SISTEMA MONDO

Commercio mondiale a un bivio

Il rilancio, per ora più potenziale che reale, di politiche protezionistiche da parte del presidente Trump porta alla luce alcuni elementi chiave dello scenario globale su cui muove oggi il commercio internazionale: da un lato l’esaurimento della spinta degli scambi di beni e servizi come motore dell’economia mondiale, dall’altro la posizione della Cina all’interno del WTO.

Come rilevabile dal grafico, negli ultimi anni e particolarmente nel 2016 si è registrata una brusca frenata del tasso di crescita del commercio globale. Nonostante i segnali positivi provenienti dai dati del primo trimestre 2017, la riduzione degli ultimi anni riveste caratteri strutturali, come riscontrabile anche dal declino del moltiplicatore del commercio rispetto al PIL (linea tratteggiata gialla).

I motivi strutturali della riduzione del moltiplicatore Export/PIL sono da ricercare: a) nell’esaurirsi della riallocazione delle value-chain a livello globale; b) nella sempre minor quota di domanda rivolta a prodotti ad alta intensità di scambi; c) nella politica cinese di diversificazione del proprio modello di sviluppo verso un’economia più orientata ai servizi e al soddisfacimento dei consumi privati con produzione domestica.

Negli ultimi decenni l’espansione dell’attività delle imprese manifatturiere, dei servizi finanziari e dell’IT è stata trainata dall’apertura dei mercati globali, sia in termini di maggiore domanda aggregata proveniente dai Paesi emergenti, BRICS e est Europa in primis, sia dalla riduzione progressiva di molte barriere, tariffarie e non-tariffarie, al commercio

L’evento icona di questa apertura fu l’entrata della Cina nel WTO l’11 dicembre 2001. Dopo oltre 15 anni, oggi la discussione con la Cina si è spostata sulla questione del riconoscimento dello status di economia di mercato per il gigante asiatico. La questione se la Cina sia ancora etichettabile come “market economy” non si limita all’aspetto ideologico. Nel 2001 la Cina appariva al mondo occidentale come una grande opportunità di nuovi mercati e gli USA e il presidente Clinton influenzarono in maniera determinante la decisione del WTO (forse gettando le basi per la sconfitta di Hillary). La Cina a sua volta chiedeva di entrare a far parte del consesso del commercio mondiale, conscia della propria forza competitiva e dei vantaggi che ne avrebbe conseguito.

A fronte dell’accelerazione dell’entrata nel WTO, la Cina accettò l’etichetta di “non-market economy”, prefigurando nell’atto di entrata un percorso di rimozione di barriere, sussidi e presenza dello Stato che nell’arco di 15 anni avrebbe portato all’eliminazione della poco desiderabile etichetta. I 15 anni sono scaduti nel dicembre 2016 e la Cina ha bussato alla porta dei Paesi del WTO per ottenere quanto concordato a fronte dei cambiamenti introdotti, che i Paesi partner, soprattutto USA, India e Europa (quest’ultima con una posizione più articolata) considerano assolutamente insufficienti. La dichiarazione a difesa della globalizzazione fatta da Xi a Davos, più che essere una lezione a Trump (come riportato dai media), voleva essere un tassello della credibilità cinese sull’argomento. Continuare a definire la Cina “non-market economy” permette ai maggiori componenti del WTO, USA, India e Europa in testa, di esercitare con molta più efficacia misure antidumping.

In questo contesto di rallentamento del commercio globale e di frizioni con il gigante cinese si sono inserite le minacce di dazi e di ritorno al protezionismo di Trump che, pur non rivolte solo alla Cina, certamente acuiscono le difficoltà di un confronto già aspro – come peraltro sottolineato dall’intenzione di definire la Cina “currency manipulator”, dalla richiesta europea nel dicembre scorso di avviare una indagine WTO anti-dumping sull’acciaio cinese e dalla simile richiesta della Cina di una richiesta di indagine, sempre presso il WTO, nei confronti di USA e Unione Europea per le metodologie da essi usate sulla valutazione dei prezzi all’export cinesi.

Per ora la questione del market economy status alla Cina sembra “dormiente” ma la soluzione di questo confronto avrà importanti ripercussioni sulle possibilità di rilancio del commercio mondiale come motore dell’economia globale.

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