SISTEMA MONDO

Protezionismo: per ora schermaglie, ma preoccupanti

Emilio Rossi

03 Maggio 2018

L’esistenza di dazi sulle importazioni è fenomeno antico di parecchi secoli. La stessa industria USA fino alla fine dell’Ottocento si sviluppò all’ombra degli alti dazi imposti sui prodotti britannici e le tariffe doganali rimasero tra le maggiori fonti d’entrata per il governo federale americano fino al 1914. Se inquadrati in una prospettiva storica dal dopoguerra ad oggi, i conflitti commerciali odierni si configurano come il prodotto del passaggio da un mondo unipolare (o al massimo bi-polare, prima che scomparisse l’URSS) a uno multipolare in cui l’incumbent USA resiste alla cessione di potere economico e politico, mentre i “newcomer” (in primis Cina e in misura minore India e Russia) attraversano differenti stadi di una transizione economica, sociale e tecnologica non ancora completata (e piena di contraddizioni interne). In particolare, la strategia di contribuire alla crescita di un gigante come la Cina, popolato da un miliardo e trecento milioni di abitanti, con una storia di millenni di potenza politico-economica alle spalle, sta mostrando oggi i suoi risvolti contraddittori più rapidamente di quanto ci si aspettasse.

Dopo la crisi del 2008-09, con il progressivo spostamento degli equilibri globali a favore dei Paesi emergenti, Cina in primis, i Paesi avanzati hanno adottato un numero crescente di misure protezionistiche. Secondo il Global Trade Alert del CEPR, dal 1 gennaio 2009 agli inizi del 2018 si contano a livello globale oltre 7.500 interventi tariffari e non tariffari a difesa di mercati domestici, a fronte di interventi di liberalizzazione degli scambi di poco superiori a 3.100.

Dei 7.500 interventi ben oltre metà sono stati adottati da Paesi avanzati, con gli USA a farla da padrone con oltre 1.400 interventi (si veda la figura) e con la Cina maggiore destinatario di misure protezionistiche da altri Paesi (avanzati e non). Il settore che globalmente è stato maggiormente colpito da interventi protezionistici è stato l’acciaio con quasi mille interventi, seguito da prodotti in metallo, auto e apparecchi domestici.


Non appare sorprendente quindi che Trump abbia avviato l’escalation proprio con tariffe sull’acciaio importato dalla Cina, anche se certamente inusuali per la dimensione dell’aliquota imposta sull’import cinese. Le attuali frizioni sul commercio sono dovute principalmente a due comportamenti tenuti dalla Cina, difficilmente considerabili in linea con pratiche di libero scambio. Il primo è la notevole disinvoltura nell’appropriazione di proprietà intellettuale. Se un’impresa tecnologica straniera vuole operare in Cina deve operare in joint venture e quindi cedere know-how, altrimenti non viene ammessa nel Paese. Il secondo è che in molti settori la Cina finanzia le perdite delle aziende pubbliche, con un vantaggio competitivo non recuperabile da aziende private non oggetto dello stesso trattamento in patria.

Nel quadro storico degli accordi commerciali globali, risalente al secondo dopoguerra con gli accordi GATT e al 1995 con la creazione del WTO, la recente adozione di barriere tariffarie da parte degli USA appare per ora solamente un’accelerazione delle schermaglie sul commercio internazionale osservate in passato. Le misure di Trump sono, almeno per ora, limitate al 31% delle importazioni 2017 di acciaio e alluminio degli USA, data l’esenzione concessa ai principali esportatori verso gli Stati Uniti (Canada, Messico, EU, Brasile, Sud Corea) - mentre ancora non è certa la lista degli ulteriori prodotti che saranno colpiti e delle relative tariffe che saranno adottate per ridurre le importazioni dalla Cina di quei 50 miliardi di dollari che l’amministrazione USA ha stimato essere il valore dell’appropriazione scorretta di proprietà intellettuale statunitense da parte delle imprese cinesi.

L’impatto macroeconomico sull'economia mondiale sarà comunque minimo e sarà molto ridotto anche su USA e Cina. Per esempio, gli USA importano solamente il 30% dell’acciaio di cui hanno bisogno e, date le esenzioni, solo il 31% di queste importazioni saranno oggetto delle annunciate tariffe del 25% (non molto diverso è il discorso per le tariffe del 10% sull’alluminio). In realtà, l’impatto maggiore delle tariffe USA sarà sull’inevitabile riassetto dei flussi tra Paesi fornitori di questi prodotti, riassetto ad oggi imprevedibile ma che contribuirà a ridurre l’impatto macroeconomico. Molti osservatori sostengono che in realtà Trump si stia posizionando per ottenere condizioni migliori a quel tavolo negoziale che rappresenterebbe il suo vero obiettivo - ma ci si chiede se tali schermaglie non possano diventare una vera e propria guerra commerciale.

Se si arrivasse a una vera e propria escalation di ritorsioni, nel breve termine l’impatto più significativo si avrebbe tramite due canali. Il primo è la pressochè contestuale perdita di fiducia dei mercati finanziari, con conseguenze negative immediate su corsi azionari e prezzi degli asset, a cui seguirebbe quella di consumatori e imprese. Il secondo canale è il rischio che le banche centrali reagiscano bruscamente all’inevitabile aumento dell’inflazione - che deriverebbe dall’aumento dei costi dei prodotti importati - con una restrizione della liquidità e un rapido aumento dei tassi di interesse. Questo scenario porterebbe con sé sia un veloce “flight-to-quality” da parte degli investitori con conseguente svalutazione degli asset dei Paesi emergenti, sia un irrigidimento delle condizioni del credito alle imprese con contrazione di investimenti reali e della crescita economica globale.

Nel lungo termine, una escalation finirebbe con il distruggere l’attuale sistema del commercio mondiale, basato su regole concordate. L'attuale politica commerciale degli Stati Uniti rischia di incoraggiare in futuro azioni più incisive, sia da parte degli Stati Uniti stessi che di altre grandi economie e blocchi commerciali. Le recenti azioni protezionistiche aggiungerebbero ai fattori esistenti che hanno ritardato il commercio mondiale un "protezionismo strisciante" legato ad aree quali l'azione antidumping e la mancanza di progressi nella liberalizzazione del commercio multilaterale dall'inizio degli anni 2000.

In sintesi, Trump sta gettando le basi per una accelerazione del riordino degli schemi di relazioni internazionali ma senza aver finora proposto un nuovo sistema complessivo. La domanda che sorge spontanea è se sia conveniente per il detentore della maggiore posizione di forza del potere globale attuale accelerare un cambiamento basato sull’unica strategia “America First”.

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