Social broadcasting e live streaming: trappola o opportunità per imprese e manager?

I Social Media, lo sappiamo, hanno rivoluzionato le dinamiche relazionali, i linguaggi e le reti sociali. I Social, un tempo dominati dal linguaggio della parola e in cui l’immagine era al massimo cassa di risonanza, vedono oggi un ribaltamento. Il famoso “storytelling” tanto per le imprese, quanto per le persone, vive ormai di immagini, ed é proprio quello dei social media visivi il tema della Visual Social Media Masterclass che HBR Italia organizza l’8 e 9 aprile (iscrizioni a questo link http://www.hbritalia.it/corsi.html )

La prevalenza delle immagini sui social non ci deve stupire: già la Programmazione Neuro Linguistica ci diceva che il 55% della popolazione adulta in Occidente utilizza prevalentemente il canale di comunicazione visivo. Percentuale che, secondo noi, nell’ultimo decennio è cresciuta considerevolmente in conseguenza di un radicale cambiamento socioculturale. Tutti, dal momento in cui ci svegliamo a quello in cui ci addormentiamo, siamo inondati da uno tsunami informativo: e-mail, Whatsapp, Facebook, Twitter, Instagram, Youtube e molti altri canali che si aggiungono ai tradizionali media. Il nostro smartphone è diventato, di fatto, la memoria esterna del cervello.

Risulta pertanto chiaro che, per autoregolamentazione organismica e adattamento creativo, saremo sempre più sensibili a quei linguaggi che riescono a condensare efficacemente e velocemente il maggior numero di informazioni. Le immagini appunto.  

E proprio in questa ottica va vista l’ultima frontiera dei “social media”. L’integrazione della parola all’interno dell’immagine e l’immagine in movimento. La produzione di video diventa alla portata di tutti. Non solo, il video diventa strumento di interazione, coinvolgimento, relazione. 

Le persone lo hanno già capito: Periscope, la piattaforma di social live streaming targata Twitter, in un anno esatto di vita ha totalizzato oltre 200 milioni di filmati per oltre 110 anni di diretta video. Su  YouTube, d’altro canto, ogni minuto vengono caricate 35 ore di riprese e ogni giorno vengono visualizzati due miliardi di video. 

Non solo, su YouTube è nata la nuova generazione dei cosiddetti “influencer”: persone giovani e creative che hanno fatto di loro stessi un “brand” capace di catalizzare l’attenzione di milioni di persone (e molto denaro degli inserzionisti). 

E le aziende? Per il momento molte stanno a guardare. Altre si danno da fare (da Samsung a Nike, da RedBull a Barilla). Ma a frenare la presenza sui social media e il loro utilizzo strategico nel marketing mix aziendale,  è la paura. Paura del rapporto diretto con l’interlocutore, paura di non saper aprire e sostenere il dialogo, paura di cambiare paradigma. Una paura talmente forte da alimentare se stessa. E la paura avvera le profezie tanto temute, che, nelle piazze social, si chiamano “epic fail”, trasformando così il timore in vera e propria fobia (esorcizzabile con un poco rassicurante  “è roba da ragazzini”). 

Ebbene sì, il nuovo linguaggio, soprattutto quello visuale, è roba da ragazzi. Nel senso che l’hanno inventato loro, giovani svegli e creativi. E non è un caso che questi giovani siano poi diventati opinionisti, star dello spettacolo e della cultura o brillanti imprenditori. Hanno trattato la propria immagine come si fa con un’azienda o un marchio e hanno vinto. Perché quindi un’azienda deve nutrire ancora tanta resistenza a trattare se stessa come un organismo, una persona che parla in prima persona, “scende sulla piazza” e gestisce il rapporto con i propri interlocutori in maniera autentica e senza filtri? 

L’esperienza opposta, come sappiamo, funziona. Ed è difficile, nell’era della libera circolazione del pensiero e dell’opinione, dare una risposta che non sia quella, banale, della resistenza al cambiamento. Ma qui siamo di fronte a una rivoluzione evolutiva da cui non si torna indietro. E, come in tutte le rivoluzioni, conviene cavalcarle. Rimettendoci in gioco, reinventandoci, lasciando alle spalle tutto ciò che non serve più. Prima che sia il tempo stesso a lasciarci alle sue spalle o in una teca da museo. 

 

Pier Lodigiani, Counselor, Communciation Advisor  e Co-Founder di TryPomm Collettivo Digitale, Professional Gestalt Counselor specializzato nei modelli relazionali creati dai social network.                     

Fabrizio Puddu, Senior Communication Advisor

 

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