Una visione chiara del futuro

Una visione chiara del futuro

Negli ultimi mesi il futuro è penetrato con forza e continuità nelle pagine di Harvard Business Review ed è facile prevedere che continuerà a farlo in modo sistematicoD'altra parte, lo sforzo per guardare in avanti sembra si stia intensificando in molti ambiti, in funzione di cambiamenti a largo raggio che interessano scienza, tecnologia, economia, imprese, politica e società in modi diversi ma tutti strettamente collegati. Due esempi di questi giorni: in campo economico, si rinforza il timore di una possibile "stagnazione secolare" dell'economia; ne ha parlato addirittura la Confindustria, il che è tutto dire, ma sono molti gli economisti e le istituzioni internazionali che hanno già paventato il rischio. In campo sociale e politico, ma ovviamente con enormi riflessi economici, è la questione delle ondate migratorie in Europa, ma anche in Nord America e Far East, a richiedere di interrogarsi sulle tendenze in atto, a brevissimo termine ma anche a lunga scadenza.

Di scienza e tecnologia abbiamo parlato qualche mese fa, nel numero di giugno dedicato all'avanzata della robotizzazione e dell'intelligenza artificiale. In questo numero la riflessione sul futuro prosegue, innanzitutto con l'articolo di Dobbs, Koller e Ramaswamy, e in modo più focalizzato con l'articolo di Porter e Heppelmann che espande e approfondisce i temi toccati nel loro precedente saggio pubblicato a novembre su questa rivista. Sono ambedue articoli importanti e densi di contenuti rilevanti.

Dobbs e colleghi lanciano un avvertimento: i profitti aziendali, aumentati più della crescita del Pil mondiale negli ultimi trent'anni, sono destinati a scendere di almeno il 20% nel prossimo decennio, da quasi il 10% a meno dell'8% del Pil globale. Occorre innanzitutto comprendere perché erano cresciuti in precedenza e i motivi addotti sono diversi: l'ondata di deregolamentazione e privatizzazioni iniziata nei primi anni Ottanta (i cui campioni furono Reagan e Thatcher), l'aumento indotto nella concorrenza, la crescita di una enorme fascia di consumatori globali disposti a spendere oltre misura, la connessa ondata di investimenti non solo nei Paesi avanzati ma anche in molti emergenti (a partire da Cina, India e Brasile).

L'aumento degli investimenti in capitale fisso è andata di pari passo con la crescita della popolazione e i sistematici incrementi di produttività, questi ultimi generati dall'ondata di innovazioni tecnologiche di cui la più importante è stata la rivoluzione dell'informatica. Infine, la minor tassazione introdotta in diversi Paesi, che ha favorito l'accumulo di capitale, e il calo sistematico dei costi di produzione, che ha avuto il medesimo effetto. Da questi (principali) fattori è derivato l'aumento dei profitti globali, di cui si sono avvantaggiate moltissime imprese e soprattutto le multinazionali globali dei Paesi avanzati ma, in misura crescente, anche dei Paesi emergenti.

Ora, sostiene l'articolo, le cose stanno velocemente cambiando. Il calo dei costi ha toccato il fondo e un po' ovunque (persino in Cina) la produttività langue. La crescita della popolazione, essenziale per portare al mercato del lavoro le nuove leve, sta proseguendo ma a ritmi declinanti, con il risultato che nei Paesi avanzati e in molti emergenti la popolazione invecchia con riflessi che saranno sempre più acuti nei prossimi anni. La tecnologia sta cambiando il mercato e le skill richieste ai lavoratori, sempre meno generiche e sempre più specialistiche: la guerra per i talenti, in un mercato mondiale fluido, è destinata a intensificarsi diventando planetaria.

Sempre più acuto, poi, è l'impatto dei nuovi concorrenti, sia quelli che si sono formati nei mercati emergenti, sia i nuovi attori nati in molti Paesi a seguito della rivoluzione tecnologica. Un dato impressionante relativo ai mercati emergenti: ci sono oggi nel mondo il doppio delle imprese multinazionali che nel 1980 (circa 85.000): due terzi hanno sede principale nei Paesi avanzati, ma il baricentro si sta velocemente spostando. Infatti nel 1990 proveniva dai mercati emergenti il 5% delle società Fortune 500, oggi sono il 26% e nel 2025 (ossia fra soli dieci anni) saranno il 45%. E con questa mutazione, stanno già cambiando le regole della competizione.

