Gli italiani e la voglia matta di andare in pensione

Gli italiani sono fortemente ostili a qualunque aumento dell’età pensionabile, malgrado il considerevole innalzamento dell’aspettativa di vita registrato negli ultimi lustri e, al tempo stesso, la difficile situazione dei conti pubblici del nostro Paese. Anche se, ancora nelle ultime settimane, è stata ripresa dai media la notizia relativa alla proposta di elevare lo soglia di età in cui si viene collocati a riposo. Si ipotizza al riguardo che chi oggi è giovane possa andare in futuro in pensione più tardi, ad esempio a 70 anni, anche a fronte della durata della vita media di ciascuno di noi e del migliore stato di salute di cui si gode generalmente a quell’età rispetto a quanto accadeva nel passato. Una iniziativa del genere aiuterebbe anche a mantenere in equilibrio il sistema previdenziale: va ricordato infatti come, secondo il Consiglio di vigilanza e di indirizzo dell’Inps, il rosso dei conti della previdenza arriverà a 11,2 miliardi, in crescita di due miliardi rispetto all’anno scorso.

Come si è detto, però, da un accurato sondaggio (condotto dall’istituto di ricerche Eumetra Monterosa su un campione rappresentativo della popolazione adulta) emerge come la quasi totalità (il 92%) degli intervistati si opponga all’innalzamento dell’età pensionabile con molto vigore: tanto che solo l’11% si dichiara “poco” d’accordo, mentre tutto il restante 81% afferma più incisivamente di non essere “per nulla” consenziente alla proposta. Solo il 7% (l’1% dichiara di non avere un’opinione) è dunque favorevole al progetto di spostamento in avanti dell’età pensionabile. E, ancora una volta, appena l’1% si dichiara “molto" d’accordo, a fronte del 6% che preferisce un più tiepido “abbastanza” d’accordo. 

E’ significativo che in questa sparuta minoranza di consenzienti si trovino con una frequenza un poco maggiore (8%) i giovanissimi, per i quali la pensione rappresenta una prospettiva ancora assai lontana e, in misura più accentuata (10%), gli anziani oltre i 65 anni, la maggior parte dei quali è già collocata a riposo da un periodo più o meno lungo. Viceversa e, forse, comprensibilmente, le persone in età centrale – dai 35 ai 65 anni, per le quali la pensione rappresenta un obiettivo comunque più ravvicinato – si oppongono più decisamente (96% di contrari) all’idea di uno spostamento in avanti del periodo lavorativo. Una avversità più marcata si riscontra anche tra i ceti più deboli socialmente: operai e, specialmente, possessori di titoli di studio medio-bassi (mentre tra i disoccupati il consenso è relativamente maggiore). 

Anche sul piano dell’orientamento politico, si rileva un dissenso trasversale: la proposta dello spostamento a 70 anni dell’età pensionabile vede infatti una netta maggioranza di avversi tra gli elettori di tutte le forze politiche: l’adesione a questa idea si accentua solo - molto lievemente - tra i votanti per Forza Italia (10%) e della Lega (11%).

Ma allora a quanti anni sarebbe giusto andare in pensione? Secondo gli auspici degli intervistati, ad età relativamente basse. Infatti, il campione di italiani indica mediamente al riguardo una soglia di 63 anni per i maschi e di 60 anni per le donne. Vale a dire, anzianità addirittura (e paradossalmente) inferiori a quelle applicate attualmente per la gran parte del settore privato. E, se è vero che la maggioranza degli intervistati indica questi valori, è vero anche che sono molti a suggerire un numero di anni ancora inferiore. E che, come era prevedibile, solo una quota trascurabile suggerisce i 70 anni come età giusta per la pensione: lo indica il 4% per i maschi e solo l’1% per le donne.

Come si è detto, questo diffuso desiderio di essere collocati a riposo relativamente presto sembra cozzare, secondo molti osservatori, con il prolungamento dell’aspettativa di vita e, conseguentemente, con il maggior peso potenziale delle pensioni sulla situazione economica dell’Inps e sullo stato della finanza pubblica in generale. Infatti, come è ovvio, più si vive, più a lungo gli enti previdenziali devono pagare le pensioni. Ma questi sembrano argomenti a cui l’opinione pubblica appare decisamente poco sensibile. Infatti, anche di fronte a un altro quesito in cui si cita esplicitamente la problematica dei conti pubblici – in modo da ricordare all’intervistato anche questa questione – la grandissima maggioranza degli interpellati si schiera nettamente contro una revisione al ribasso dei futuri assegni di anzianità di quanti hanno oggi tra i venti e i trent’anni. Si oppone a questa eventualità ben il 91% degli italiani. Contro costoro si pronuncia solo il solito esiguo 6%, con una particolare accentuazione, in questo caso, delle donne. 

E’ una presa di posizione molto netta, che mostra anche la delicatezza del tema del rimodellamento delle pensioni e la grande sensibilità della popolazione del nostro Paese al riguardo. D’altra parte, tante ricerche condotte in passato hanno mostrato come gli italiani siano, in linea di principio, sempre favorevoli a una riduzione della spesa pubblica ma, al tempo stesso, esprimano un forte dissenso al riguardo in diversi casi in cui le proposte si concretizzano, specie se i tagli toccano le pensioni o, in generale, i redditi o gli interessi propri o della propria famiglia.

Renato Mannheimer, sociologo, Eumetra Monterosa.

 

 

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