IL VALORE DELLE DIVERSITA’

Gli stereotipi di genere che limitano il talento 

Giocare a calcio è da maschi? Essere brave in storia è da femmine? Chi si occupa della famiglia? È più facile per un uomo o una donna fare carriera? Da queste risposte dipendono non solo la realizzazione personale, ma anche punti di PIL, tasso di occupazione femminile, tasso di natalità e capacità d’innovazione del Paese. Alla base di queste domande invece ci sono i bias cognitivi, automatismi mentali inconsapevoli che guidano le nostre decisioni.

I bias sono costruiti a partire da percezioni errate o da pregiudizi e diventano la lente attraverso la quale leggiamo la realtà o decidiamo i nostri comportamenti. Le ricerche più recenti confermano l’esistenza di bias cognitivi di genere già nella prima infanzia. Se all’età di 5 anni infatti maschi e femmine si percepiscono ugualmente intelligenti, già un anno dopo c’è un crollo di fiducia da parte delle bambine. Questo perché entrambi hanno già incominciato a classificare certi tratti caratteriali -‐ il coraggio, la logica, la forza fisica – come propri del genere maschile, mentre altri – la pazienza, la dolcezza, la cura – come propri di quello femminile. I genitori prima e la scuola poi hanno un ruolo fondamentale nel creare – o evitare – l’elaborazione di questi stereotipi. Le mamme ed i papà, per esempio e pur senza volerlo, hanno atteggiamenti diversi verso figli e figlie: solo il 15% dei bambini aiuta con le pulizie in casa (35% le bambine), mentre un maschietto su tre gestisce il denaro andando a fare la spesa (20% le ragazzine). Un tema quello del “trattamento differenziale” che comincia presto: tra i 13 e i 17 anni c’è un divario percentuale di 10 punti tra ragazze (42,1%) e ragazzi (53,2%) che percepiscono una paghetta.

Anche gli insegnanti hanno un ruolo cruciale: più della metà ammette per esempio di avere pregiudizi di genere rispetto alle capacità di eccellere nelle materie scientifiche. Questo limita le aspirazioni delle ragazze prima e compromette il loro futuro poi, nonostante in realtà alle medie eccellano anche in queste materie. In base ad una ricerca appena conclusa dell’associazione Valore D in partnership con Ipsos, il 59% dei ragazzi delle scuole medie sa già cosa vorrebbe fare da grande e i lavori scelti hanno già una forte connotazione di genere: lavori legati alle tecnologie, ai ruoli di potere e comando per i ragazzi, lavori legati alla cura e all’ambito domestico per le ragazze.

Su queste ambizioni professionali pesano convinzioni e stereotipi maturati in famiglia e a scuola, come la cura dei figli: sono molte più le ragazze (79%) dei ragazzi (65%) a pensare che a occuparsi della famiglia debbano essere le donne. O come la carriera: il 56% delle ragazze contro il 46% dei ragazzi pensa che siano i maschi ad avere più probabilità di fare carriera. E così si innesta un circolo vizioso: anche se le ragazze si laureano in maggior numero (57% del totale dei laureati), meglio e in tempi più brevi, scelgono prevalentemente studi umanistici, a bassa occupabilità.

Eppure, le poche che scelgono atenei scientifici non sono da meno dei compagni di studi (il voto medio di laurea è 102 contro 100 per i ragazzi in ingegneria, con un tempo medio di laurea di 4,1 contro 4,5 anni). Il risultato è che a cinque anni dalla laurea trovano meno spesso lavoro, con un compenso inferiore (1.263 euro mensili di media, contro i 1.508) e solo una su due ha contratto a tempo indeterminato, contro il 61% dei colleghi.

Scelte che pesano sul loro futuro, e su quello del Paese. Se l’occupazione femminile si allineasse a quella maschile, il Pil del nostro Paese potrebbe crescere del 12% ed è ormai provata la correlazione tra un maggior grado di equità di genere e una maggior capacità innovativa e competitiva del Paese. La domanda è quindi: come si può interrompere questo circolo vizioso e liberare allo stesso tempo il talento delle persone e il potenziale economico? È cruciale fornire ai ragazzi e alle ragazze modelli nuovi e diversi ai quali ispirarsi, trasmettendo loro maggior fiducia in sé stessi e sulle proprie. Diverse iniziative del Dipartimento Pari Opportunità e del Miur vanno proprio in questo senso.

Anche Valore D ha, con il progetto Inspiring Girls (che ha portata nazionale e punta nel triennio 2016 – 2019 a coinvolgere circa 25.000 ragazzi e circa 200 scuole) sostenuto da Eni e IntesaSanpaolo, deciso di dare il proprio contributo portando role model nelle classi delle medie in tutta Italia. Se i ragazzi possono conoscere una donna che lavora come responsabile sicurezza sulle piattaforme petrolifere o una chirurga o una calciatrice “toccano con mano” che si può fare.

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