Il cammino dei fondi sovrani verso il centro del sistema finanziario

La maggior parte dei fondi sovrani incorre in problemi di mancanza di trasparenza e di regolamentazione che hanno sollevato molte preoccupazioni, soprattutto prima della crisi finanziaria, sia dal punto di vista politico che dal punto di vista finanziario. Per quanto riguarda le preoccupazioni politiche, particolare attenzione è stata rivolta ai settori considerati sensibili come la difesa, le infrastrutture e l'energia. Il fatto che molti fondi sovrani appartengano a Paesi non democratici non ha contribuito a dissolvere questi timori. Non a caso i fondi sovrani hanno sollevato l'attenzione di leader politici, operatori, studiosi, regolatori internazionali e hanno scatenato una catena di reazioni protezionistiche nei Paesi dove hanno investito. Francia e Germania hanno approvato tra il 2007 e il 2008 una legislazione per proteggere la sicurezza nazionale e l'ordine pubblico, mentre gli Stati Uniti nel 2007 hanno rafforzato le competenze del Comitato per gli investimenti esteri. 

Nel 2008, per prevenire una spirale di una reazioni protezionistiche il Fondo Monetario Internazionale è intervenuto per costituire un gruppo di lavoro internazionale, che ha emanato un codice di condotta, comunemente noto come i Principi di Santiago, da adottare su base volontaria. Purtroppo, i 24 Principi sono stati scarsamente attuati finora, tanto che il recente cambiamento dell’atteggiamento verso i fondi sovrani da parte dei Paesi beneficiari vi ha poco a che fare. La maggiore apertura ai loro investimenti è piuttosto una conseguenza della crisi finanziaria, durante la quale il principale imperativo è stato attrarre la liquidità di fondi sovrani invece di difendere la proprietà nazionale dei settori strategici. Allo stesso tempo, gli stessi fondi sovrani sono diventati molto più prudenti. Nonostante la retorica protezionista si sia in gran parte placata, i fondi sovrani scelgono oggi di accedere a mercati particolarmente sensibili, ad esempio gli Stati Uniti, in partnership con gli investitori nazionali, al fine di evitare qualsiasi reazione politica negativa.

Dal punto di vista finanziario, le principali preoccupazioni per i fondi sovrani sono state dissipate sulla base non solo di evidenze empiriche, ma anche di studi scientifici. Le prime suggeriscono che i fondi sovrani possano apportare benefici ai mercati finanziari, sia in termini microeconomici che macroeconomici, attraverso tre importanti modalità: la stabilità dei finanziamenti grazie agli ingenti capitali investiti con un orizzonte di lungo termine; il paziente capitale a basso costo destinato alle imprese; le loro connessioni politiche che possono consentire l'accesso al mercato e a contratti-governativi. Dal punto di vista macroeconomico, il verificarsi di una crisi aumenta la probabilità che un Paese entri fra i bersagli delle acquisizioni dei fondi sovrani e che i fondi siano consistenti. Tale approccio anticiclico dei fondi sovrani li ha portati ad aumentare le quote nel loro portafoglio di asset volatili proprio quando altri investitori istituzionali hanno fatto esattamente il contrario, approfittando delle opportunità di investimento rappresentate dai ribassi azionari ed evitando che gli asset si muovano in tandem con le fluttuazioni del mercato.

Un altro vantaggio dei fondi sovrani è la disponibilità di risorse per far fronte alle turbolenze finanziarie domestiche. Ad esempio, il National Irish Pension Reserve Fund nel 2011 ha fornito sostegno al sistema bancario nazionale, che era sull'orlo del collasso.

I fondi sovrani sono aumentati rapidamente negli ultimi dieci anni sia in termini numerici che di patrimoni gestiti, grazie alle crescenti entrate petrolifere e all'accumulo di riserve in valuta estera da parte delle banche centrali. Nel medio-lungo periodo, si prevede un’ulteriore crescita: secondo le attuali proiezioni, nel corso dei prossimi tre anni i fondi sovrani supereranno la soglia dei 10.000 miliardi dollari. Tuttavia, se persisterà il calo del prezzo del petrolio, alcuni fondi sovrani non solo rallenteranno il loro ritmo di crescita, ma anche la dimensione complessiva dei loro patrimoni. 

L'Europa è sempre stata una destinazione primaria per gli investimenti dei fondi sovrani, in particolare prima della crisi del 2007-2008. Tra i Paesi europei il Regno Unito ha di solito preso la parte del leone per la sua apertura nei confronti degli investimenti esteri e i legami storici con alcuni fondi, in particolare del Medio Oriente. Tuttavia, negli ultimi anni i fondi sovrani hanno cominciato a differenziare i loro obiettivi in Europa per dirigere una quota crescente dei loro portafogli verso i Paesi periferici come l'Italia e la Spagna. 

L'Italia in particolare è diventata la seconda destinazione degli investimenti dei fondi sovrani in Europa tra il 2013 e il 2014. Un dato che sottolinea una ripresa della fiducia nell'economia italiana dopo molti anni di lenta crescita e scarse prospettive. Dal Medio Oriente all'Asia, un numero crescente di fondi sovrani investe in Italia. Inoltre, un approccio aperto e attivo ha preso slancio nel Paese, con l’autorizzazione a fondi bilaterali fra governi e fondi sovrani per investire in aziende di medie dimensioni. A tal fine l'Italia utilizza un fondo specifico, il Fondo Strategico Italiano di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, con 6 miliardi dollari in gestione, che ha stabilito accordi con il Qatar, il Kuwait e la Russia. 

Con la Qatar Investment Authority è stato firmato nel 2013 un accordo di joint venture che istituisce una nuova società gestita congiuntamente da Qatar Holding (per un miliardo di euro) e il FSI (per un altro miliardo, finalizzato a settori legati al «Made in Italy»). Con la Kuwait Investment Authority il FSI italiano ha firmato un accordo nel luglio 2014 che costituisce una nuova società di investimento con un patrimonio del valore di circa 2,19 miliardi di euro. Inoltre, ogni partner si è impegnato a contribuire con ulteriori 500 milioni di euro. Per quanto riguarda la Russia, nel 2013 è stato firmato un accordo per investire un miliardo di euro (500 milioni per ciascun Paese) nelle imprese e in progetti che favoriscono una maggiore cooperazione economica tra Italia e Russia. Un atto molto importante per aiutare le aziende italiane a superare i loro problemi di finanziamento e diversificare il loro indebitamento dal settore bancario. Il maggiore interesse riscontrato dall’Italia, tuttavia, non deve mettere in secondo piano l'urgenza di rendere il Paese più attraente agli occhi degli investimenti stranieri affrontando vecchi problemi, come la certezza del diritto, le lungaggini dei processi e la corruzione.

 

Valeria Miceli è Professoressa di Economia dei Mercati Finanziari dell’Università Cattolica; Asoka Woehrmann è CIO di Deutsche AWM.

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