È giusto incolpare il fair value della crisi finanziaria?

Quando, nel 2008, i mercati creditizi sono andati in tilt, molti hanno incolpato di tutto le regole di contabilità “mark to market”, quelle che esigono che le banche adattino i propri asset “problematici” ai prezzi che frutterebbero qualora fossero venduti sul mercato, valore al momento quasi nullo. Chi è critico nei confronti di questa pratica sostiene che è stata proprio la pratica di registrare questi asset al di sotto del loro valore “reale” ad aver trascinato le istituzioni finanziarie verso l'insolvenza. I sostenitori, dall'altra parte, affermano che abbia semplicemente messo in luce le decisioni sbagliate dei dirigenti. Se non fosse per questa pratica contabile, gli investitori sarebbero all'oscuro della reale condizione degli affari delle banche. In questo articolo, Pozen, presidente della MFS Investment Management, sfata i miti che circondano la contabilità che adotta il principio del fair value. Per esempio, non è affatto vero che la maggior parte degli asset delle banche vengano adattati ai prezzi correnti di mercato: nel 2008 solo un terzo lo erano. Non tutte le riduzioni di valore incidono in modo negativo sul patrimonio di vigilanza delle banche. Non è vero nemmeno che, nel regime contabile dei costi storici, le aziende non siano obbligate a riconoscere le fluttuazioni del valore di mercato; devono comunque registrare i danni permanenti agli asset. Dopo aver spiegato la natura della controversia, Pozen propone una soluzione: nuove pratiche trasparenti che uniscano il meglio della contabilità basata sui costi storici e quella del fair value. Se adottate, queste pratiche potrebbero bilanciare il desiderio delle banche di presentare gli asset sotto una luce positiva con quello degli investitori di capire la reale esposizione delle banche stesse. In questo modo, forse, sarebbero tutti contenti.Titolo originale: Is It Fair to Blame Fair Value Accounting for the Financial Crisis?, HBR, November 2009

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