Le multinazionali dei Paesi emergenti crescono, infatti, molto più velocemente di quelle dei Paesi avanzati, privilegiano la crescita all'aumento degli utili perché meno ossessionate dall'esigenza di esibire risultati a breve termine, hanno assetti proprietari che lo consentono, sono agili e reattive, tecnologicamente sempre più forti, intenzionate a prevalere. In molti settori sono leader mondiali, hanno persone giovani e motivate, talenti con competenze appropriate educate nelle migliori scuole sia a casa loro che nel resto del mondo, sono orientate alla performance e non hanno più neanche l'ombra di un complesso verso i padroni del mondo di una volta.

Le aziende consolidate dell'Occidente, che in questi anni hanno fatto la parte del leone nell'ingurgitare profitti a 360 gradi, devono poi fare i conti con i nuovi concorrenti di quello che possiamo largamente definire il settore tecnologico, il cui fatturato è passato in tre decenni da 600 miliardi di dollari a oltre 3.000, consentendo l'affermazione di nuove generazioni di società che spesso in pochi anni sono diventate giganti mondiali, con utili da favola, centinaia di milioni di clienti e risorse colossali da reinvestire. I giganti gestiscono mercati di massa e piattaforme tecnologiche che consentono loro di controllare i rispettivi mercati; ma vi sono anche schiere di aziende di minore dimensione, in grado non solo di togliere spazio alle aziende più tradizionali, ma di entrare in mercati contigui e non contigui, provocando situazioni dirompenti in cui le imprese meno attente possono facilmente incontrare ostacoli insormontabili, spesso causa di veloce scomparsa dal mercato.

È chiaro che in mercati che cambiano con questa profondità e velocità, in un contesto di concorrenza crescente ma soprattutto connotata da nuove caratteristiche, i profitti possano essere destinati a scendere. In sé questo non deve necessariamente essere considerato motivo di allarme. È ben noto, infatti, che gli ultimi decenni hanno anche visto modificarsi il rapporto tra le classi sociali. Il numero di persone e famiglie più ricche sembra essere fortemente aumentato, per i motivi detti sopra, e la distanza sociale è cresciuta. Economisti oggi al vertice della celebrità come Thomas Piketty (l'autore de Il capitale nel XXI secolo) lamentano le nuove e crescenti diseguaglianze, da posizioni che qualcuno chiama neo-marxiste. Ma anche il presidente americano Obama ritiene la crescita delle diseguaglianze un fattore critico cui prestare la massima attenzione. Il risultato è che in molti Paesi si stanno discutendo possibili alterazioni del quadro sociale e possibili soluzioni redistributive, in parte basate su politiche sociali e in parte su politiche fiscali. Questi elementi non fanno parte del quadro descritto da Dobbs e colleghi, ma vanno tenuti presenti, perché spinte politiche e sociali che incidano sulle politiche distributive, per esempio allo scopo di ridurre le diseguaglianze, potrebbero avere effetti marcati sull'accumulazione del capitale con risultati complessivi difficili da prevedere.

Il saggio fornisce comunque una serie di indicazioni centrate soprattutto sulla realtà delle aziende nordamericane ed europee, per metterle in grado di affrontare le sfide del futuro. Sono soluzioni focalizzate sull'esigenza di essere agili, innovativi al limite della paranoia, dotati delle migliori risorse umane, dei migliori talenti, di un capitale intellettuale sempre più robusto, proiettati su orizzonti temporali di più lungo periodo. Indicazioni sensate su cui riflettere con attenzione.

Come si è accennato in precedenza, in questo numero i lettori troveranno anche la seconda parte di una importante analisi di Michale Porter con James Heppelmann che è iniziata qualche mese fa e che qui si conclude. La prima parte ha analizzato l'impatto dei "prodotti intelligenti e interconnessi" (in pratica, quella che oggi è nota come l'Internet delle cose, o di tutte le cose) sulla competizione; in questo secondo articolo l'analisi si concentra su come questi prodotti stanno evolvendo in dispositivi intelligenti interconnessi a complessità crescente e stanno ridisegnando non solo la concorrenza, ma la natura stessa dei settori e delle imprese. Anche questo saggio parla di futuro e ci aiuta a chiarirci le idee per affrontare le sfide che abbiamo davanti. Ma, attenzione, è un futuro che è già cominciato.

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