Dal campo di battaglia all’ufficio del CEO

Se c’è una lezione da trarre nell’osservare i conflitti in giro per il mondo è che i militari di professione raramente amano le guerre. Ne conoscono, infatti, gli inevitabili rischi e le micidiali conseguenze, e cercano di norma di trovare delle soluzioni alternative. E quando non è così, come a volte è capitato e certo capiterà ancora, la struttura dell’organizzazione tende a reagire e a isolare gli entusiasti della guerra che rappresentano un pericolo per sé e per gli altri.Questo numero di Harvard Business Review tocca un argomento complesso, che da una parte può divenire scomodo, ma dall’altra può portare momenti di lucidità e chiarezza. Il mondo del management non da oggi si interroga su similarità e differenze tra eserciti e aziende, e non a caso autori come Sun Tzu e von Clausewitz conoscono tuttora grande popolarità tra chi si occupa di strategia e di tattica aziendali. Imprese ed eserciti sono organizzazioni gerarchiche che devono svolgere una missione utilizzando risorse scarse, allo scopo di massimizzare il risultato; per questo se ne studiano le caratteristiche comuni e le profonde diversità. Negli articoli che presentiamo, però, questa complessa tematica non viene affrontata su basi teoriche, bensì con l’attenzione rivolta a questioni molto pratiche e immediate.In passato ci si concentrava su aspetti legati alla disciplina, al sacrificio e al team building; oggi si guarda alle esperienze più recenti per ricavare indicazioni utili allo sviluppo di una leadership adattiva, capace di affrontare situazioni ad alto rischio e forte incertezza, in contesti “estremi” in cui il negoziato può e deve prendere il posto del conflitto diretto.L’articolo di Weiss, Donigian e Hughes mostra, ad esempio, in che modo condurre delle trattative per pacificare zone fortemente turbolente, indicando al management delle aziende una filosofia e una tecnica che possono risultare molto utili nei negoziati più complessi. L’ammiraglio Thad Allen della Guardia Costiera degli Stati Uniti racconta la propria esperienza di gestione di crisi di estrema gravità come il dopo-uragano Kathrina e la fuoruscita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Michael Useem fornisce preziosi consigli per aiutare i manager a sviluppare le doti di leadership adattiva che i militari riescono a mettere in campo nelle situazioni di maggiore pressione e pericolo. E Groysberg, Hill e Johnson analizzano l’apporto che ex militari delle diverse specializzazioni possono portare alla gestione d’impresa.Gli articoli qui pubblicati nascono essenzialmente dall’esperienza che caratterizza gli Stati Uniti d’America, la prima potenza militare mondiale, dove la presenza dei militari nella vita civile è più forte rispetto a qualunque altra democrazia occidentale e dove il travaso di personale militare è continuo e qualificato, sia verso le imprese sia verso la Pubblica amministrazione. Anche la visione dell’uso della forza in contesti internazionali viene di norma considerato una spiacevole ma inevitabile necessità, un po’ nello spirito in cui nell’Ottocento Rudyard Kipling si riferiva al “fardello dell’uomo bianco”. In Europa e in Italia la questione militare, dell’uso della forza per ristabilire situazioni di pace e democrazia, o di vero e proprio nation building, è molto meno condivisa dall’opinione pubblica, così come è molto meno frequente che l’esperienza di un capo militare venga richiesta e utilizzata in ambito civile. Il confronto tra queste due realtà appare comunque importante e di grande utilità potenziale per il mondo delle imprese. Come ha scritto tempo fa Peter Drucker, «è sempre un buon momento per imparare qualcosa».Buona lettura !

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