LE PERSONE AL CENTRO

Contro la cultura del non lavoro

Paolo Iacci

03 Aprile 2019

Il nostro Paese è ufficialmente entrato in una nuova recessione. Vi sono cause recenti e altre più antiche. Sicuramente sullo sfondo vi è un diffuso sentiment anti-industriale non nuovo in Italia, che però oggi si accompagna a un’inedita cultura del non lavoro.

Anche nei momenti di maggiore scontro sociale, infatti, il lavoro rappresentava per tutti il primo elemento di coesione sociale. Perfino le ideologie più fortemente antagoniste individuavano nel lavoro la possibilità di riscatto sociale degli ultimi e di ricchezza per tutti. La piena occupazione era il primo obiettivo di ogni tipo di sindacato, di qualsiasi orientamento questo fosse. Oggi non è più così.

Viviamo in un contesto sociale dove, nella percezione collettiva, la felicità non è più frutto del lavoro, ma può essere più facilmente ottenuta “dopo” il lavoro, se non addirittura “malgrado” il lavoro. Per i baby boomer, e ancor di più per la generazione che li aveva preceduti, il lavoro era il momento della socialità adulta e la leva per ottenere indipendenza personale. Un modo per realizzarsi e non una prigione da cui evadere. Non a caso assistiamo all’espandersi del fenomeno dei neet, acronimo inglese di not (engaged) in education, employment or training: ormai sono il 25,7% della popolazione tra i 18 e i 24 anni.

Non solo: è tornato anche il mito del posto fisso alla Zalone, dopo decenni di ostracismo sociale. Una volta, per un ragazzo giovane, aspirare all’impiego pubblico come mezzo di sicurezza a basso sforzo era sinonimo di precoce fallimento. Oggi il più delle volte è la massima aspirazione, socialmente accettata, ma in gran parte frustrata da un sistema produttivo vissuto aprioristicamente come ostile. Tutte le più recenti indagini (ad es, SWG o Randstad Workmonitor) indicano come l’impiego pubblico sia al primo posto tra le aspirazioni dei giovani tra i 16 e i 29 anni, con percentuali superiori al 50%.

Per tutto l’anno scorso l’attenzione del sindacato è stata tutta su quota 100 anche se questo inevitabilmente penalizzerà i giovani, mentre l’opinione pubblica del Mezzogiorno è in larga maggioranza a favore di un reddito di cittadinanza che, mancando il funzionamento dei Centri per l’impiego, si tradurrà inevitabilmente in un’operazione assistenzialistica. Ben venga un Patto del lavoro tra tutti i rappresentanti dei produttori. Anche per aiutare le fasce più deboli la risposta è più impresa e più lavoro e non solo inerte assistenzialismo. L’assistenza ovviamente è molto importante ma questa non può sovrapporsi alla centralità del lavoro e di chi lo crea.

La “cultura del lavoro” oggi invece si contrappone a una pervasiva “cultura del sociale” che vede nel lavoro un ostacolo esistenziale da cui liberarsi in qualsiasi modo possibile. Il soggetto cerca di ritrarsi, un po’ come lo scrivano Bartleby di Melville. Nelle imprese si percepisce questo atteggiamento sempre più passivo e atonico. Nella lotta tra paura e desiderio che sembra segnare il tempo moderno, l’effetto deleterio cui stiamo assistendo è l’apatia di un corpus sociale talvolta rabbioso, altre volte distaccato, comunque lontano dal considerare il lavoro come leva di scambio tra adulti nelle organizzazioni. A questo atteggiamento mentale credo debba essere contrapposta una cultura per cui il benessere e la felicità sono possibili non dopo il lavoro o malgrado il lavoro, ma grazie al lavoro. Una cultura in cui noi siamo i padroni del nostro destino e non il network in cui siamo inseriti, più per fedeltà che non per merito reale.

Un approccio alla vita non più passivo e fatalista, ma attivo e intraprendente, dove il lavoro non sia un diritto per grazia ricevuta, a cui qualcun altro deve provvedere, ma un’opportunità di cui ognuno di noi dev’essere garante per sé stesso. Un lavoro ben fatto vale in quanto tale, perché afferma la nostra identità e la nostra capacità di dare senso alle cose. Una ragione ci ha unito in questi anni: la convinzione che la centralità del soggetto e del lavoro come fonte di scambio tra uguali vuol dire porre il tema della libertà nel lavoro e grazie al lavoro. È una motivazione fondamentale: preserviamola, non abbandoniamola.

 

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