FUTURI POSSIBILI

Saremo tutti robot? O forse lo siamo già?

Le considerazioni che seguono derivano da un seminario intitolato “Saremo tutti robot?” a cui ho recentemente partecipato. Il titolo "provocatorio" sottintende quella che è oggi una reale preoccupazione, in primis per quanto riguarda la sostituzione del lavoro delle persone con macchine nelle attività produttive, ma anche e sempre più per il ruolo crescente che hanno i sistemi di intelligenza artificiale nei servizi di rete, nell’uso dei nostri smartphone, delle app nel prendere decisioni al nostro posto, nel ridurre la libertà delle scelte personali.
Come chiaramente messo in evidenza da un recente libro di Bryniolfsson e McAfee sulla seconda rivoluzione delle macchine, dopo la prima rivoluzione che ha diffuso i robot nelle fabbriche sostituendo lavoro fisico, ora si tende a sostituire anche lavoro intellettuale e compiti ad alta specializzazione, investendo quindi i cosidetti knowledge workers, i lavoratori della società della conoscenza.
Attività operative ad alta diffusione come lo sviluppo di auto senza pilota stanno creando grandi entusiasmi, assieme peraltro a preoccupazioni sui rischi, tanto che si è rimproverato a Tesla di intitolare il prodotto Autopilot, perché questa parola crea paura. Infatti, Google e Tesla cercano di non trapelare troppe informazioni sugli incidenti, ma sta crescendo la necessità di capire cosa stia accadendo e i rischi connessi.
Di fronte alle continue meraviglie proposte dalla rivoluzione digitale si creano forme di tecnofilia spesso irrazionale, talvolta alimentate dagli stessi media che affidano alla tecnologia stessa la soluzione dei problemi e l’eliminazione dei rischi. In realtà, è per lo più carente nei media, e quindi nell’opinione pubblica, una conoscenza dei limiti delle macchine e delle loro applicazioni.
Si dice di norma che vediamo appena la punta dell’iceberg di ciò che verrà e quindi per ora ci si possa limitare ad osservare senza decidere. Si dovrebbe invece riflettere su quanto già oggi abbiamo a disposizione soprattutto osservando le applicazioni spinte non solo dalla tecnologia, ma sopratutto dalla ricerca di nuove opportunità di mercato da parte di un'offerta aggressiva, spesso a danno della nostra libertà, della tutela della nostra identità personale, della privacy e della sicurezza.
Pensiamo qual è oggi il campo di battaglia mondiale per la conquista delle informazioni personali di ciascuno di noi, un bene straordinario che noi cediamo quotidianamente con un click in modo gratuito senza averne coscienza, un asset di trilioni di bit di contenuti preziosi che vanno a formare i Big Data di informazioni, i veri fattori che danno valore, mercato e crescita a Facebook, Amazon e altri.
L’economia delle transazioni si è sempre basata sullo scambio di beni e servizi nella ricerca di un equilibrio tra domanda e offerta determinato dal desiderio di ottenere una relativa simmetria informativa e una trasparenza dei prezzi tra domanda e offerta in regime di concorrenza. Ora nella nuova economia degli scambi digitali o virtuali non vi è dubbio che si rischia una crescente asimmetria informativa dato che non si conoscono i prezzi relativi dei beni oggetto di scambio, dato che esso avviene tra le informazioni personali del cliente cedute senza prezzo (basta un click) e l’acquisto di un bene-servizio virtuale il cui prezzo è definito dal venditore in forma spesso monopolistica od oligopolistica.
L’utente non conosce il valore dello scambio in quanto ha ceduto gratuitamente informazioni il cui utilizzo non si limita al momento in cui acquista un bene digitale, ma durerà nel tempo oltre il periodo dell’acquisto del bene-servizio e porterà crescente valore al compratore di informazioni.
Il discorso sull’evoluzione dei processi di robotizzazione sulla nostra società non può quindi che suddividersi in due aspetti. Il primo va nella direzione degli sviluppi e delle conseguenze della diffusione sempre più massiccia di sistemi automatici nella produzione manifatturiera e nelle attività di gestione delle imprese. Questi processi vengono oggi definiti Industria 4.0, in cui le imprese - non solo le fabbriche, ma tutta la value chain - sono dominate da flussi informativi human free guidati dalla diffusione di sistemi di IoT, cioè di oggetti e procedure che dialogano tra loro.
Il secondo aspetto riguarda quanto sta avvenendo in tutte le espressioni della vita economica e sociale, come scuola, sanità, giustizia, trasporti, istituzioni, ossia in tutte le attività sociali comprese le stesse strutture democratiche, in quanto intelligenza artificiale e reti smart di comunicazione tra umani e oggetti sensorizzati portano a modifiche imprevedibili e obiettivi che oggi possiamo appena iniziare ad analizzare e progettare.
Si pensi al tema della smart city che nel corso di questi anni ha assunto contenuti diversi, spesso in forma di puro slogan o di rete di collegamento tra fonti energetiche, quando in realtà può divenire un network fondamentale di scambio e accesso a informazioni e servizi nell’ambito di una comunità coinvolgendo tutti gli operatori, in primis i cittadini. Di fatto la rete smart diviene il vero bene comune costruito e gestito da tutti. Ricordo a questo proposito un progetto del Comune di Novara che è partito dalla costruzione di reti digitali a banda larga per sviluppare una comunità di cittadini connessi, che è il vero obiettivo di una smart city.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 2500

Temi più seguiti

Partner center