Novembre 2016

Far crescere bene le aziende per far crescere l’Italia

In un'Italia caratterizzata da un “decennio perduto” in termini di crescita della produttività del lavoro, a causa di carenze infrastrutturali e di una non chiara politica industriale, si è sempre più dibattuto sugli aspetti dimensionali, di specializzazione, di governance delle imprese, di costo del lavoro, di contesto socio-economico, di normative e di efficienza del “sistema-Paese”.
Dall’inizio dell’ultima crisi dei debiti sovrani (2011), nel nostro Paese l’apertura di un’ampia e persistente divaricazione tra domanda interna e domanda estera, che non trova riscontri tra i maggiori Paesi europei, ha determinato una forte pressione sul tessuto imprenditoriale a fronteggiare uno scenario economico radicalmente nuovo, modificando i fattori rilevanti per la sopravvivenza e la crescita delle singole aziende.
Sfide di questa rilevanza, se da un lato impongono alle imprese di riconsiderare l’intero spettro delle proprie scelte organizzative e strategiche, dall’altro rendono urgente la revisione del summenzionato quadro infrastrutturale (normativo, di mercato dei capitali, etc.) italiano.
La recente dichiarazione del nuovo presidente di Confindustria Boccia si concentra proprio sull’aspetto delle piccole dimensioni delle aziende nazionali: «Piccolo non è bello, ora bisogna crescere», indicando la strada per invertire la rotta industriale basata su paradigmi di impresa familiare e non managerializzata, ormai poco competitivi.
Boccia ha così esposto la sua tesi: «L’industria del futuro richiede dimensioni adeguate, si nasce piccoli e poi si diventa grandi», con ciò auspicando un nuovo rapporto con il mondo della finanza che può offrire un canale di crescita esogeno importante, favorendo l’ingresso nel capitale di rischio di investitori terzi.
È necessario cioè creare i presupposti culturali e tecnici per accompagnare le imprese a reperire la finanza indispensabile per alimentare percorsi di crescita organica e soprattutto per vie esterne (M&A). Questo si deve realizzare incentivando canali di crescita del capitale netto delle imprese, come ad esempio quelli del private equity e delle IPO. A tale proposito si tratta anche di creare una relazione fiduciaria tra imprenditoria e mercati azionari che non è mai realmente sbocciata, essendo insito in molti imprenditori il timore della finanza mordi-e-fuggi orientata al risultato nel breve/medio periodo.
Un chiaro segnale di questa tendenza, nonostante l’immaturità storica degli strumenti di Venture Capital, è la difficoltà di recepimento di capitale, anche in Italia stanno nascendo forme di finanziamento innovative ed “evolute” come quelle del crowdfunding e degli incubatori, a testimoniare il grande bisogno delle imprese italiane di reperire fondi per la crescita. Va anche aggiunto che non è solo il bisogno di crescere a generare un incremento delle operazioni di M&A, ma anche, e certe volte soprattutto, la necessità di acquisire velocemente nuove competenze.
La trasformazione digitale di molti business e la fisiologica difficoltà di creare innovazione disruptive all´interno di business consolidati stanno generando proprio la necessità da parte delle imprese di acquisire competenze e tecnologia in maniera rapida attraverso operazioni di M&A.
Grazie quindi a questo nuovo contesto stanno aumentando le operazioni di finanza straordinaria e oggi come non mai diventa fondamentale indirizzare correttamente queste risorse finanziarie su progetti con un buon potenziale industriale.
Il mercato M&A in Italia non è mai stato così dinamico. Gli ultimi dati sul 2015 e i primi mesi del 2016 dimostrano che il nostro sistema imprenditoriale esce, dopo lunghi anni di crisi, più sano e appetibile. Certamente, l'interesse da parte di investitori stranieri è alto, ma l'attrattività del made in Italy non è dovuta ai presunti prezzi di “svendita”, ma alle reali prospettive di crescita che le nostre imprese possono assicurare.
Assistiamo quindi a un ritorno di capitali stranieri in Italia. E non perché abbiano la volontà di delocalizzare asset nazionali, pezzo dopo pezzo, ma perché credono nel nostro Paese e scommettono sulla nostra crescita. Una buona, anzi un’ottima notizia per la nostra economia, a dimostrazione che non manca nulla alla nostra imprenditoria se non l'urgenza di crescere di dimensioni. In questo senso, lo strumento M&A può essere di grande aiuto se usato come leva per l'internazionalizzazione e l’espansione in nuove aree geografiche. Al di là delle grandi aziende, da Eni a Brembo, sono numerose le piccole e medie imprese italiane con grande potenziale che possono crescere per acquisizioni.
Non solo il valore totale degli investimenti in ingresso è aumentato sensibilmente dai 51,3 miliardi del 2014 a ben 74,4 miliardi nel 2015. Ma soprattutto, il 58% di questi - cioè 43,5 miliardi di euro - sono rappresentati da acquisizioni di minoranza. Significa che più della metà del capitale estero che investe nel nostro Paese non cerca know-how da portarsi via, bensì crede nel valore e nel potenziale delle nostre imprese.
Da questa esigenza è facile comprendere che nasca un bisogno sempre più rilevante di una corretta advisory che spinga le imprese ad utilizzare al meglio la nuova finanza. Una crescita sana senza rischi di implosione va alimentata opportunamente con iniezioni adeguate di capitale, ma va anche sostenuta con la costruzione di piani industriali corretti e affidabili. Da ciò nasce l’esigenza di essere supportati da advisor con competenze industriali specifiche che possano costruire o valutare piani/progetti che riescano effettivamente a realizzarsi e a far raggiungere alle imprese adeguati obiettivi di marginalità ed equilibrio finanziario.
L’ingresso di nuovi capitali e la competenza di saper premiare solo progetti e piani industriali “vincenti” comporta quindi il realizzarsi di una scommessa vincente sulle aree di business e sugli asset più promettenti e pone la base per un nuovo sviluppo di tutto il sistema-Paese rendendolo più competitivo a livello internazionale.
A confermare questa tendenza è lo sviluppo via via crescente della operational due diligence, una prassi ancora non completamente diffusa come quella fiscale e legale, ma che permette una riduzione del rischio di acquisizione occupandosi di un'attenta valutazione di tutti i processi della gestione caratteristica del ramo d’azienda target.
Per Porsche Consulting, società di consulenza nata dalla ristrutturazione della casa automobilistica Porsche, la chiave per aumentare radicalmente le probabilità di successo di un’operazione di acquisizione è quella di porre in essere un percorso “integrato” (si veda la figura) di valutazione ed esecuzione del business plan legato al buy-in. Non si tratta quindi solo di comprendere durante la due diligence operativa quali aree di rischio tenere in considerazione, al fine di allocare le opportune contingency utili alla negoziazione conclusiva.
Si tratta anche, e soprattutto, di individuare in fase di due diligence quelle “miniere d’oro” nascoste che costituiscono il presupposto fondamentale di un buon deal, con la congiunta capacità da parte dell’investitore di far emergere quel valore sommerso attraverso la corretta esecuzione di un piano d’azione coerente.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 2500

Temi più seguiti

Partner center