ORGANIZZAZIONE

RISTRUTTURARE O RICONFIGURARE?

PROGETTARE LA RIORGANIZZAZIONE IN FUNZIONE DELLE VOSTRE ESIGENZE SPECIFICHE

STÉPHANE J.G. GIROD E SAMINA KARIM

Aprile 2017

Per adeguarsi a condizioni di mercato in continuo cambiamento, le imprese devono riorganizzarsi spesso. Ma i leader ricevono consigli discordanti su come e quando farlo. L’azienda ha bisogno di una nuova struttura o dovrebbe solo rimaneggiare la struttura in essere? I benefici di una riorganizzazione saranno superiori ai costi? L’operazione può essere portata a termine prima che le condizioni esterne si modifichino nuovamente? Fino a che punto dovrebbero arrivare i cambiamenti?

Negli ultimi tre decenni, abbiamo cercato di aiutare gli executive a rispondere a queste domande con ricerche qualitative e quantitative sui due tipi principali di riorganizzazione. La ristrutturazione comporta la modifica dell’archetipo strutturale intorno al quale le risorse e le attività vengono raggruppate e coordinate. Le aziende si organizzano quasi sempre per funzione, per linea di business, per segmento di clientela, per piattaforma tecnologica, per aree geografiche o intorno a una matrice che combina questi elementi. Nel 2013, la trasformazione di Microsoft, passata da un modello organizzativo imperniato sulle linee di business a un modello organizzativo imperniato sulle funzioni – Engineering, Marketing, Business Development and Evangelism, Strategy and Research - è un esempio significativo. La riconfigurazione comporta l’aggiunta, la suddivisione, il trasferimento, la combinazione o la chiusura di business unit senza modificare la struttura di base dell’azienda. Nel 2016 Novartis ha riconfigurato le quattro business unit globali facendole diventare cinque tramite lo split della divisione Pharmaceuticals nelle divisioni Oncology e Pharmaceuticals. Gli obiettivi sono analoghi per entrambi i tipi di riorganizzazione: accrescere l’innovazione e migliorare, in ultima analisi, la performance. Ma le nostre ricerche dimostrano che il successo è quasi sempre situazionale. Di tanto in tanto le aziende devono ridisegnare le proprie strutture per ridurre il “colesterolo organizzativo” - l’inerzia, le routine consolidate e i centri di potere che minano progressivamente la crescita - o per cambiare direzione strategica a fronte di una grossa trasformazione del settore. E in un’epoca caratterizzata dalla transitorietà del vantaggio competitivo, devono anche adattarsi in continuazione ai cambiamenti che intervengono nel mercato con riconfigurazioni di portata più limitata. Gli executive non dovrebbero scegliere tra evoluzione e rivoluzione. Dovrebbero fare entrambe le cose nel modo giusto e al momento giusto.

Come possono usare più efficacemente ognuno dei due tipi di riorganizzazione? In base alla nostra analisi dei precedenti, dei processi e dei risultati di centinaia di ristrutturazioni e riconfigurazioni, abbiamo sviluppato un modello articolato in quattro parti.

 

CONSIDERATE LA VOSTRA SITUAZIONE SPECIFICA

Per stabilire se dovete rivoluzionare la struttura organizzativa o semplicemente modificarla, dovete tener conto di due fattori: il livello di dinamismo o di turbolenza del vostro settore e il livello di urgenza del riorientamento strategico.

Le nostre ricerche indicano che nei mercati in rapida evoluzione - quelli che fluttuano nelle dimensioni e non hanno barriere all’ingresso - le riconfigurazioni che comportano cambiamenti rapidi e di portata più limitata posizionano meglio le imprese per lo sfruttamento di opportunità di breve durata; in questi ambienti le ristrutturazioni sono troppo lente e farraginose. L’indagine che abbiamo effettuato su una vasta gamma di piccole imprese, di grandi aziende europee, oltre alle imprese statunitensi della classifica Fortune 50, lo conferma chiaramente: le ristrutturazioni hanno fatto calare mediamente i profitti del 2,6% (con una perdita complessiva di 57,1 milioni di dollari per le aziende più grandi che abbiamo analizzato), mentre le riconfigurazioni hanno generato un piccolo incremento dei profitti, nella misura media dello 0,4% (9,6 milioni di dollari per le aziende di maggiori dimensioni). In settori dinamici come la distribuzione al dettaglio, i servizi bancari e l’alta tecnologia, le imprese tendono a riconfigurarsi più che nei settori stabili e a sviluppare routine efficaci per gestire questo tipo di cambiamento.

