Brevini e le altre: "si può fare"

Brevini Power Transmission di Reggio Emilia ha vinto la prima edizione del Premio “Eccellenze d’Impresa 2014”, promosso dalla società di consulenza Gea e da Harvard Business Review Italia. Centoventi le aziende partecipanti, sei le selezionate: Bertazzoni, Brevini, Dallara, Gentium, Pavan Group e Spig. Alla fine, il voto della Giuria (Federico Ghizzoni, CEO di Unicredit; Anna Maria Tarantola, presidente  RAI; Gabriele Galateri, presidente di di Generali, Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano; e Andrea Guerra, fino a pochi mesi fa CEO di Luxottica) ha premiato Brevini, riconoscendo una Menzione Speciale anche a Gentium, Pavan e Spig (per leggere la case-history di Brevini clicca qui). 

In generale, però, ha rilevato Luigi Consiglio, presidente di Gea, tutte le aziende giunte in finale avrebbero meritato il Premio per le loro performance straordinarie, protratte nel tempo e malgrado i colpi della crisi. Differenti i settori operativi: dalla meccanica alle biotecnologie; molto simili le caratteristiche che le accomunano: in primo luogo, la capacità innovativa e l’internazionalizzazione. Tutte e quattro sono, infatti, aziende globali, con numerose filiali all’estero e un'incidenza dell'export sul fatturato che supera l'80%, ma in alcuni casi persino il 90%. Realtà da scoprire e storie da raccontare "perché il loro business e la loro organizzazione confermano che si cresce anche in tempi difficili, che l’Italia è un Paese di talento imprenditoriale e di grandi capacità creative in ogni settore", ha sottolineato Enrico Sassoon, direttore di HBR Italia. Nascono familiari e diventano multinazionali, gestiscono bene i passaggi generazionali senza perdere il valore della famiglia fondatrice, ma allo stesso tempo aprono la gestione al management.

Che cos’hanno da insegnare queste imprese al sistema-Italia in tempi di recessione? Consiglio ha sintetizzato in una breve espressione lo spirito con cui Gea e Harvard Business Review Italia hanno definito l’intento del Premio: “Si può fare”. Nella competitività globale l’Italia non sfigura con il suo 49° posto nella classifica del World Competitiveness Report, ma potrebbe salire rapidamente perché possiede numerosi punti di forza, purtroppo condizionati da fattori ambientali e istituzionali, e da ritardi strutturali. 

“Si può fare” esprime una realtà esistente, non solo un desiderio. Lo dimostrano la creatività e il dinamismo del folto gruppo di aziende approdato al Premio 2014. Imprenditori seri, team manageriali competenti, intelligenze progettuali e capacità tecniche di realizzazione dei prodotti continuano a contraddistinguere il made in Italy, sono la sua identità inconfondibile. “Si può fare” diventa anche una filosofia pragmatica il cui tratto distintivo e punto d’orgoglio sono il metodo di lavoro e il risultato. Gea e Harvard Business Review ritengono strategica la comunicazione delle eccellenze che spesso operano ignorate dal Paese. Andarle a scoprire e proporle al sistema-Italia come case-history paradigmatiche di un modo di sintonizzarsi con il mondo globale e di cavalcare il mercato. Sono esempi di aiuto concreto per tutti gli imprenditori che lavorano per crescere. Nelle loro storie aziendali emergono le criticità ma soprattutto le soluzioni e le modalità che rendono competitivo un processo, una divisione del comando, una gestione degli investimenti e dell’innovazzione. 

Per rilanciare la competitività dell’Italia da sole le imprese non bastano, occorre pensare anche ai ruoli e alle responsabilità di banche, assicurazioni, istituzioni e media. Questioni complesse ma cruciali. Prima della proclamazione del vincitore del Premio “Eccellenze d’Impresa 2014” a Palazzo Clerici di Milano, una tavola rotonda ha indicato percorsi per ridare all’Italia competitività. Sono intervenuti Umberto Bertelè del Politecnico di Milano; Gabriele Galateri, Presidente di Assicurazioni Generali; Federico Ghizzoni, Amministratore delegato di Unicredit e Andrea Guerra per dieci anni top manager di Luxottica. Dalle loro considerazioni esce un piccolo manuale operativo ad uso della buona impresa e di chi intende entrare nel panel della qualità. 

