Maggio 2017

Proprietà dell'azienda, responsabilità dei manager

Proprietà dell'azienda, responsabilità dei manager

Da circa 40 anni a questa parte – grosso modo da metà degli anni Settanta del secolo scorso - si è affermata una visione dell’azienda come proprietà degli azionisti e del management come esecutore diretto della volontà di questi proprietari, con un obiettivo ben preciso: la massimizzazione del valore per gli azionisti in tempi relativamente ristretti e il dovere del management di perseguirlo con i mezzi a sua disposizione. Questi assunti di base sono stati enunciati originariamente dall’economista Milton Friedman, un super-liberista della scuola di Chicago che è stato capace di indirizzare fortemente le scelte economiche di importanti statisti come Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher in Gran Bretagna, ma di fatto imponendo una nuova visione alle politiche economiche di tutto il mondo, nonché alle politiche d’impresa, fino ad oggi.
Più specificamente, quegli assunti sono stati razionalizzati e meglio definiti da due economisti, Jensen e Meckling, con l’articolo “Theory of the Firm” del 1976, che ha affermato quella che da allora è nota come “teoria dell’agenzia”, vale a dire quanto detto prima a proposito della relazione fra proprietà e manager, identificati quali agenti incaricati di fare gli interessi degli azionisti senza ulteriori doveri di attenzione ad altri portatori d’interesse, come i dipendenti, i fornitori e clienti, la società nel suo insieme, il territorio e l’ambiente. Insomma, una teoria, che è diventata pratica comune indiscussa fino a non molto tempo fa, che ha portato a risultati di vario genere, a lungo considerati appropriati e oggi visti con crescente sospetto e oggetto di critiche sempre più articolate.
Come viene argomentato da Bower e Paine nello Speciale di questo numero, non solo quella teoria è mal fondata, ma i suoi effetti sono stati dannosi sia per le aziende i cui manager l’hanno posta in pratica, sia per il sistema economico nel suo insieme. Il loro ponderoso articolo argomenta questa tesi che, peraltro, è stata già enunciata ed esposta in questa rivista a più riprese negli ultimi anni.
Al fondo di questa critica sta una constatazione ben precisa: non è corretto definire gli azionisti in quanto proprietari dell’azienda, né lo è definire i manager come agenti che hanno il dovere di operare a beneficio diretto degli azionisti. Agli azionisti, infatti, manca una ben specifica caratteristica per essere identificati come proprietari, ed è l’assunzione della responsabilità rispetto ai risultati, o addirittura il destino, dell’azienda. La massimizzazione del valore a loro favore, specie quando forzata sul breve termine, si pone in contrasto con l’obiettivo di assicurare la sostenibilità dell’impresa nel lungo termine, dunque gli azionisti che lo pretendono (magari con l’alleanza degli analisti, degli investitori istituzionali e dei mercati in genere) non perseguono il bene dell’organizzazione e, soprattutto, non ne sono né legalmente né commercialmente i proprietari.
Analogo il discorso per il management che si adegui a tali obiettivi. La teoria dell’agenzia ha consentito un graduale, ancorchè piuttosto veloce, allineamento degli interessi del top management a quello degli azionisti, tramite uno strumento entrato ormai stabilmente nell’uso: le retribuzioni collegate al valore delle azioni. La massimizzazione del valore per gli azionisti (l’apprezzamento del valore azionario) premia contemporaneamente, e spesso in misura sproporzionata, anche il management che, quindi, ha più interesse a perseguire questo più di altri obiettivi di lungo termine. In pratica, il management è indotto a forzare in vario modo il valore azionario (si pensi alla pratica del buy back) per premiare gli azionisti ma al tempo stesso anche se stesso, a scapito di investimenti con ritorni più dilazionati nel tempo. In questo modo, sostengono gli autori, ne viene danneggiata l’organizzazione, ma non solo: ne soffrono i dipendenti, i clienti, la società e l’economia nel suo insieme. Così come l’azionista non è proprietario, il manager non è agente, bensì solo fiduciario, incaricato di perseguire gli interessi dell’organizzazione in senso lato.
È giunta, in sostanza, l’ora di cambiare, non solo per tenere presente l’interesse più generale, ma perché le ricerche dimostrano che i risultati migliori in termini economico-finanziari vengono raggiunti dalle aziende che, sotto la guida di accorti manager, perseguono obiettivi di lungo termine anziché di breve. Di più: su queste pagine si è più volte scritto e sostenuto che occorre cambiare per un motivo ben più forte, ed è che le distorsioni provocate dal modello invalso per decenni non solo non sono funzionali al risultato, ma compromettono la possibilità di guidare in modo sostenibile l’economia di mercato capitalista verso un modello più accettabile per la società nella sua interezza.
La questione è fondamentale e il dibattito è solo all’inizio. Lo porteremo avanti in modo coerente anche in futuro.

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