Ma quando la vostra azienda è alle prese con una grossa disgregazione del settore, le riconfigurazioni spizzichi e bocconi non bastano, ci vuole una ristrutturazione. Come ha detto John Chambers, l’executive chairman di Cisco, una vera trasformazione non può avvenire senza un cambiamento radicale e olistico. IBM ha seguito questo principio per anni, l’ha perso di vista per un po’ e ultimamente è tornata sui suoi passi. Nel 1995, quando Big Blue faticava ad adattarsi alla fine dell’era dei mainframe, l’allora CEO Lou Gerstner e il suo team reagirono con una nuova strategia basata sul servizio e sulle soluzioni, supportata da una matrice “front-back”. In questa nuova struttura, le funzioni interne di progettazione e sviluppo (Technology, Personal Systems, Server e Software Technology Platforms) avrebbero messo a punto soluzioni che il “front office”, ossia la parte dell’azienda che interagisce con i clienti (un nuovo gruppo denominato Worldwide Sales and Services), avrebbe poi commercializzato. L’obiettivo era abbattere i silos funzionali e soddisfare meglio i bisogni dei clienti. La riorganizzazione ha avuto un grandissimo successo.

Per tutti i primi anni Duemila, tuttavia, IBM ha tentato di rispondere al dinamismo del proprio settore affidandosi alle riconfigurazioni. Ha ridimensionato la parte hardware, che dava margini insufficienti, con tutta una serie di chiusure e disinvestimenti, e ha potenziato la parte digitale aggiungendo nuove unità come commercio elettronico, sicurezza, analitiche, Watson, cloud e health care. Anche se l’azienda aspirava ancora a essere un’icona tecnologica all’avanguardia, la sua strategia, incentrata su cambiamenti di modesta entità, le ha impedito di raggiungere quell’obiettivo, e la sua performance ne ha risentito. Oggi, il CEO Ginni Rometty ha messo in cantiere una grossa ristrutturazione a supporto di un riorientamento strategico verso tecnologie di cognitive computing che facilitano “l’Internet delle cose”. L’azienda ha iniziato a smantellare le piattaforme tecnologiche e a sostituirle con business unit integrate che si focalizzano su settori specifici.

 

STABILITE IL VOSTRO RITMO

Tenuto conto del disagio e della tensione che causano, le grandi ristrutturazioni non dovrebbero avvenire troppo spesso. Inoltre richiedono del tempo per dare i loro frutti: le nostre ricerche indicano che anche le più riuscite richiedono da tre a quattro anni per avere un impatto positivo sui profitti. Noi suggeriamo di aspettare almeno cinque anni prima di dare corso a una nuova ristrutturazione - o un tempo più lungo se la vostra strategia richiede solo degli aggiustamenti e non una trasformazione radicale. Quando le organizzazioni sperimentano troppe strutture troppo presto o saltabeccano in continuazione tra vecchi e nuovi archetipi, regna la confusione, e il coinvolgimento, l’innovazione e la performance ne risentono fatalmente.

Quanto alle riconfigurazioni, il ritmo è più condizionato dalla necessità di trovare un equilibrio ottimale. Se sono troppo poche, non acquisirete un’esperienza sufficiente a farle bene. Se sono troppe, finirete per misurare affrettatamente o erroneamente i risultati, per concentrarvi eccessivamente sull’interno e per logorarvi a furia di cambiamenti. In alcuni casi, le riconfigurazioni multiple possono degenerare in una ristrutturazione non voluta che penalizza la performance. Noi abbiamo scoperto che quando le aziende raddoppiano improvvisamente il numero di riconfigurazioni che perseguono in un determinato anno, il risultato è un calo medio dei profitti dell’1% (circa 22 milioni di dollari per le aziende più grandi del nostro campione). Alcune aziende hanno attivato dei cicli di cambiamento così prolungati e persistenti da finire fuori mercato e chiudere definitivamente i battenti. È il caso di Texaco, Digital Equipment Corporation e McDonnell Douglas.