Cinque sono le caratteristiche fondamentali e prioritarie perché la cultura d’impresa si distingua e guadagni forza. Innanzitutto occorre perseguire e coltivare un’”idea alta” di imprenditorialità dove il “sogno e la visione” tornino a essere obiettivi al di sopra della patrimonializzazione. Con questa carica l’azienda può aspirare a entrare nel “gioco internazionale”. Un atteggiamento opposto a quello di chi studia scorciatoie per ottenere un ombrello di protezione che consenta di evitare di misurarsi la concorrenza globale. Un terzo fattore, molto sottolineato da Andrea Guerra, è il valore del prodotto. Occorre cercare elementi differenzianti e soprattutto in grado di comunicare emozioni forti. La componente “storytelling” va sempre scovata, perseguita e affinata. “Azienda aperta” è la quarta prerogativa, dove apertura significa solidità della famiglia, quotazione in Borsa quando possibile, anche per diminuire la dipendenza dal credito bancario, gestione manageriale con un Cda ben concepito, innesto nel management di figure portatrici di ricambio culturale così da compiere salti di prospettiva e, infine, una patrimonializzazione che consenta di operare con serenità per almeno cinque anni mettendo in conto la possibilità di errore nel muoversi dentro e fuori i confini nazionali. Quinto cardine, essere “aziende noiose” che, per Guerra, significa costanza nell’attaccamento al proprio mestiere, alla specificità del proprio prodotto, farlo sempre al meglio incrementando l’innovazione. Imprese che non si mettono in testa di fare altro appena raggiungono il successo. 

L’imprenditore ama il rischio quando persegue un progetto e il sistema-Paese può sostenerlo negli obiettivi mettendo a disposizioni risorse umane e finanziarie. L’education rappresenta il collante della competitività. L’Italia ha un buon livello formativo e dispone di Università dove i talenti riescono ad emergere e a dotarsi di competenze che fanno la differenza e innalzano il livello competitivo quando vengono assunti. Alcuni laureati restano, altri vanno all’estero ma non si tratta sempre di una fuga di cervelli. Secondo Umberto Bertelè, presidente della MIP Business School del Politecnico di Milano, occorre fare una seria riflessione e alcune distinzioni. Il Paese deve incrementare la qualità dell’istruzione a partire dalla formazione tecnica pre-universitaria ed elevare le competenze che si apprendono nelle Università. Il sistema si difende ma non può perdere altro tempo perché il low-cost consente una mobilità prima impensabile e l’idea di frequentare atenei all’estero è diventata fattibile. Gli Erasmus educano i giovani a una mentalità nuova che sceglie le migliori opportunità indipendentemente da dove si trovino. Le Università devono pensare ad aprire filiali all’estero e a rafforzarsi in Italia per attrarre stranieri così da guadagnare posizioni nei ranking internazionali. I laureati che espatriano spesso ritornano arricchiti di esperienze che fanno solo bene alle imprese italiane. Certamente il ritardo innovativo delle PMI e la loro struttura dimensionale-organizzativa impediscono di avvalersi delle migliori intelligenze: da un lato offrono poche possibilità di crescere professionalmente, dall’altro non dispongono di profili di carriera allettanti. In queste condizioni il giovane sceglie di partire. Maggiori sinergie tra università e imprese dovrebbero infine portare a delineare percorsi di apprendimento più rispondenti alle necessità produttive.

