Ricerche

La sfida dei territori

L’indagine Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza “The performance of European firms: a benchmark analysis” si concentra sulle cinque regioni cardine dell’industria europea: Lombardia, Baden-Württemberg, Bayern, Cataluña e Rhône-Alpes. Il campione, composto da circa 650 imprese con più di 10 addetti, è costruito in maniera da essere statisticamente rappresentativo della struttura produttiva delle regioni considerate1. Al di là di relazioni già ampiamente note, come ad esempio il collegamento tra attività di export e produttività, o i vantaggi legati alla qualità del capitale umano, i dati evidenziano alcuni risultati innovativi, particolarmente interessanti per la definizione di specifici interventi di policy.

Le parole chiave per il rilancio dello sviluppo
Partiamo innanzitutto da quelle che sono le caratteristiche di un’impresa “top performer”, in grado di superare agevolmente la crisi. In termini generali, le parole chiave sono: organizzazione manageriale, innovazione e internazionalizzazione. Nello specifico, i dati indicano che la combinazione vincente, indipendentemente da settore, dimensione o localizzazione geografica, è data dall’utilizzo di bonus, dall'ottenimento di un brevetto e dalla digitalizzazione dei processi, dalla partecipazione alle catene globali del valore (GVC). Tale combinazione permette un guadagno in termini di valore aggiunto di quasi 30 mila euro per addetto. In Lombardia le differenze sono ancora più evidenti, e permettono di raddoppiare il livello di produttività, con un salto da 44 mila a 88 mila euro per addetto.

Innovazione: la R&S non basta
E’ opinione diffusa che la competitività internazionale richieda necessariamente un basso costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP). In realtà, i dati evidenziano come le imprese altamente innovative riescano a essere vincenti sui mercati esteri anche in presenza di un CLUP elevato. Viceversa, per le imprese non innovative un aumento del CLUP causa una diminuzione della probabilità di esportare pari a circa il 30%. In media esiste sì una (blanda) relazione tra CLUP ed export, ma questa media è il risultato di caratteristiche d'impresa profondamente diverse. Politiche esclusivamente volte al contenimento dei costi possono non essere uno stimolo efficace su settori dove l'attività d'innovazione è fondamentale – e dove dunque è la qualità del prodotto, e non il prezzo, a determinare il successo sui mercati internazionali.
Ma cosa significa “fare innovazione”? Le imprese lombarde presentano performance in linea con le altre regioni europee sia per quanto riguarda l’introduzione di innovazioni di prodotto/processo (38,5% e 31,3% delle imprese, rispettivamente, contro ad esempio il 41,2% e 27,4% del Baden-Württemberg), sia sul fronte della R&S (circa il 40% dichiara di aver svolto attività di R&S nel triennio 2011-2013; quote analoghe nelle due regioni tedesche).
Tuttavia, dichiarare attività d'innovazione e ricerca non basta: quello che fa la differenza, su crescita e produttività, è la capacità di trasformare gli input ottenuti dalla ricerca in output tecnologici con valore di mercato, tramite brevetti o altre forme di protezione della proprietà intellettuale. I dati mostrano come le imprese che utilizzano strumenti di protezione dell’attività intellettuale risultino, a parità di territorio, settore o dimensione, del 22% più produttive, oltre a sperimentare una crescita del fatturato superiore del 2% alla media del campione. Inoltre, le imprese che hanno depositato un brevetto tra il 2011 e il 2013 sono caratterizzate da una quota di fatturato all’export superiore di 6,3 punti percentuali.
Qui la Lombardia risulta ancora indietro: appena il 5,7% delle imprese ha depositato un brevetto nel triennio 2011-2013 contro una media europea dell'11,2%. Pur ammettendo che parte della capacità innovativa delle imprese lombarde non venga colta dalle statistiche sui brevetti, il divario è troppo ampio per non destare preoccupazioni: non riusciamo a capitalizzare il nostro potenziale innovativo.

Internazionalizzazione oltre l'export
Luci ed ombre anche per quanto riguarda l’internazionalizzazione. Buona la proiezione verso l’estero della Lombardia: più del 60% di imprese esportatrici, con quote di fatturato che sfiorano il 40% e che rimangono sopra la media del campione anche nel caso di esportazioni verso paesi extra-europei (12,7%). Tuttavia, circa il 52% delle imprese lombarde si limita ad attività di solo import o di solo export, mentre appena il 20% presenta un coinvolgimento medio-alto nelle GVC - ovvero, svolge oltre alle attività di import e import anche attività di produzione internazionale. Inoltre, le imprese lombarde hanno in generale un potere di mercato piuttosto ridotto all’interno delle GVC, perché producono più delle altre in subfornitura (22% delle imprese, contro l’8,3% del Bayern e il 5,4% del Baden-Württemberg). Un tale posizionamento “a basso valore aggiunto” è funzione anche di scelte finanziarie e organizzative che devono essere riviste.

I fattori che limitano la crescita delle imprese lombarde
Dal punto di vista finanziario, bassa patrimonializzazione ed eccessiva esposizione verso impieghi bancari di breve termine restano i talloni d'Achille delle imprese lombarde. Il capitale proprio rappresenta poco più del 25% dell’attivo, a fronte di valori anche superiori al 50% nelle regioni tedesche. Fronte debiti bancari - che costituiscono circa il 50% del passivo delle imprese in tutte le regioni considerate - in Lombardia spicca la componente di breve (circa 30% del totale passivo, contro il 20% registrato in media), meno adatta a sostenere progetti d'investimento a più lunga scadenza ed elevati costi fissi, quali innovazione e internazionalizzazione.
Dal punto di vista organizzativo, il modello di governance prevalente in tutte le regioni analizzate è quello di una proprietà basata sulla persona fisica. A differenziare il sistema imprenditoriale lombardo è piuttosto la gestione: circa i due terzi del totale imprese familiari hanno tra i manager unicamente membri della famiglia proprietaria, contro una media nelle altre regioni pari a poco meno del 50%.
Questo dato non va sottovalutato: un management al 100% collegato alla famiglia proprietaria o controllante ostacola la crescita. La prova è nei dati: a parità di territorio, settore e dimensione, le imprese a completo controllo familiare sono del 21,5% meno produttive rispetto alla media.

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