Le insidie delle nuove tecnologie alle professioni

WALTER JOFFRAIN

10 Gennaio 2018

L’applicazione delle nuove tecnologie, lo sviluppo della robotica e il processo di automazione industriale sono in grado di ridurre sempre di più l’intervento umano nei processi lavorativi. Il costo decrescente degli investimenti tecnologici e l’automazione sono divenuti i principali fattori di competitività tra le imprese e hanno portato alla crescente domanda di personale specializzato, capace di innovare se stesso con la tecnologia, riducendo la domanda di personale meno qualificato.
Negli ultimi anni, però, si sta osservando come le nuove tecnologie insidino non solo i lavori prettamente manuali e ripetitivi, con bassa incidenza di creatività e contenuto intellettuale, ma anche professioni a maggior contenuto di creatività e competenza per lo svolgimento dei quali occorrono spesso lunghi e articolati percorsi formativi.
Nella chirurgia, la robotica affianca il medico in sala operatoria con sempre maggior frequenza e consente di effettuare interventi in telemedicina garantendo prestazioni di alto livello e riducendo i rischi di errori. Le nuove tecnologie supportano la diagnostica, sono in grado di effettuare test cardiovascolari, radiologici ed ematochimici e di predisporre in automatico i referti, lasciando allo specialista la sola supervisione finale.
Nelle aziende, in molti processi di selezione del personale, la valutazione dei curricula viene affidata a software in grado di filtrare quelli di interesse sulla base della sola presenza di keywords, senza intervento di risorse specializzate. Nei processi produttivi molte attività sono da decenni delegati alla robotica: nei prossimi anni l’intelligenza artificiale sarà in grado di sostituire anche figure manageriali apicali nel processo decisionale e di gestione delle attività ordinarie.
Nell’attività di ricerca, l’automazione consente di effettuare analisi bibliografiche e lessicali su più testi e in più lingue grazie ad applicativi ormai in grado di sostituire figure professionali come il traduttore. L’attività di analisi dati, dalla genetica alla fisica delle alte energie, è delegata a software e a reti neurali che, a meno di aggiornamenti periodici, sono oggi in grado di procedere secondo criteri di auto-apprendimento, sostituendo sempre più la figura degli analisti.
Nell’edilizia, il progettista è in grado di “accompagnare” il cliente nel suo immobile prima ancora che questo sia realizzato utilizzando software di simulazione e tecniche di realtà virtuale che sostituiscono architetti e disegnatori.
Nei mercati finanziari, già oggi oltre il 50% delle operazioni di trading viene effettuata da sistemi esperti sulla base di algoritmi e poche direttive impartite dai gestori.

Per comprendere quali lavori si “salveranno” in un contesto in cui le nuove tecnologie insidiano anche le professioni a maggior contenuto di competenza, occorre richiamare le parole di John Maynard Keynes del 1930, durante la Grande Depressione: “… Noi abbiamo contratto un morbo del quale si sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriremo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove…”
Il recupero dei posti perduti a causa della robotica e delle nuove tecnologie potrebbe comportare tempi lunghi e potremmo essere chiamati ad affrontare una disoccupazione strutturale correlata all’innovazione. Il futuro del lavoro sarà pertanto molto polarizzato e molto specializzato: da un lato un’elite tecnologica, ipercompetente e comprendente nuove professionalità in ambito big data, reti neurali, Internet of Things, sharing economy, digitalizzazione e Industria 4.0; dall’altro le attività caratterizzate da lavoro “empatico”, a forte contenuto relazionale, quali gli insegnanti, i giornalisti e gli infermieri. Questa polarizzazione avrà come conseguenza una maggiore disparità nella distribuzione salariale e della ricchezza, probabilmente a vantaggio di fasce sempre più ristrette di popolazione.
Se non si vuole cadere nell’errore storico dei luddisti che sabotavano i telai meccanici accusati di sottrarre posti di lavoro, per bilanciare la perdita occupazionale occorrerebbe creare nuove figure professionali nei settori relativi alla tecnologia, reti neurali, life science e ricerca scientifica. Non si tratta quindi di un semplice incremento quantitativo, ma di un mutamento di approccio, dove il ruolo di protagonista sarà affidato a coloro che si manterranno più flessibili al cambiamento e aperti a continui processi formativi.

Walter Joffrain è docente di inFinance, società di formazione e consulenza in Finanza aziendale e Controllo di gestione. Senior Manager presso uno dei principali gruppi bancari italiani, si è occupato di Operations, Strategy, Risk Management e Corporate Finance. Consulente strategico in una primaria società di consulenza dal 2001 al 2005, ha conseguito un Ph.D. in Fisica ed è stato Fulbright Research Scientist presso il Massachusetts Institute of Technology. È membro del board di aziende e fondazioni e autore di libri e articoli su temi economici, tecnologici e scientifici. 

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