La Reputazione è una competenza: dal lavoro ai social network e ritorno

OSVALDO DANZI

14 Marzo 2018

Per comunicare sui social non basta “sembrare social” ma bisogna “essere social”.  Questo vale tanto per le aziende quanto per i professionisti.

La difficoltà principale di tanti dirigenti che cercano di riposizionarsi sul mercato è la mancanza di contatti strategici, qualcuno che in maniera disinteressata si possa prendere cura del loro curriculum troppo spesso impolverato in un cassetto, fin troppo sicuri che “a me non capiterà mai”.  

Non parlo di quelle relazioni cresciute prevalentemente all’ombra della convenienza che si sa, fin quando ricopriamo una posizione privilegiata, sono numerose e ricche di attenzioni. Sto bensì parlando di contatti generati all’interno di reti professionali alimentate da pura conoscenza e mosse dall’unico interesse di creare network qualificati di scambio di informazioni, di supporto intellettuale e professionale che resistono anche una volta fuori da un ruolo e che anzi, proprio in quel momento, diventano forza aggregante e supporto per nuove occasioni professionali.

È evidente che la reputazione di un manager di questo decennio (a venire) non è più solo circoscritta alle capacità tecniche o da un paio di lettere di referenze degli amministratori delegati. La Reputazione va alimentata e curata esattamente come se fosse una competenza sulla base della quale si viene sempre più spesso valutati.

Cosa significa alimentare la propria reputazione?

È indubbio che i canali digitali rappresentino oggi dei veri e propri strumenti di comunicazione: dai social network (primi fra tutti Linkedin e Facebook , Twitter e Instagram) ai blog personali e aziendali, alle piattaforme di contenuti (Flipboard, Medium), sono una grande opportunità per chi vuole generare interesse. Sottovalutare il potere dei social network è uno dei grandi errori con cui una generazione di manager analogici sta limitando la possibilità di una esposizione mediatica fino a ieri presidiata attraverso quegli inserti autoreferenziali e spesso a pagamento in cui sui giornali di settore si comunicavano i “cambi di poltrona” o ci si faceva intervistare con domande concordate all’occorrenza.

Al lordo della simpatia politica, non dimentichiamoci che un blog è stato il primo passo con cui un comico televisivo ha iniziato a condividere temi legati prima alla sostenibilità ambientale, successivamente alle nuove tecnologie per poi gradualmente trasformare la propria reputazione da performer teatrale ad attivista politico consentendogli la creazione di  qualcosa di assolutamente imprevedibile fino a 20 anni fa.

Tuttavia questi strumenti, proprio per la facilità di accesso e di utilizzo, se non sono gestiti in maniera corretta e con delle strategie ben disegnate a tavolino, rischiano di rivelarsi un’arma a doppio taglio come recentemente accaduto con un progetto di Intesa San Paolo che secondo gli ideatori avrebbe dovuto trasformare i dipendenti della Banca in Brand Ambassador senza riuscire però a ottenere l’effetto desiderato.

Prima di lanciare un qualsiasi progetto digitale, ogni persona o azienda che dir si voglia, deve stendere un vero e proprio piano editoriale e definire cosa si vuole comunicare, come, individuare canali e strumenti adeguati a seconda della audience di riferimento e poi costruirne i contenuti. Per chi è alle prime armi con queste nozioni, un utile strumento di accompagnamento è certamente il Personal Branding Canvas ideato da Luigi Centenaro.

Gruppi chiusi,  associazioni autonome e festival culturali sono invece le nuove agorà in cui testimoniare e condividere esperienze, buone pratiche, opinioni. Le opportunità di emergere sono davvero innumerevoli, il vero talento sta nell’evitare il mainstream, dribblare le consuetudini, cercare invece le differenze e presidiare i luoghi di vera contaminazione. L’errore più frequente è quello di serrarsi in circoli chiusi, auto referenziarsi a vicenda, godere del riconoscimento facile, trasmettere valori e successi aziendali facilmente contestabili, magari da un ex dipendente collegato in rete proprio in quel momento.

Prima si dà, poi si riceve

A conferma di quanto detto fino ad ora, chi ha avuto modo o necessità di seguire un percorso di orientamento professionale, coaching o outplacement, sicuramente sarà stato invitato a usare Linkedin per promuovere la propria candidatura ma non sarà esponendo in vetrina un curriculum con un vestito digitale che risolverete la vostra situazione. Linkedin è diventato un vero e proprio media, più efficace se meglio utilizzato: commentando post di altri utenti,  iscrivendosi a gruppi di interesse, scrivendo articoli, si alimenta la propria reputazione.

La creazione di contenuti di valore, di suggerimento a supporto delle richieste di altri professionisti o l’approfondimento con propri punti di vista sono tutte occasioni di riconoscimento delle proprie competenze. Naturalmente, chi questa attività l’ha svolta ancor prima del momento del bisogno, godrà più facilmente di ciò che ha seminato.  

Per coloro che sono interessati ad approfondire, questo sarà uno degli argomenti che tratteremo a Nobìlita, il Festival della Cultura del Lavoro che si terrà a Bologna il 23 e 24 marzo all’interno di due panel distinti: “Fragilita: under 30 e over 45” e “Selezione, Formazione, Merito e Referenze”.

A tutti gli altri, il consiglio  è quello di essere curiosi e disponibili. Prima che sia troppo tardi.

 

Osvaldo Danzi è Senior Recruiter per SCR Consulenza, Presidente di FiordiRisorse e editore della testata giornalistica SenzaFiltro.

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  • Gionata

    Frigeri

    17:05, 26 Marzo 2018

    Caro Osvaldo. Il suo articolo è veramente molto chiaro ed interessante. Penso che farò tesoro delle cose che ha scritto. Purtroppo appartengo a quella generazione di "manager" analogici e mi sto rendendo conto di essere rimasto indietro. saluti Gionata Frigeri

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