SISTEMA MONDO

Godiamoci questo mini-boom (finché dura)

La congiuntura economica globale rimane positiva. Le economie avanzate stanno vivendo un chiaro momento di crescita. L’attività è maggiore delle attese che gli analisti, inclusi noi di Oxford Economics, si aspettavano alla fine dell’anno scorso. L’inflazione rimane bassa, supportando così il potere di acquisto delle famiglie. L’iniziale impulso proveniente dalla Cina è stato propedeutico in un contesto di (quasi) “stagnazione secolare”. Ha inoltre poi generato un “mini-boom” nelle altre economie, perlopiù quelle avanzate.

La ripresa del commercio globale è servita come stimolo iniziale e ora la crescita nei Paesi avanzati sembra essere endogena e più legata a dinamiche interne. Rimaniamo ottimisti, su un orizzonte temporale di breve periodo, per diverse ragioni.

In primo luogo ci aspettiamo un calo solo moderato del PIL cinese l’anno prossimo (dal 6,8% di quest’anno al 6,2% nel 2018), in un contesto di crescita robusta sia dell’area euro sia dell’economia statunitense. Quest’ultima, sempre comunque in un quadro di forte incertezza legata alla presidenza Trump, potrebbe beneficiare, nel breve termine, di un piano di politica di bilancio espansiva. Tutto questo in un contesto in cui le economie emergenti, tra cui Brasile e India, mostreranno tassi di crescita in aumento.

Nel medio periodo, però, rimaniamo cauti. Questo “mini-boom” si inserisce infatti in un quadro di tendenza debole, perlopiù a causa di fattori demografici. 

E l’Italia… Il Bel Paese sta beneficiando di queste circostanze favorevoli. La crescita per il 2017 si attesterà molto probabilmente attorno all’1,5%, circa 0.5 punti percentuali in più rispetto alle nostre aspettative solo pochi mesi fa. L’anno prossimo la crescita dovrebbe diminuire, ma solo marginalmente. Inoltre se le economie dell’Eurozona, e soprattutto la Germania, continueranno a crescere a un robusto tasso di crescita, l’incremento del 2018 potrebbe avvicinarsi a quello stimato per quest’anno.

Oltre alla spinta esogena, il Governo è stato in grado di affrontare i dossier più impellenti. Tra questi ricordiamo gli interventi sul sistema bancario. Queste azioni hanno rimosso i fattori di rischio che negli ultimi mesi avevano pesato sulle valutazioni degli operatori finanziari e sulla capacità delle banche di aiutare la crescita economica tramite prestiti alle aziende.

Ma il debito pubblico rimane alto. Nei prossimi mesi, però, in prossimità delle elezioni italiane e a seguito di un tapering della BCE (un acquisto di titoli di Stato a un tasso inferiore rispetto a quello attuale), uno dei leitmotiv sarà sulla sostenibilità del debito pubblico. Noi crediamo che ogni dubbio riguardo la sua sostenibilità sia eccessivo. In primo luogo perché il Governo italiano è riuscito a mantenere un surplus di bilancio primario in quasi tutti gli scorsi 25 anni. Secondariamente, negli ultimi anni, beneficiando del calo dei rendimenti, a seguito anche delle politiche della BCE, il Tesoro è riuscito ad aumentare la scadenza del debito, contenendo così gli effetti negativi nel caso di uno shock sui tassi di interesse.

Il rischio principale, che noi comunque riteniamo essere limitato, sul debito pubblico si verificherebbe nel caso di un Governo populista, che potrebbe implementare politiche di bilancio espansive (se non scellerate) e iniziare a fare campagna per l’uscita dall’euro. Questo porterebbe, anche in caso in cui poi l’uscita dalla moneta unica non si verificasse, a un aumento elevato del rischio di premio italiano.

Il vero problema per l’Italia è però che nessuna forza politica consideri il calo del debito pubblico come un obiettivo da raggiungere. Questo significa che nella prossima legislatura, nonostante le condizioni economiche positive suggeriscano di perseguire una politica di bilancio più restrittiva, il calo del debito pubblico sarà solo limitato e rimarrà ben oltre il 100% rispetto al PIL per almeno i prossimi 20 anni.

L’integrazione fiscale dell’eurozona rimane un miraggio. L’alto debito pubblico italiano rimarrà il principale motivo per il quale non ci aspettiamo un’integrazione fiscale dell’Eurozona. I taxpayer tedeschi, e di conseguenza anche i loro politici, non accetteranno mai una condivisione del debito tra i vari Paesi dell’eurozona. Non ci saranno delle politiche di integrazione a livello di bilancio comunitario se l’Italia non mostrerà un chiaro impegno verso una riduzione concreta del debito pubblico. Per ora tutto questo rimane molto improbabile; godiamoci dunque questa ripresa, volta a durare almeno per i prossimi 12 mesi. 

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