WORLD ECONOMIC FORUM

Le responsabilità dei leader per il futuro delle nuove generazioni

Come possono i leader dare risposte concrete alle persone che sono state dimenticate dalla globalizzazione, in un modo responsabile che offra soluzioni sostenibili? Questa domanda, tema centrale del World Economic Forum che si è tenuto a Davos a fine gennaio 2017 (Responsive and Responsible Leadership) é sicuramente rilevante. Per cercare di dare, e avere, una risposta sono arrivati 3.500 partecipanti da tutto il mondo, tra cui 1.200 CEO, 40 capi di Stato, 300 ministri, 10 premi Nobel, leader culturali e religiosi, capi di organizzazioni internazionali, scienziati, accademici, ONG, giovani. Ci sono state 420 sessioni, metà delle quali focalizzate sul tema di social inclusion and development durante 4 giorni straordinariamente intensi. Provo, anche se, quasi impossibile, a proporre una unica chiave di lettura che riesca a tradurre tutto in poche righe.
Durante i meeting abbiamo presentato molti studi e ricerche tra cui il Global Risk Report e l’Inclusive Growth and Development Report , in un momento storico critico e per molti versi preoccupante. I rischi evidenziati sono di diversa natura. Presento i principali.
Il rischio ambiente legato al climate change. Non è un rischio ipotetico, ma reale; dobbiamo mitigarne l’impatto già visibile a tutti e scientificamente provato in 40 anni di studi e misurazioni: ad esempio, gli ultimi 16 anni consecutivi sono stati gli anni più caldi degli ultimi due secoli. Mantenere entro 2 gradi al massimo il surriscaldamento del pianeta non é solo una questione di policy, ma la radice della sopravvivenza di moltissime città affacciate sul mare e, forse, della stessa razza umana. Se non dovessimo riuscirci, città come Miami, Shanghai o Genova, verrebbero inondate e sommerse. Non si tratta della trama di un film con effetti speciali: potrebbe diventare la realtà se continuiamo a sottovalutare il rischio e ci limitassimo a frasi di circostanza non seguite da azioni energiche e concrete. I recenti accordi di Parigi sono stati sottoscritti da 110 Paesi, tra cui Cina e Stati Uniti. Dobbiamo non solo rispettare gli accordi, ma velocizzare e coordinare le risposte a livello globale.
Il rischio diseguaglianza. Sono il padre di una bambina di 11 anni, che é stata invitata a una festa di compleanno con altri 9 bambini. Arriva il fatidico momento della torta. Ne vengono tagliate 10 fette. Una fetta per ogni bambino? NO. Un bambino, che chiameremo affettuosamente Donald, si prende 9 fette di torta, mentre gli altri 9 dovranno dividersi una fetta e probabilmente si metteranno a litigare per le poche briciole. Come reagiranno questi bambini? Saranno contenti di aver partecipato alla festa? Nel mondo, come denunciato da Oxfam e Banca Mondiale, il problema non é limitato alla crescita ridotta, ma a come poi distribuire la ricchezza creata. Tra il 1900 ed il 1980 la disuguaglianza é diminuita, ma negli ultimi 35 anni é tornata ad aumentare in misura scandalosa. Questo problema di distribuzione non é solo economico e sociale, ma anche politico. I risultati ottenuti alle elezioni di Gran Bretagna (Brexit), Polonia, Austria, Filippine, Stati Uniti e quelli che si produrranno in Olanda, Francia e Germania non sono casi isolati. Come mai arrivano in Europa e negli Stati Uniti migliaia di disperati che fuggono da guerre e hanno un futuro senza nessuna speranza?
Il rischio politico. In questo clima sociale prosperano populisti costruttori di muri, politici e movimenti che vogliono ritornare al protezionismo, alzare barriere commerciali, cacciare o non far entrate immigranti. Noi europei abbiamo già visto e sentito queste storie, le vediamo con sgomento in televisione e su internet quotidianamente. Ieri gli ebrei, oggi gli immigranti, i mussulmani, le minoranze. Sembra che l’umanità non impari mai e, come diceva Primo Levi, chi non conosce la propria storia é condannato a ripeterla. Come se non bastasse assistiamo a un nuovo fenomeno che viene chiamato post-verità, che si esprime meglio con “balle spaziali”, un modo manipolativo e bugiardo fino al midollo di comunicare e di convincere cittadini ed elettori che esistono alternative facts, fatti alternativi. In altre parole la manipolazione delle informazioni su scala industriale, amplificata da un uso spregiudicato dei social media.
La domanda diventa quindi “Come facciamo a costruire ponti”, a ristabilire la fiducia nel sistema di cui facciamo parte? Credo che anche le singole aziende possano fare la loro parte, ad esempio, equilibrando meglio le politiche retributive. Un esempio: oggi il CEO di una azienda guadagna 130 volte lo stipendio medio. Ne vogliamo parlare per arrivare ad avere politiche retributive eque dove si premi il merito ma con misura, trasparenza e fairness? Un CEO a Davos ha detto “Non dobbiamo guadagnare di più, dobbiamo dare di più”. Le aziende possono anche contribuire a costruire città e comunità che funzionino, insieme agli amministratori locali, ammesso che siano onesti e competenti. Se avete visitato città come Stoccolma, Sidney, Bordeaux, Zurigo od Oslo, lo avete visto con i vostri occhi. Come si posiziona la città dove abitate?
Il rischio/opportunità legato ai cambiamenti tecnologici. Molti sono pessimisti, ritenendo che milioni di posti di lavoro verranno distrutti. Altri sono ottimisti, ritenendo che molti lavori verranno invece creati. Io credo che ci siano ragioni da ambedue le parti. La domanda diventa come preparare le nuove generazioni ai nuovi lavori e come proteggere e aiutare i più deboli che possiedono skill che non servono più e non hanno ancora – e forse non avranno mai - quelle che servono e serviranno al mercato del lavoro. Bisogna quindi ripensare a come si studia, a cosa si studia, a una vera cooperazione tra settore privato, pubblico ed educativo per cambiare rotta. L’Italia parte indietro in questa classifica.
Tornando da Davos ho capito – con la testa e con il cuore – una cosa. La profondità e l’ampiezza dei problemi e dei rischi che abbiamo di fronte a noi non ci permettono più di essere neutrali, di essere dei semplici e distaccati osservatori. Dobbiamo quindi non solo conoscere e capire la complessità intorno a noi, ma essere consapevoli che non possiamo sottrarci a un ruolo attivo e positivo nella risoluzione delle sfide che ci attendono.
In fondo, essere veri leader è legato semplicemente al nostro senso di responsabilità per fare in modo che i nostri figli abbiano la speranza di un futuro migliore. Il nostro successo sarà valutato non da noi, ma dall’impatto che riusciremo a creare e dalla bussola morale che ci guiderà nel nostro cammino.

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