuti tagli di imposte a fronte di aumenti per le imprese e le banche) implica un moltiplicatore complessivo più contenuto di quanto atteso dal Governo (come peraltro valutato anche dall’ISTAT).

2)     alcune misure saranno implementate in corso d’anno, come ad esempio il reddito di cittadinanza che necessiterà di alcuni mesi di avvio a causa dei paletti operativi indicati dal Governo stesso.

3)     lo spread rimarrà su livelli elevati e simili agli odierni data la scarsa compatibilità della manovra con un percorso di rientro del deficit condivisibile dalla Commissione Europea.

4)     l’elevato livello dello spread impatta negativamente sul settore bancario e sulla disponibilità del credito per imprese e famiglie.

5)     la combinazione dei punti 3 e 4 impatterà negativamente sulla fiducia delle imprese e delle famiglie

A preoccupare è in particolar modo la scarsa attenzione alla produttività complessiva e all’innovazione del sistema Italia. Da questo punto di vista appaiono gravi e allo stesso tempo sintomatiche l’abolizione prevista della misura relativa al superammortamento e la riduzione del 50% dell’iperammortamento. Vengono invece privilegiate misure assistenziali come il reddito di cittadinanza e l’accorciamento dell’età pensionabile, misure che dovranno essere finanziate dal mondo dell’imprenditoria e del lavoro e che pagheranno anche e soprattutto le generazioni future. Questi elementi appaiono rivelatori di un approccio punitivo nei confronti sia delle imprese che delle nuove tecnologie, unici fattori che possono proiettare nel futuro un paese del G7 come l’Italia.

Occorre augurarsi che nelle ultime settimane prima dell’approvazione definitiva della manovra il Governo si ravveda e che il ministro Tria (con l’appoggio magari del Presidente Mattarella) sia in grado di far cambiare l’impianto della manovra. O saranno guai seri per tutti.

 

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