SISTEMA ITALIA

Il nuovo Piano Nazionale Impresa 4.0. Tra (poche) luci e (molte) ombre

Giovanni Miragliotta e Marco Perona

30 Novembre 2018

Il Piano Nazionale Industria 4.0 (poi Impresa 4.0) lanciato nel 2016 ha rappresentato uno shock positivo per la manifattura Italiana. Le aziende sono tornate a investire in modo cospicuo dopo anni di quasi immobilità (+9% nel 2017 ) e a far crescere il valore aggiunto manifatturiero (+2,1% nel biennio 2016-171), in particolare quelle dell’offerta di macchinari, tecnologie e servizi avanzati, che hanno visto incrementi anche dell’ordine del 30%  del loro mercato.

Partendo da quel provvedimento, la nuova versione del Piano Nazionale Impresa 4.0 (attualmente all’esame del Parlamento) prevede le seguenti modifiche principali: una riconferma del beneficio dell’iper-ammortamento, che viene rimodulato al ribasso per investimenti di cospicua entità (una modifica introdotta per favorire le PMI, ma che potrebbe avere un effetto di disincentivo per i grandi investimenti); la cancellazione del super-ammortamento per beni strumentali generici, parzialmente sostituito dalla mini-IRES al 15% sugli utili reinvestiti (misura questa che appare inadeguata, come si dirà più avanti) e la cancellazione degli incentivi a vantaggio della formazione sui temi di Industria 4.0.

Così formulato, il nuovo piano purtroppo non prefigura l’auspicato rilancio e potenziamento dell’azione pubblica avviata nel 2016, ma anzi una sua restrizione. Su questa versione del provvedimento, attualmente all’esame delle Camere, vorremmo dare sia un giudizio di merito che di metodo: entrambi non del tutto positivi.

Nel metodo, se ripercorriamo la genesi del primo provvedimento (Piano Nazionale Industria 4.0, o Piano Calenda, pubblicato nell’autunno 2016), esso fu frutto di un importante lavoro di confronto e di concerto tra le numerose parti che erano coinvolte, a vario titolo, nella trasformazione industriale e manifatturiera Italiana (industriali ed imprenditori, accademia, sindacati, fornitori).

Da tale confronto è emerso un Piano che ha dimostrato – nel merito – di avere numerosi pregi. Ne citiamo quattro, i più importanti:

•          Ha incrementato il livello di consapevolezza sulla trasformazione digitale della manifattura, attirando in modo efficace l’attenzione anche del più disattento degli imprenditori e/o dei manager.

•          Ha adottato un meccanismo di grande semplicità e immediatezza, quello del moltiplicatore di ammortamento per investimenti in beni materiali (e taluni software 4.0), investimenti di cui il Paese aveva estremo bisogno per svecchiare rapidamente il parco macchine delle nostre imprese, drammaticamente invecchiato dai tempi della crisi finanziaria del 2009.

•          Pur nella semplicità del meccanismo, ha posto delle condizioni di eleggibilità corrette e lungimiranti quali la connessione dei macchinari ai sistemi informativi aziendali e il vincolo di fare ricorso solo a collegamenti e a metodi d’indirizzamento basati su specifiche esplicitamente documentate, disponibili pubblicamente e internazionalmente riconosciute.

•          Infine, favorendo gli investimenti in nuovi macchinari, la norma ha sviluppato il proprio impatto sull’intera della catena del valore, avvantaggiando non solo le imprese utilizzatrici, ma anche le tante eccellenze italiane produttrici di macchinari e beni strumentali, e quindi creando un secondo positivo effetto indotto sulla nostra economia (a differenza, ad esempio, di quanto accadde con i benefici che furono concessi al fotovoltaico, di cui beneficiarono i produttori del Far East).

In sintesi, da un metodo di lavoro corretto, nacque un piano che si rivelò molto efficace anche nel merito.

Ora, in questa diversa fase storica, superata l’emergenza del 2016-2017 (quando – si ricorderà - l’Italia era l’unica potenza manifatturiera al mondo priva di un piano nazionale), è necessario un nuovo importante sforzo di concertazione e di raccolta delle migliori energie di pensiero del Paese, per far evolvere il nuovo piano, in modo ancora più ambizioso, da questo buon punto di partenza.