Il sistema bancario è un altrettanto fondamentale pilastro portante dello sviluppo del sistema-Paese e, in particolare, della competitività d’impresa. Federico Ghizzoni, neo Cavaliere del lavoro e amministratore delegato di Unicredit, indica quattro orizzonti del credito da tenere ben saldi nella crisi e nella progettazione del futuro. Le banche devono diventare “soggetti solidi” grazie al loro patrimonio; “soggetti stabili”, ovvero credibili e operativi oggi e negli anni a venire; “soggetti più vicini al cliente” ritornando a conoscerlo e ad essergli costantemente al fianco; “soggetti che fanno innovazione” non solo dal punto di vista informatico, ma progettando e brevettando anche prodotti e funzioni finanziarie. Le imprese si sviluppano se c’è anche un credito forte e sano. La vicenda degli stress-test ha messo in luce debolezze e obiettivi da perseguire per avere una finanza in grado di accompagnare meglio nella ripresa tutto il Paese. Ghizzoni è chiaro su questo: “Il credito non è illimitato e dovrà essere ancora più selettivo nella scelta delle imprese da finanziare. Una nuova mentalità dovrà portare a incrementare le visite al cliente e a studiare i progetti per poi scegliere i migliori e i più giusti da valorizzare. Il credito è cresciuto più del Pil e non è stato sempre indirizzato alla crescita. C’è una decisione da prendere in merito al rapporto banche-imprese finora troppo stretto e con una dipendenza spesso non sana. Rompere il cordone sarà una scelta urgente e le azienda dovranno imparare ad attingere ad altre forme di finanziamento; così come la finanza è chiamata a offrire alternative meno costose e più aderenti ai progetti di investimento. 

In Italia, per Ghizzoni, esiste un serio problema Pmi. Realtà interessanti, a lungo forza trainante e distintiva del Paese, ma ora si pone un serio e improcrastinabile problema di dimensioni. Piccolo è bello, ma è insufficiente. E’ un mal di testa -  sostiene Ghizzoni - studiare le modalità di erogazione dei finanziamenti perché la patrimonializzazione è bassa e i bilanci non invogliano. Un'eventualità da valutare potrebbe essere quella di immaginare le Pmi in una filiera che ruoti intorno a un’impresa-madre. Ma qui serve l’apporto della politica che studi nuove regole. La piccola dimensione penalizza spesso l’internazionalizzazione e ritarda l’innovazione. Quando si perde terreno su questi due fronti, che corrono a velocità elevate nel mondo, il rischio è di uscire dal flusso dei mercati e rinchiudersi in spazi operativi ristretti che non faranno scomparire la creativita e il business ma marginalizzeranno tutto il sistema-Paese.

Il salto competitivo è possibile e l’Italia può esserci con le multinazionali tascabili, le aziende del "quarto capitalismo". I piccoli e medi imprenditori riescono a compiere il salto se si semplificano le regole, ha sottolineato con forza Gabriele Galateri, Presidente di Assicurazioni Generali e Presidente dell’Istituto Italiano di Tecnologia. L’Italia è ancora frastornata dallo sballottamento della delocalizzazione che non è stata accompagnata da un altrettanto veloce e serio spostamento verso produzioni con maggiore valore. Il deficit tecnologico si sente, ma lo si supera creando un ecosistema produttivo che faccia salire il livello medio dell'innovazione. Le imprese si trovano davanti a mutazioni che necessitano di strategie chiare, tempi medio-lunghi, solidità finanziaria e una visione coraggiosa del business. Le assicurazioni stanno già facendo la loro parte nel mercato finanziario per aiutare le aziende e ridurre i rischi d’impresa. Una fonte di indeterminatezza è però costituita dalla precarietà, o addirittura dall’assenza, di regole certe. Qui tutto il Paese deve collaborare perché la politica cambi e assicuri stabilità. Le imprese più dinamiche, anche tra i piccoli e medi, hanno acquisito una mentalità di governace che stupisce per i salti culturali compiuti. Vedo, dice Galateri, società non quotate che si comportano da quotate, hanno un management che si muove e agisce con lo stile delle migliori grandi imprese, adottano regole chiare per offrire trasparenza e chiarezza d’intenti a tutti gli operatori. Esempi incoraggianti.

L’Italia ha le sue criticità, ma non manca di molti punti di forza e soprattutto dispone di una geografia di eccellenze d’impresa che costituiscono il polmone della ripresa. Saperle intercettare, ascoltarle per trane i suggerimenti operativi da tradurre in regole certe e durature è il compito prioritario in questi tempi difficili. Dalla prima edizione del Premio Gea-Harvard Business Review arriva un messaggio chiaro: il Paese è ricco di imprese sane. Lo sviluppo, l’internazionalizzazione, la competitività: tutto questo “si può fare”. Il coraggio non manca.

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