Un’organizzazione che nel corso degli anni sembra aver trovato il giusto equilibrio e il giusto ritmo per ristrutturazioni e riconfigurazioni è Dow Chemical. Dopo le efficaci ristrutturazioni del 1985, del 1995 e del 2000, l’azienda ne ha avviata un’altra nel 2009 per riflettere una nuova direzione strategica conseguente all’acquisizione di Rohm and Haas, specializzata nella chimica fine per usi industriali. Ha adottato una struttura a matrice, con cinque divisioni di business e altrettante regioni geografiche, supportate da un Business Services Group comune e da funzioni centrali potenziate (come l’Engineering e il Manufacturing). Nel frattempo l’azienda ha messo in atto svariate riconfigurazioni. A partire dal 2009, ha eliminato almeno due unità all’anno per concentrarsi sulla chimica fine e avanzata. E almeno una volta all’anno, ha diviso delle attività per formare unità stand-alone focalizzate sul mercato (come il nuovo gruppo Infrastructure Solutions) e unità integrate (fondendo, per esempio, le divisioni Chemicals and Energy). Ora del 2013, i profitti di Dow erano quasi raddoppiati.

 

INVESTITE SUI VOSTRI PUNTI DI FORZA E DIFFERENZIATE

Sia nel caso della ristrutturazione sia nel caso della riconfigurazione, il modo in cui raggruppate e allocate attività e risorse deve basarsi sui vostri punti di forza e differenziare la vostra azienda dai concorrenti. Potrebbe sembrare scontato, ma non tutte le imprese hanno la disciplina che occorre per seguire questa direttiva - o per capire quali pratiche sono più in linea con la situazione in cui si trovano a operare.

Il cambiamento strutturale funziona al meglio quando rinforza i punti specifici di differenziazione di un’azienda anziché i tentativi di imitare le strategie dei concorrenti. Prendete i casi di Citi e HSBC, le uniche due banche veramente universali e globali. Mentre Citi organizza le proprie attività per linee di business, HSBC si affida a una matrice tridimensionale (linee di business-regioni geografiche-servizi funzionali condivisi). La struttura di HSBC, inaugurata nel 2011, è più complicata e costosa da mantenere, ma poiché la strategia della banca è offrire ai clienti servizi finanziari integrati su scala internazionale - in cambio di un sovrapprezzo - il management è convinto che i benefici compensino abbondantemente i costi.

Considerate anche l’azienda di servizi professionali Accenture. Anziché raggruppare i Paesi della regione, come fanno molte società di consulenza, Accenture è organizzata attorno a distinzioni geografiche di natura più strategica. La sua struttura “mercati chiave” si concentra sulle economie sviluppate, promuovendo efficienze internazionali e la standardizzazione dei processi, mentre la struttura “mercati in crescita” si concentra sulle economie emergenti, consentendo una maggiore flessibilità e una maggiore autonomia a livello locale. Procter & Gamble ha usato la ristrutturazione “Organization 2005” per distinguersi dai concorrenti in un altro modo, centralizzando le proprie risorse e le proprie attività in misura molto maggiore di quanto potessero immaginare gli osservatori del settore.

Le riconfigurazioni producono risultati più soddisfacenti anche quando sono progettate esplicitamente per sfruttare i punti di forza strategici di un’azienda e massimizzare le sinergie. Considerate la decisione, presa da Johnson e Johnson’s negli anni Settanta, di fondere due consociate, Arbrook, Inc. e Jelco Laboratories. Erano entrambe leader di mercato nei rispettivi segmenti – bendaggi, attrezzature per la sterilizzazione, siringhe, aghi e strumenti per la raccolta del sangue. Ma quando le due aziende sono state integrate, il gruppo è diventato ancora più innovativo (e profittevole), sviluppando i primi sistemi di iniezione dei fluidi per la sterilizzazione chirurgica.

Un’altra best practice per le riconfigurazione è combinare unità sviluppate organicamente con unità acquisite - facendo in modo che la nuova unità integrata abbia sia il DNA istituzionale sia del sangue nuovo. J&J ha avuto meno successo negli otto anni dedicati ad acquisire, combinare e suddividere varie aziende specializzate nelle valvole cardiache artificiali, perché venivano sempre gestite separatamente dall’organizzazione in essere; e alla fine, nel 1976, è uscita dal settore.

Le aziende che intraprendono una riorganizzazione di un tipo o dell’altro devono tener presente che quando le attività vengono riassegnate, vanno accompagnate dalle risorse necessarie. In J&J, i dirigenti decidono prima quali asset fisici (come le fabbriche e i laboratori di R&S) e quali persone (in particolare manager che hanno già esperienze di riorganizzazione) dovrebbero supportare le unità riorganizzate. Le aziende che assegnavano alle unità neo-costituite o fuse le strutture e i servizi di supporto di cui avevano bisogno erano più innovative (vale a dire che avevano il 17% di brevetti in più) di quelle che non lo facevano.

