Leadership

L'essenza della dimensione

In un certo senso, anche i Governi, come le aziende, hanno i loro KPI. Anche se di fatto uno domina su tutti: il PIL. Seguono: l’indebitamento, i tassi di disoccupazione, gli indici di povertà, la spesa pubblica, l’inflazione ecc. Ne discende pertanto una più che naturale soddisfazione di fronte al miglioramento del PIL. O addirittura una genuina sorpresa quando l’incremento è superiore alle aspettative. Ma definire l’attuale crescita italiana come ripresa è non solo azzardato, ma potrebbe anche essere interpretato come indice di scarsa ambizione. Il che è ancora peggio. In quanto provoca un’allargata sensazione che il Paese si stia sempre più posizionando su un livello di mediocrità che ha ben poco a vedere con quell’aurea di oraziana memoria e che suona come poco attrattivo per i giovani. Con i quali si sta giocando una partita esiziale per loro e per il Paese intero.
Dopo essere stati caldamente invitati ad andarsene all’estero, pubblicamente epitetati in maniera poco lusinghiera, disincentivati a laurearsi, terrorizzati sulle loro prospettive di futuri pensionati, i giovani stanno rispondendo con la loro forma di protesta corale e silenziosa. Previsto calo di 7 milioni di abitanti in Italia da qui al 2055. Pura cifra statistica utilizzata ai fini dei calcoli pensionistici. In realtà, dà la misura di un dramma collettivo.
La verità è che ci stiamo restringendo, ci abituiamo a guardare in piccolo, non abbiamo progetti di ampio respiro. Gli obiettivi sono di corto, si cerca di sopravvivere, ognuno guarda ai propri interessi, in dispregio al “sistema Paese”: concetto inutilmente e troppo a lungo evocato, e mai realmente perseguito. Al solo sentirne ancora parlare, parte un senso di soffocamento: manca l’aria. Ed è vero che per respirare dobbiamo uscire dal nostro Paese, ma potrebbe non bastare neanche l'Europa, che è solo un po' meno ferma di noi. Dobbiamo guardare a quei Paesi che hanno obiettivi globali ambiziosi, capaci di mobilitare forze fresche, di motivare schiere di giovani e di creare fiducia nel futuro.
Cina. Un solo KPI: superare gli USA, “whatever it takes”. E il dragone cinese è determinato e ragiona in grande. Realizzato il ponte più lungo al mondo, 50km che collegano Hong Kong, Zhuhai e Macao. Costruito il più grande radiotelescopio, 500 metri di diametro. Edificato il ponte sospeso più alto, 565 metri di altezza. Avviato il progetto di trasformare Pechino in una megalopoli da 130 milioni di abitanti su una superficie di 100.000 Kmq e ora lanciata l’iniziativa della Silkroad. Chi le muraglie le ha già erette migliaia di anni fa, oggi ha di meglio a cui pensare. Ma non è unicamente la dimensione a rendere grandi: è il pensare in grande. Singapore, con i suoi soli 5 milioni e passa di abitanti, ne è oggi la migliore conferma con la sua vitalità ed espansiva influenza.
«A volte la vita ti colpisce in testa con un mattone. Non devi perdere la fiducia», diceva Steve Jobs. Anche se cinicamente verrebbe da dire che i giovani con i mattoni ricevuti in questi anni avrebbero potuto risolvere il problema della prima casa, rimane comunque il tema della fiducia. Si dice che stiamo uscendo dal tunnel della più lunga crisi economica del dopoguerra, sapendo comunque che da quel tunnel un buon numero di giovani, esaurite le provviste generate dalle precedenti generazioni, farà una grande fatica ad uscire. E parliamo degli ormai famosi millennials, che amaramente rischiano di essere ricordati come coloro che ambivano ai mille euro mensili. Anche perché non basta una tenue luce per guidarli fuori, ma ci vuole una grande fonte di energia.
È l’essenza della dimensione che non va persa e che deve essere loro trasferita. Della visione allargata, delle grandi iniziative, delle sfide audaci, degli obiettivi ambiziosi. Basta tornare indietro di qualche decennio per trovare degli esempi di ciò. Quando globalizzazione era un termine ignoto, internet non esisteva, il mondo sembrava più grande perché meno conosciuto e non si vedeva sullo schermo del palmare il fumo delle foreste incendiate dell’Indonesia lambire Singapore. Allora c’erano imprenditori che osavano e che spaziavano al di fuori dei confini nazionali, spinti dall’anelito di creare realtà di caratura internazionale.
