Editoriale

Forza e debolezza delle superpotenze digitali

Forza e debolezza delle superpotenze digitali

L’articolo di Marco Iansiti e Karim Lakhani in questo numero di Harvard Business Review tocca alcune questioni cruciali della nostra epoca. I due autori sostengono che un piccolo numero di “superpotenze digitali” determinano ogni giorno di più le sorti dell’economia mondiale, l’andamento dei mercati e il futuro di tutti noi. Le definiscono aziende-snodo (aziende-hub), e ne indicano la natura: sono quei protagonisti della nostra epoca che tutti conosciamo – Alibaba, Alphabet-Google, Amazon, Apple, Baidu, Facebook, Microsoft, Tencent e qualche altro – e che in pochi anni hanno conquistato i primi posti nei loro settori, raggiungendo capitalizzazioni da capogiro, impiegando relativamente pochi dipendenti, realizzando utili colossali. Se ne è parlato anche utilizzando la definizione di aziende-piattaforma (qualcuno ha anche creato il neologismo plat-firm), per descrivere un caratteristico modus operandi che utilizza le piattaforme tecnologiche digitali per mettere in contatto domanda e offerta e catalizzare lo scambio ricavandone enormi profitti.

Resistere alla concorrenza di questi giganti non è possibile. Il loro modello di business è tale che solo altri giganti analoghi - o dei newcomer anche di minuscola dimensione iniziale, ma con l’idea e la tecnologia giuste – possono frapporsi e dare battaglia e magari mandarli fuori mercato in men che non si dica (disruption). Con il loro debordante potere di mercato, le superpotenze entrano con infinite energie e risorse anche in campi diversi dal loro proprio: grazie ai loro centinaia di milioni di clienti, Amazon o Alibaba possono insidiare anche le più potenti banche del mondo gestendo pagamenti, ma anche proponendo soluzioni di risparmio o investimento; Google minaccia i produttori automobilistici con la driverless car e taglia ovunque le gambe all’editoria raccogliendo i tre quarti della pubblicità che una volta andava sui media; Microsoft entra potentemente nell’intelligenza artificiale; Facebook con Skype mette fuori mercato la telefonia tradizionale. E via elencando.

Le conseguenze sono pesanti e già si vedono reazioni economico-sociali rilevanti. Innanzitutto c’è chi si chiede se non sia arrivato il momento di rispolverare le legislazioni antitrust, poiché molte delle situazioni che abbiamo sotto gli occhi hanno non vago sentore di monopolio o quasi-monopolio. E, certo, spesso si osserva quello che può a buona ragione essere chiamato abuso di posizione dominante. Un altro effetto economico deriva dal rapporto tra fatturato e numero di dipendenti: un confronto con giganti come GE o Walmart si rivela impietoso. È acceso il dibattito sugli effetti occupazionali della digitalizzazione e di certo le superpotenze digitali non contribuiscono a raffreddarle: la minaccia di una massiccia disoccupazione tecnologica si lega da vicino alla realtà di super-imprese che utilizzano piccole frazioni di manodopera. E che dire degli utili? In un’era in cui sempre più ci si preoccupa dell’incremento delle diseguaglianze all’interno dei principali Paesi, la concentrazione di ricchezza in queste aziende – e spesso nei loro fondatori, per quanto spesso generosi filantropi – non può non sollevare antagonismi.

Ultima, ma non meno importante, tutta la questione del dominio sui dati, che ciascuno di noi concede anche troppo leggermente, ma che creano la base di questi superpoteri e che prendono poi strade indesiderate, dall’abuso delle profilazioni con le conseguenti pressioni commerciali più o meno gradite, fino al cyberbullismo e alle fake news. Iansiti e Lakhani riconoscono che i big guys sono coscienti di tutto ciò e che stanno già adottando contromisure. Sottolineano però che il compito di riequilibrare la loro presenza sul mercato non è solo un urgente imperativo etico, ma anche una necessità di mercato. Infatti, l’immensa forza che esercitano può rivelarsi una debolezza cruciale se l’antagonismo sociale, che già serpeggia, dovesse consolidarsi perché non trova le risposte che cerca e pretende. Insomma, i giganti digitali sono nati e poi cresciuti in fretta e a dismisura: è ora che, oltre a ricavarne i vantaggi, si assumano le responsabilità che toccano loro nell’economia e nella società.

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