SISTEMA ITALIA

L’improponibile pasticcio delle chiusure domenicali

Mario Resca

03 Aprile 2019

Con l’Italia tecnicamente in recessione, la produzione in calo nonostante l’incremento dell’1,7% di gennaio 2019 (che non compensa le variazioni negative degli ultimi 6 mesi) e preoccupanti prospettive per il futuro del nostro Paese dopo le Europee, vorrei porre sul tavolo la questione delle chiusure festive obbligatorie dei negozi da un massimo di 44 giorni a un minimo di 26 a seconda delle scelte spettanti alle singole Regioni.

C’è da chiedersi, infatti, come sia possibile che il Governo sostenga la necessità di un provvedimento tanto urgente a fronte di una situazione economica tanto preoccupante. L’Italia ha un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa insieme a Spagna e Grecia. Vi è uno stallo sulle infrastrutture con cantieri bloccati per un importo complessivo di 24,3 miliardi di euro (poco meno di quanto valeva l’ultima legge di bilancio), una lista di 600 grandi opere ferme che potrebbero creare 380mila posti di lavoro e ancora si insiste a voler chiudere i negozi.

Possiamo permetterci di perdere fatturati, posti di lavoro, consumi e di incidere sull’intera filiera produttiva con una misura antistorica, che impatta direttamente sui 20 milioni di consumatori che fanno abitualmente shopping la domenica? Il lavoro domenicale è già una realtà per 4,7 milioni di lavoratori in Italia nei diversi settori, pur posizionandosi il nostro Paese tra gli ultimi in Europa per lavoro festivo, e non contrasta con il diritto dei lavoratori al riposo settimanale, che deve essere tutelato garantendo il rispetto delle condizioni contrattuali che prevedono turni, giorni di riposo e incrementi retributivi per il lavoro nei festivi. Cosa significa tenere chiusi i negozi per 44 domeniche su 52, derogabili a 26?

Bain & Company ha elaborato per Confimprese una valutazione sull’impatto delle chiusure domenicali sul retail: il fatturato del settore risentirà in maniera significativa della riduzione delle aperture con una stima di calo fino al 2,6% a regime sul totale comparto, del 3,8% nei punti vendita fisici, tenuto conto del peso significativo delle domeniche nelle abitudini di acquisto pari al 10-20% del fatturato. Nel primo anno post intervento i punti vendita registreranno un calo tra il 2,9% e il 5,5% a seconda dello scenario, in quanto il fatturato della domenica non può essere recuperato nel brevissimo termine, mentre nel lungo termine si potrà recuperare la parte programmata degli acquisti, perdendo comunque gli acquisti d'impulso.

Si stima una perdita occupazionale da 100 a 150mila posti di lavoro a seconda che le chiusure siano 44 o 26. La diminuzione del monte ore lavorate (almeno il 13% sul totale impiego del settore) porterà a una flessione del totale delle risorse impiegate in un settore che garantisce lavoro anche alle fasce più deboli come le donne (62% del totale dipendenti del commercio al dettaglio) e i giovani (dipendenti sotto i 30 anni: 23% del commercio al dettaglio contro 15% negli altri settori dell'economia).

Le risorse “liberate” potrebbero solo in minima parte essere riassorbite durante la settimana, dato che il numero di persone nei negozi è legato a dimensioni del punto vendita, numero di casse, mansioni e orari di apertura e scarsamente al traffico, che si andrebbe a rispalmare in settimana. Inoltre una parte dei lavoratori domenicali è part-time o quasi interamente utilizzata per i festivi. Gli impatti negativi di fatturato porterebbero diversi punti vendita a profittabilità negativa con conseguenti chiusure e perdita di posti di lavoro.

Uno scenario davvero a tinte fosche. Preoccupante. Anacronistico. Non torniamo indietro. Non riportiamo il nostro Paese in uno stato di arretratezza economica e culturale che non fa onore alle bellezze del made in Italy che tutto il mondo ci invidia. Poniamo piuttosto le basi per una crescita costruttiva dell’economia legata alla libertà di fare impresa.

 

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