Riflessioni da aziendalista sul debito greco

 

Io m’intendo di aziende; quando leggo le discussioni sul debito della Grecia non riesco a capire di cosa stanno parlando. Se la Grecia fosse un’azienda riuscirei a capire che è fallita, che non ripagherà mai i debiti, e che certamente non vale la pena di dare nuovi linee di credito a chi mai ripagherà le vecchie. Credo che la confusione sul tema “Grecia” sia amplificato dall’uso improprio delle parole. Sembra che i problemi della Grecia derivino dagli impegni di austerità, che il loro debito pubblico sia rimborsabile nel tempo e che i nuovi prestiti dell’UE servano a imporre disciplina al nuovo Governo; in realtà un debitore che non rimborsa i vecchi prestiti non trova nessuno che ne sottoscriverebbe di nuovi, e i finanziamenti che l’Europa ha concesso per qualche mese sono donazioni dei cittadini europei per continuare a far finta che i debiti della Grecia siano ripagabili. 

Ci sono inoltre affermazioni di rischi catastrofali in caso di uscita della Grecia dalla UE; contagio del default su debiti pubblici di altri Paesi, intervento della Russia a sostegno della Grecia ecc. Per completare la confusione qualcuno parla di un obbligo morale da parte degli Stati ricchi verso la Grecia e di un principio di solidarietà come base fondante i trattati dell’Unione; tali principi dovrebbero portare la UE, anche nell’interesse dei ricchi, ad accollarsi oggi i debiti dei poveri greci e magari domani dei poveri italiani. In nord Europa, dove per ragioni di lavoro frequento molti investitori importanti, non ho mai trovato nessuno che si ricordasse di aver votato di sovvenzionare il Sud o che delegasse ai debitori un giudizio su quale sia l’interesse di creditori.

La mia esperienza è di aziendalista; i concetti aziendali di base intorno al tema del debito potrebbero essere di aiuto nel comprendere la situazione attuale e affrontarla in modo meno fumoso. Quando un debitore non può pagare il problema è del creditore; nelle crisi finanziarie aziendali è frequente il caso di fare finta che il debito possa esser rinviato o “ristrutturato” in modo da non azzerarne il valore nei libri dei creditori, ma se il debitore non può pagare si tratta semplicemente di un maquillage e di un rinvio del redde rationem. Il caso di SEAT pagine gialle docet e di casi simili ne abbiamo purtroppo tantissimi.

Nel caso degli Stati, ricordo cosa disse di John Connally, segretario al Tesoro di Nixon nel 1971, rivolgendosi a una platea di investitori esteri: “Il dollaro è la moneta nostra ma è il problema vostro”. Oggi, il ministro delle finanze greco Varoufakis dice: “L’euro è la vostra moneta e il debito pubblico greco è il vostro problema”; ha anche detto una grande verità, e cioè che il debito greco è insostenibile nel senso che non sarà mai ripagato (come è il debito di altri Paesi, Italia in primis che vagamente promette solo di ridurlo in futuro, ma solo in percentuale di un PIL ipotizzato in crescita). Il corollario però è che tale debito non è nemmeno rifinanziabile: sostituire titoli nuovi con rating di junk bond a titoli vecchi con lo stesso rating non serve a pagare veramente i debiti.

Nei Paesi indebitati come l’Italia si è diffuso il concetto che un default della Grecia avrebbe conseguenze catastrofiche per gli altri Paesi dell’Euro; a nessuno importa veramente della Grecia, ma molti si preoccupano di cosa accadrebbe ai bilanci di banche, investitori finanziari e Stati europei se si dovesse prendere atto della realtà, e cioè che il debito della Grecia è carta straccia e per di più inesigibile. Così si favoleggia che se solo si regalassero più soldi ai greci (sottoscrivere  i loro junk bonds è un regalo, non un investimento) il loro PIL crescerebbe e i loro debiti potrebbero un giorno, lontano a piacere, esser ripagati da un avanzo primario. 

In termini aziendali è come se a un’azienda fallita, senza attivi da vendere e con un conto economico in perdita strutturale, si dessero più soldi nella speranza di averli indietro; quello che sarebbe improponibile chiedere a un banchiere si cerca di far passare come un’azione intelligente della UE. Al nord delle Alpi, dove è chiaro il concetto che assumersi i debiti degli altri Paesi equivale a farli pagare ai propri cittadini, questa “solidarietà” è inconcepibile, ma lo sarebbe anche da noi se fosse chiaro che, mentre per i debiti greci esistenti è solo questione di chi deve ingoiarseli nei propri bilanci, per la nuova liquidità richiesta da Tsipras si tratta di sottrarla alle tasche dei cittadini europei. 

Sempre al nord delle Alpi, non tutti condividono che il default della Grecia avrebbe conseguenze negative per l’euro; alcuni sostengono che invece l’euro ne uscirebbe rafforzato in quanto non “minato dall’interno” sia da crediti falsamente presunti esigibili, sia da attese di flussi di sussidi dai Paesi poco indebitati agli altri. Il default c’è già, sia che lo si riconosca esplicitamente sia che si faccia finta di credere alla capacità futura di ripagare i debiti pubblici greci. Molti pensano che non cedere a tale illusione ed evitare di buttar via soldi veri, abbandonando la Grecia al suo destino, sarebbe un segnale inequivocabile che il debito di ciascun Paese è solo di chi lo sottoscrive, e che magari è l’ora di incominciare a ridurlo anche da noi (oggi continua a crescere dappertutto). I soldi che non si darebbero più ai greci per vivere un po’ meno male verrebbero dirottati sui cittadini degli altri Paesi, sotto forma di incentivi al consumo o investimenti infrastrutturali, per farli stare un po’ meglio. Tutti comunque sono concordi nel dire che non si può dare nuovo credito a chi dichiara di non volere o proprio non può pagare i vecchi debiti; come nelle aziende, mai buttare moneta buona dietro moneta cattiva! 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 2500

Temi più seguiti

Partner center