Le nuove frontiere dell'economia circolare

Il libro Circular Economy. Dallo spreco al valore ha molti meriti, il primo dei quali è indicare una strada di uscita da un problema planetario ormai universalmente riconosciuto, ma non ancora adeguatamente affrontato. La via d'uscita è definita appunto come economia circolare, una espressione relativamente recente che rappresenta a un tempo uno sviluppo e una complementarietà rispetto al più noto concetto di sostenibilità. Di che si tratta?

Facendo un passo indietro, molti ricorderanno il libro uscito nel 1972 dal titolo I limiti dello sviluppo, scritto da due noti economisti (Donella e Dennis Meadows) per il Club di Roma e generalmente noto come "Rapporto del Club di Roma". Il libro metteva in guardia sugli shock prevedibili a medio termine a causa del progressivo esaurimento delle riserve di materie prime, in una visione che risentiva dell'approccio malthusiano di inizio Ottocento. Si era nel pieno della crisi petrolifera e molti, ma non tutti, condivisero quelle preoccupazioni destinate a innescare anche i nuovi movimenti ambientalisti del tempo. Molti altri però respinsero quei timori, soprattutto sulla base di una grande fiducia nella tecnologia: prendiamo come esempio il Premio Nobel Amartya Sen. Alla fine quella visione si ritenne superata da una nuova interpretazione che metteva semmai alla base il possibile limite "politico" all'uso delle risorse. E il Club di Roma venne progressivamente messo da parte.

Si affermò per contro il nuovo concetto di economia sostenibile, introdotto nel 1987 dal famoso Rapporto Bruntland che sollecitava il mondo a prendere coscienza dell'uso eccessivo delle risorse naturali e dello speculare eccessivo ammontare di sprechi e rifiuti, con un impatto ambientale ed economico tale da precostituire un peso che, per l'egoismo delle generazioni correnti, sarebbe inevitabilmente ricaduto su quelle successive. Dieci anni dopo Mathis Wackernagel e altri introdussero la proposta di misurare in modo scientifico l'impatto ecologico delle attività economiche per definire quella che venne chiamata "impronta ecologica", ossia la capacità di carico della Terra delle attività economiche e produttive, che secondo l'autore giù nel 1980 era stata superata e che avrebbe avuto ben presto (nel XXI secolo) conseguenze sempre più devastanti.

Gli ultimi vent'anni hanno sostanzialmente confermato le pessimistiche aspettative di questi e altri studi e oggi quasi nessuno sembra contestare che si stia ricorrendo in misura non più sostenibile alle risorse del pianeta e producendo eccessi inaccettabili di sprechi e rifiuti con dosi non sopportabili di inquinamento nelle varie forme. L'economia lineare, come ben spiegato nel libro Circular Economy, non è più praticabile, innanzitutto per i motivi detti sopra ma anche perché totalmente incompatibile con una reale economicità e razionalità di comportamento dei soggetti economici: prima di tutto consumatori e imprese, ma certamente anche di governi locali e nazionali e di istituzioni sovranazionali. Insomma, un rilancio in veste nuova di tesi in passato sottovalutate e una tardiva riaffermazione degli studi del Club di Roma.

Con l'economia circolare l'approccio tradizionale viene ribaltato. Non è più né possibile né economicamente razionale operare sulla base di un approccio che si sviluppa su una sequenza di ideazione di un prodotto o servizio, utilizzo di risorse, uso del prodotto, fine della vita utile e smaltimento con destinazione a rifiuto degli scarti di lavorazione e dei prodotti esauriti. Tutto ciò è non solo illogico, ma insostenibile per le capacità di sostentamento del pianeta ma anche per l'economicità del lavoro dei singoli soggetti e del sistema in generale. Occorre un nuovo approccio che cambi la catena del valore e che si avvii da una nuova concezione dei prodotti già in funzione di riuso delle risorse e dei prodotti a fine vita, e che tenga costantemente conto di fattori come la demografia, l'orientamento dei consumatori, le tecnologie digitali e non digitali, la capacità di produzione di risorse ma soprattutto di riproduzione. Una concezione circolare che tenga conto di questo nuovo approccio porta con sé, sostengono gli autori, dei vantaggi competitivi forse non immediatamente evidenti, ma realizzabili a beneficio delle imprese, dei consumatori, della società e del pianeta stesso.

Il libro è denso di casi di aziende di ogni genere che stanno praticando i principi dell'economia circolare. E per ogni genere si intendono aziende di dimensione e settore diverso, ma anche società for profit e società non profit, in una nuova visione che tende ad abbattere molti dei confini tradizionali. Il libro presenta anche molti dati a supporto delle tesi addotte e un'ampia documentazione tratta da fonti pubbliche e private che sul tema dell'economia circolare stanno realizzando studi approfonditi.

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