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Trump e il futuro dell'Europa

Trump e il futuro dell'Europa

L’elezione di Trump a presidente degli Usa è stata salutata dai mercati con una serie di rialzi borsistici e da una ventata di ottimismo derivante dalle promesse di un pacchetto fiscale fortemente espansivo (dai 4,5 ai 10 trilioni di dollari in dieci anni) composto di tagli alle tasse su imprese e persone fisiche, riduzione della regolamentazione sulle imprese e forti investimenti in infrastrutture. Minor peso è stato dato inizialmente ai programmi di tipo protezionistico e di lotta all’immigrazione. Tuttavia, nelle prime settimane successive al suo insediamento l’enfasi della politica economica del presidente Trump è apparsa essere proprio su questi due ultimi aspetti, con l’aggravante che l’executive order sul blocco dell’immigrazione da sette Paesi a prevalenza islamica è stato bloccato da alcune Corti di giustizia USA per mancanza di fondamento giuridico.
Trump ha peraltro iniziato a usare la forza della moral suasion di cui dispone un presidente Usa per convincere le imprese (manifatturiere e non) a mantenere la propria forza lavoro negli Stati Uniti a scapito di investimenti in altri Paesi (particolarmente in Messico) e quindi della loro redditività. Particolarmente pressante è stata la richiesta nei confronti delle imprese del settore automobilistico. L’imbarazzo e la necessità (più o meno mascherata) di rivedere i propri piani di investimento hanno caratterizzato le dichiarazioni pubbliche di molti top manager dell’industria a stelle e strisce, al punto che 97 imprese americane, tra cui moltissime delle grandi aziende tecnologiche, hanno pubblicamente criticato l’operato del presidente.
Ha trovato conferma, quindi, quello che alcuni (pochi) analisti economici avevano anticipato: la presidenza Trump sarà caratterizzata da un elevato grado di incertezza e dalla mancanza di esperienza politica del presidente e dei suoi collaboratori. Il combinato disposto di questi due elementi è foriero di rilevanti effetti economici negativi. Da un lato, l’incertezza mina le prospettive degli investimenti più di quanto la moral suasion possa mantenerli all’interno del Paese. Dall’altro, e sicuramente ancora più rilevante, rischia di mettere il presidente in rotta di collisione con il Congresso, pur essendo quest’ultimo composto a maggioranza repubblicana, ossia del suo stesso partito.
L’anima storica del Partito Repubblicano USA è fortemente liberista e favorevole al libero mercato, al free-trade e alla globalizzazione, e difficilmente potrebbe sposare politiche chiaramente protezionistiche. Un eventuale conflitto tra presidente e Congresso porterebbe a grosse difficoltà di formulazione di una politica economica coerente di tipo espansivo. Ove Trump usasse il suo potere di introdurre tariffe sulle importazioni da Messico, Cina e/o altri Paesi, il Congresso difficilmente potrebbe collaborare con lui sui promessi tagli alle tasse e investimenti infrastrutturali. Secondo Oxford Economics, uno scenario di questo tipo porterebbe a tassi di crescita significativamente inferiori a quelli ottenibili con la disponibilità al dialogo e nel caso di una rottura porterebbe gli Usa in recessione già nel 2019 (vedi grafico).
L’elezione di Trump ha già avuto effetti negativi sul panorama politico europeo, rafforzando i partiti di ispirazione populista e anti-euro. Il 2017 sarà poi un anno critico per la UE, con elezioni in Olanda a marzo, in Francia ad aprile e in Germania a fine settembre – e forse anche in Italia, dove altrimenti si terranno nel 2018. Soprattutto in Olanda, Francia e Italia esiste il rischio di vittoria di un partito anti-euro, con la conseguente uscita di uno o più Paesi importanti per il proseguimento del progetto Eurozona.
Una politica protezionistica di Trump avrebbe effetti negativi diretti sull’economia del nostro continente, in quanto ridurrebbe le esportazioni europee, probabilmente rafforzerebbe l’euro, e rischierebbe di riportare verso il basso un tasso di crescita non particolarmente brillante sin dalla crisi del 2009. L’Unione Europea è afflitta da una governance farraginosa e la mancanza di un centro di potere politico effettivo si riflette negativamente su questioni fondamentali come la difesa, la politica migratoria, il sistema energetico, i rapporti con la Russia, ecc. Dal punto di vista economico, permangono le incertezze su austerità o politica di bilancio espansiva, su come migliorare la struttura del sistema creditizio, se aumentare e rivedere la composizione del bilancio UE. Inoltre le attività di Commissione e Parlamento per i prossimi anni saranno focalizzate sulle negoziazioni con il Regno Unito relative alla Brexit (che sicuramente non saranno concluse entro i due anni previsti dai Trattati), con l’ulteriore difficoltà della possibile frammentazione dell’Unione nel caso in cui uno o più Paesi (con Ungheria e Polonia tra i maggiori indiziati) procedessero a negoziazioni bilaterali con il Regno Unito, nonostante questo sia proibito dai Trattati Europei.
Ma il rischio principale per l’economia europea e per l’intera impalcatura dell’Unione rimane l’uscita di uno o più Paesi dall’euro, preludio alla successiva pressochè inevitabile fine della moneta europea. L’elezione di Trump e le affermazioni del presidente Usa secondo cui la Germania usa l’euro debole per suoi fini di potere esacerbano una situazione già delicata e complessa. Quello che non sembra essere nella percezione degli osservatori e di alcuni economisti è la selva di questioni giuridiche non risolvibili a fronte della fine dell’euro, aggravate dall’impatto economico devastante su tutti i Paesi europei compresa la Germania (anche se questa sarebbe la meno colpita). Dati gli interessi in gioco, probabilmente vari trilioni di euro (anche se nessuno si è avventurato a farne una stima neanche approssimata), il rischio ultimo è che la soluzione ai problemi giuridici ed economici del continente possa trovarsi solo in un conflitto armato. Historia (Europae) docet.

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