 

STABILITE QUALI ALTRI SISTEMI DEVONO CAMBIARE

Quando un’azienda si ristruttura, devono cambiare anche tanti altri aspetti dell’organizzazione, inclusi i processi di management, i sistemi IT, la cultura, gli incentivi e le ricompense, e gli stili di leadership. E dev’essere un cambiamento veloce, se non addirittura simultaneo – specie nei mercati in rapida evoluzione. Le ristrutturazioni non accompagnate da questi cambiamenti sistemici producono spesso un disallineamento che rischia di paralizzare l’azienda.

HSBC ha cercato di evitare questa trappola quando i senior executive hanno introdotto la struttura a matrice che rifletteva la nuova strategia di global account management. Oltre ad abbattere i silos nazionali, hanno insegnato ai manager a stimolare una cultura più collaborativa. Hanno presentato ai dipendenti due nuovi valori di riferimento – apertura mentale e interconnessione – su cui sarebbero stati valutati e hanno ridisegnato il sistema premiante, legando i bonus a obiettivi di cross-selling e alla performance complessiva dell’azienda anziché solo ai profitti divisionali. Hanno chiarito ruoli e responsabilità: nella nuova struttura, per esempio, le business unit globali avrebbero stabilito le regole di pricing, ma i team sarebbero stati liberi di gestire i prezzi all’interno di quelle regole generali. E hanno integrato in tempi brevi i vari sistemi IT di HSBC e investito in strumenti digitali per la condivisione delle informazioni. Ma soprattutto, hanno annunciato in modo aperto e trasparente i cambiamenti in programma, spiegando la logica che li ispirava, definendo dei piani e festeggiando il raggiungimento dei traguardi intermedi.

Le riconfigurazioni, per contro, tendono ad avere più successo quando gli executive fanno in modo che i cambiamenti investano solo le unità prese di mira, preservando la continuità in altre aree dell’organizzazione. Questo perché pratiche e processi condivisi, a cui tutti i membri dell’organizzazione si sono già abituati, possono creare un terreno comune quando le unità vengono fuse o trasferite.

Torniamo al caso di Accenture. Nel 2014 ha riconfigurato le sue tre piattaforme di crescita facendole diventare quattro (Strategy, Digital, Operations e Technology) sotto la struttura a matrice preesistente. I cambiamenti sono stati relativamente agevoli grazie a una serie di pratiche e processi consolidati: il modello standardizzato che usano tutti i consulenti per contattare i clienti e creare valore; i sistemi di valutazione della performance, career development, knowledge management, intranet e IT comuni a tutta l’azienda; e una cultura lavorativa e un ambiente organizzativo omogenei in tutto il mondo.

 

RIORGANIZZAZIONE” è una parola generica che ingloba due processi distinti – ristrutturazione e riconfigurazione. Ognuno dei due crea valore se portato avanti nel modo giusto. Per stabilire qual è il migliore, considerate anzitutto la situazione specifica in cui si trova a operare la vostra azienda: nei settori dinamici, la riconfigurazione è più efficace – a meno che la disgregazione del settore non imponga un grosso cambiamento strategico e una nuova struttura per attuarlo. Ricordatevi di distanziare nel tempo le riorganizzazioni: ristrutturate con parsimonia e riconfigurate più frequentemente ma non tanto spesso da creare il caos. Usate la riorganizzazione come mezzo per sfruttare i vostri punti di forza e differenziare la vostra azienda dai concorrenti. E definite chiaramente la portata del cambiamento. Nelle ristrutturazioni, occorrono spesso una nuova cultura, nuove pratiche, nuovi processi e nuovi sistemi; nelle riconfigurazioni, sono preferibili la continuità e le comunanze. Queste direttive non assicurano una riorganizzazione senza intoppi. Ma dovrebbero accrescere le vostre probabilità di successo.

 

Stéphane J.G. Girod insegna Strategy and International business all’IMD di Losanna.

Samina Karim è professore associato di Imprenditorialità e Innovazione alla D’Amore-McKim School of Business della Northeastern University di Boston. Presiede il Competitive Strategy Interest Group della Global Strategic Management Society.

 

 

 

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