Ricerche

Lavoro: urgenze e ritardi delle élite

Antonio Santangelo

05 Marzo 2018

Dai supermarket automatici ai braccialetti compulsivi segnali inquietanti mettono in forse il futuro dei lavori, se non addirittura del lavoro. Mentre le élite del nostro Paese paiono assenti o inadeguate.

Viviamo in tempi burrascosi, tartassati come siamo dalle novità che nelle varie discipline si riversano su di noi con ritmo incalzante. Per quanto possiamo essere esperti e attrezzati a comprendere alcune discipline, l’innovazione si fa talmente pervasiva che è impossibile tenere tutto sotto controllo. Per metter ordine in questo caos creativo servirebbero voci autorevoli e guide salde nelle istituzioni.
Pur essendovi a livello internazionale centri di eccellenza ed esempi virtuosi, è innegabile che Governi e istituzioni internazionali, e a cascata gli attori sociali a tutti i livelli, facciano fatica a tenere il passo con la velocità del cambiamento in molteplici settori.
Si è molto dibattuto, per ora in termini generali, tra tecno-pessimisti o e tecno-ottimisti, a volte scivolando nella tecnofobia o nell’adesione acritica. Quello che è certo è che molte attività, non solo quelle manuali, anche molte intellettuali, saranno prima o poi sostituite da macchine intelligenti.
Recentemente è stato aperto a Seattle Amazon Go, il supermarket completamente automatizzato, in cui sarete riconosciuti tramite il vostro smartphone, potrete caricare su un carrello intelligente la spesa e uscire senza fermarvi alla cassa. L’interfaccia utente è il telefono e su quello verrà addebitata la spesa. A fronte di qualche decina di addetti forse serviranno ingegneri e data analyst da contare sulla punta delle dita.
Scalpore, soprattutto da noi, ha destato il brevetto di un braccialetto elettronico che dovrebbe aiutare (o stimolare fisicamente) gli addetti al magazzino di Amazon a individuare lo scaffale su cui è riposto l’articolo ordinato.
La tecnologia trasformerà luoghi di lavoro e modo di lavorare in molti casi in maniera radicale. Che lo farà è certo, ciò che è in discussione è come si riconfigurerà la risorsa umana all’interno di questi processi e quali percorsi formativi per prepararla. Per ora è possibile solo prevedere che serviranno soprattutto matematici, ingegneri e fisici in grado di leggere e interpretare i dati che l’Internet of Things metterà a disposizione come prodotto dei processi.
Peraltro, poiché soprattutto nei processi produttivi e nei servizi sembra ineliminabile la presenza umana, le mansioni operative necessitano sempre più di intelligenza, versatilità, creatività e manualità. Quindi operai sempre più specializzati.
Qui il nostro Paese presenta carenze preoccupanti. Il presidente della Confindustria di Cuneo su La Stampa del 29 gennaio scorso ha fatto un appello alle famiglie lamentando la carenza di laureati nelle materie scientifiche e una ancor più forte richiesta inevasa di operai specializzati.
Massimo Gramellini ha commentato la lettera, nella sua trasmissione Le parole della settimana, stigmatizzandone i contenuti. Secondo l’opinionista, l’appello era orientato a mantenere i figli delle famiglie meno abbienti in fabbrica, precludendo loro l’accesso all’università. Per rafforzare la sua tesi era affiancato da Federico Fubini, suo collega al Corriere, che in una sua inchiesta denuncia che le famiglie che contano a Firenze sono le stesse del ‘400.
È indubitabile che l’ascensore sociale da noi funzioni poco e male, e che in tempo di crisi si sia aggravato. Ma lo scarso accesso all’università, il distacco tra realtà produttiva e istruzione, i ritardi complessivi che il Paese ha rispetto all’utilizzo del digitale, tra i cittadini, nelle imprese e nella Pubblica Amministrazione hanno origini strutturali note da tempo.
È urgente mettere mano alla definizione di nuovi percorsi formativi, aprire un confronto con atenei e aziende, soprattutto adottare approcci flessibili. La scarsa propensione della classe dirigente a cambiare la situazione, imprimendo accelerazioni decisive, denuncia una inadeguatezza di gran parte delle élite nel leggere la situazione e nell’individuare contromisure a lungo termine, che ora divengono ineludibili. Lo si è visto dal dibattito nella campagna elettorale e lo si verifica nella demagogia e superficialità di alcune analisi giornalistiche.

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