Da diverse parti si sottolineò già nel 2016, e noi stessi lo condividemmo, come aver focalizzato l’effetto di incentivo sui soli investimenti (CAPEX) abbia avuto il pregio dell’immediatezza e della semplicità, ma abbia lasciato fuori una parte rilevante del potenziale cambiamento sottostante a Industria 4.0. Facciamo ad esempio il caso di un’azienda manifatturiera che, dopo avere rinnovato il parco macchine con nuovi macchinari interconnessi, voglia: dotarsi di un applicativo di supporto all’Ingegneria e all’R&D che si possa interconnettere con i nuovi macchinari per trasmettere i programmi di esecuzione dei pezzi; utilizzare i dati caricati nel cloud dai nuovi macchinari per sviluppare degli analytics di manutenzione predittiva attraverso un’opportuna piattaforma; ed infine proteggere i dati generati tramite un applicativo di CyberSecurity. Ebbene, essa si scontrerebbe con il fatto che tutti gli applicativi e le piattaforme menzionate, sono oggi offerti con modelli “As a Service”, in cui non si acquista un asset (materiale o immateriale), ma il suo utilizzo, con degli abbonamenti periodici, che con l’attuale formula legata alle sole quote di ammortamento sono pertanto esclusi da ogni incentivo pubblico, come se non fossero invece complementi essenziali alla piena connettività delle macchine e, più in ampio, per la piena realizzazione del paradigma 4.0. E’ chiaro che includere anche queste azioni in una nuova versione del piano avrebbe richiesto uno sforzo di comprensione dello scenario tecnologico e applicativo superiore a quello del meccanismo dell’iper-ammortamento, ma questo è quello di cui c’è bisogno adesso, e va fatto.

Lo stesso dicasi della formazione: un corpus sempre più rilevante di esperienze vissute sul campo e di ricerca empirica mostra, ormai senza tema di smentita, che il semplice acquisto di nuovi macchinari interconnessi, o anche di applicativi di ultima generazione, non garantisce di per sé il raggiungimento dei vantaggi sperati, ma deve essere supportato dall’acquisizione di nuove competenze che permettano effettivamente di mettere a terra il potenziale delle nuove tecnologie, sotto forma di nuovi modelli di business, nuovi processi, nuovi servizi a valore aggiunto, prodotti migliorati ed interconnessi. C’è quindi bisogno anche di spostare risorse dall’investimento in capitale fisso e tecnologie, verso la formazione. Il fatto che il credito di imposta a vantaggio della formazione (introdotto nella versione 2017 del Piano Nazionale Impresa 4.0) non sia stato così prontamente recepito dalle imprese quanto la facilitazione di investimento in beni strumentali avrebbe dovuto aprire un deciso processo di riflessione, perché come è inutile acquistare una vettura potente e performante senza preparare adeguatamente il suo pilota, così è inutile acquistare un macchinario connesso e che genera grandi quantità di dati senza sapere come immagazzinarli, analizzarli, sfruttarli e proteggerli. In sintesi, senza formazione o non si sfrutterà appieno il potenziale degli investimenti realizzati, oppure, se si tenterà di farlo, ci si farà del male.

Infine, sebbene sia importante guardare all’innovazione e al futuro, non meno importante è rafforzare la produttività corrente delle imprese; da questa prospettiva, l’introduzione della mini-Ires al 15% sugli utili reinvestiti non ci pare una misura sostitutiva della cancellazione del super-ammortamento, come nelle intenzioni del Governo: troppo esigua nella sua portata e limitata nella sua immediata efficacia.

Queste sono, a nostro avviso, le principali evoluzioni che, nel merito, sarebbe necessario imprimere al nuovo Piano Nazionale Impresa 4.0. E crediamo che il metodo corretto per arrivare alla migliore formulazione del nuovo piano sarebbe di riaprire una nuova fase di confronto con tutte le parti portatrici di conoscenza, e di valutare insieme (politica e società) cosa e come fare, evitando un processo di decisione chiuso e autoreferenziale. Partendo da un contesto più consapevole ed evoluto di quello precedente, e potendo toccare con mano sia il considerevole successo sia anche i (pochi) punti deboli del Piano Calenda, il nuovo piano Impresa 4.0 deve osare di più, completando il già buon impianto precedente con gli aspetti meno banali e più profondi del cambiamento digitale, ovvero quelli legati alla formazione delle persone (dagli operatori diretti agli imprenditori) e all’introduzione del paradigma della virtualizzazione nei processi e nei sistemi delle imprese manifatturiere.

Questo governo ha mostrato sensibilità verso il tema dell’innovazione digitale, aprendo altri fronti di investimento e partecipazione internazionale su temi importanti per il futuro digitale del Paese, come blockchain e Intelligenza artificiale. È un fatto positivo, tuttavia un piccolo investimento su temi promettenti ma che ancora devono dispiegare il proprio potenziale non può compensare un provvedimento timido e incompleto su un processo di trasformazione fondamentale, maturo e dai chiari ritorni, come l’Industria 4.0.

Noi auspichiamo quindi che l’esecutivo si apra al confronto sulla nuova versione del Piano, trovando mezzi e modi per arricchirlo nelle direzioni che abbiamo provato a suggerire, e dove pensiamo che si coglierebbero i maggiori risultati per lo sviluppo del Paese.

 

 

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