«La chimica sono io» frase epica pronunciata da Raoul Gardini nel 1988 quando lancia la scalata ad Enimont, 50.000 persone, 8 miliardi di euro di fatturato. E ciò dopo aver preso nell’85 il controllo di Montedison e precedentemente essere diventato uno dei leader mondiali nello zucchero, nell’amido, nella soia con ripetute acquisizioni in Francia, Nord e Sud America. Sempre nell’88, Carlo De Benedetti lancia l’attacco alla Société Generale de Belgique, holding quotata con interessi in circa 1.300 società, più o meno il 25-30% dell’economia del Belgio. Impavido assalto a una roccaforte dell’establishment franco- belga. In quegli stessi anni la famiglia Orlando, produttori fiorentini di rame attraverso la SMI, decidono di puntare alla leadership europea del settore. Si lanciano in una cavalcata che li porta a rilevare i maggiori player in Spagna, Francia, Germania e raddoppiano la propria dimensione.
Leopoldo Pirelli nel ’90, dopo la mancata scalata alla statunitense Firestone, tenta di prendere il controllo della tedesca Continental, con l'obiettivo di diventare il quarto produttore mondiale di pneumatici. Coraggioso attacco al cuore industriale germanico. Nel ’92 Italcementi rileva il produttore francese di cemento Ciment Français, realtà di taglia doppia che porta in dote una forte presenza sui mercati internazionali e fa fare un deciso salto di dimensione alla società bergamasca. Alla fine degli anni ’90, i fratelli Nocivelli, fabbricanti bresciani di elettrodomestici con il marchio Ocean, acquisiscono dalla GE la Brandt, primo produttore francese nel bianco e in seguito la Moulinex, marchi storici considerati intoccabili dai francesi. Diventano la terza realtà europea nel settore, con 22.000 persone. Solo cinque anni prima, avevano 1.600 dipendenti.
Sappiamo che queste operazioni ebbero alterne vicende per ragioni varie: politiche, finanziarie, ostruzionismi nazionalistici. Comunque testimoniano un periodo della storia dell’imprenditorialità italiana in cui si osava, talvolta sin troppo, ma si guardava in grande e gli obiettivi erano ambiziosi: raddoppiare, triplicare, essere protagonisti sullo scenario internazionale. Questa cultura, questa voglia di primeggiare, questa pulsione a sfidarsi, a provare e, se si sbaglia, a riprovare, non dovrebbe essere abbandonata e andrebbe raccontata ai giovani.
Dissoltisi nell’ultimo ventennio rilevanti gruppi industriali, si sta scivolando lentamente verso una forma di nanismo che appare ancora più rilevante di fronte ai fenomeni di aggregazione portati avanti dai gruppi multinazionali nella corsa mondiale alla concentrazione. Ma se la contrazione dimensionale appare ormai un fenomeno ineludibile, essa non deve condizionare la capacità di mantenere viva l’apertura mentale e la capacità di spaziare. Manager brillanti che puntano sulla propria squadra, imprenditori geniali che capiscono i propri limiti gestionali, fondi di private equity che ragionano sul lungo termine in ottica industriale, start-up create con lo spirito di non essere vendute appena possibile, aziende di Stato gestite in chiave manageriale, azionisti sensibili non solo alla crescita del proprio patrimonio, società che competono a livello mondiale forti della propria tecnologia e qualità dei prodotti.
Queste sono le fonti di energia di cui hanno bisogno i giovani per uscire dal proprio tunnel. E per non perdere la fiducia. La fiducia che, guardando in grande, si riesce a dare valore alle cose che si fanno e a renderle significative, al di là della loro dimensione reale.

Massimo Milletti è amministratore delegato di Eric Salmon & Partners.

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