ECONOMIA & SOCIETÀ

Dal distretto all’ecosistema

Nell’evoluzione di un concetto che ha fatto la storia e la fortuna del modello produttivo Made in Italy sta una possibile ricetta per il consolidamento della ripresa, e non solo.

Antonio Santangelo

03 Maggio 2018

Nella discussione su come accelerare lo sviluppo, quali forze attivare e quali strategie adottare, l’attenzione al territorio, inteso come spazio di riferimento, è indispensabile. A livello internazionale si moltiplicano i tentativi di ripercorrere il cammino di Silicon Valley, individuando nella concentrazione territoriale di attività ad alto valore aggiunto lo strumento per generare valore. In particolare, si proietta su questo obiettivo il desiderio di accoppiare a questa generazione di opportunità un forte impulso all’occupazione, grande assente da questa fase della ripresa internazionale, almeno nelle economie più avanzate.

L’Italia ha fatto del riferimento territoriale uno dei suoi punti di forza, con la riflessione sui distretti e il lavoro di una schiera di economisti territoriali di cui Giacomo Beccattini è l’esponente più accreditato. Oggi la struttura dei distretti viene sempre più spesso accostata o sostituita con il concetto di ecosistema. È perciò opportuno cercare di comprendere analogie e differenze tra le due configurazioni per coglierne le valenze più innovative.

In un recente intervento su lavoce.it sul tema Fabrizio Onida individua una serie di passaggi e di elementi che caratterizzano l’ecosistema. Innanzitutto la presenza di un tessuto di imprese a media e medio-alta tecnologia che costruiscono una serie di relazioni basate sulla contiguità territoriale. Le relazioni sono frutto di una frequentazione che sfocia in accordi informali e formali (consorzi, ATI, reti di impresa) focalizzati su temi e attività diversificate: la ricerca, accordi di filiera produttiva, formazione, condivisione di servizi, logistica e via dicendo.

Tali relazioni costituiscono reti corte che si intrecciano su un territorio definito per poi, quasi sempre nelle dimensioni più innovative, allacciarsi alle reti lunghe che danno una proiezione internazionale ai mercati di riferimento.

L’ecosistema innovativo quasi sempre prevede un rapporto stretto del sistema locale delle imprese con l’università e con uno o più centri di ricerca. Spesso l’affiancamento della P.A. locale diviene un fattore di facilitazione, se non di impulso, dello sviluppo locale.

Ma un elemento che caratterizza gli ecosistemi innovativi è l’apertura al territorio intesa anche come ascolto e valorizzazione di forze eterogenee, prime fra tutte le start-up, fenomeno ancora non sufficientemente assimilato in Italia. L’inclusione della carica solitamente di innovazione radicale insita in queste esperienze tende ad allargare la visuale e il raggio d’azione delle iniziative più tradizionali e consolidate, spingendole al cambiamento. Nel processo succede che qualcosa si perda, a volte intere attività e relative quote di occupazione; ma ciò che rende virtuoso il processo è la capacità di vedere le nuove opportunità, e questo risulta più facile se non è la singola impresa a farlo, ma nasce da una interazione continua.

Un esempio eccellente è il caso del Muner, università dedicata alla tecnologia dell’automobile, cui contribuiscono i maggiori produttori del modenese: Dallara, Lamborghini, Hass F1 Team, Ferrari, Ducati e molti altri. Lo scambio avviene tra bisogni di competenze segnalati dalle imprese e i corsi progettati dalle università, cui spesso contribuiscono gli stessi tecnici aziendali.

Il discorso può poi allargarsi alle medie superiori, anche attraverso i programmi di alternanza scuola lavoro e, come nel caso di Dallara, estendersi sino alle elementari, progettando programmi sperimentali per insegnare la fisica ai bambini.

Dalla vocazione territoriale si può perciò costruire un intervento che tende a strutturare relazioni coerenti tra tutti i soggetti che vi operano e che sono interessati a uno sviluppo integrato. L’apertura a un confronto può avere l’effetto di aprire orizzonti inesplorati.

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