Editoriale

I pro e i contro della globalizzazione

Per decidere come investire e in che modo impostare le strategie di crescita e competitività, ma soprattutto per stabilire in quale proporzione puntare sui diversi mercati, distinguendo innanzitutto tra il proprio mercato domestico e i mercati esteri, ai leader delle imprese occorre avere chiaro il quadro di riferimento globale. Naturalmente, se si decide di puntare almeno in parte sui mercati esteri, ogni Paese fa storia a sé, ma ci sono comunque alcune tendenze di fondo generali che è meglio conoscere e tenere presenti. Per esempio, nei prossimi anni farà molta differenza se l’America di Trump porrà o meno ostacoli alle importazioni, come nel programma del Presidente; se questi ostacoli saranno di natura tariffaria (dazi) o non tariffaria (restrizioni quantitative, standard tecnici etc.); ma soprattutto se il neo-protezionismo americano determinerà azioni analoghe da parte dei diversi partner commerciali, il che di solito è una conseguenza inevitabile, con l’effetto di deprimere per tutti il grande mercato globale che nel secolo scorso ha trainato la crescita mondiale.
I lettori di Harvard Business Review Italia che hanno avuto l’opportunità di leggere lo studio Orizzonte 2030, pubblicato in allegato al numero di dicembre 2016 (e reperibile online su www.hbritalia.it) hanno ben presente che il gruppo di lavoro che ha generato quello studio ritiene che i prossimi 7-10 anni saranno certamente condizionati da diversi fattori frenanti, dalle scelte di Trump appunto, alla Brexit, alle incertezze dell’Unione europea, alle disgregazioni in atto in diverse aree come, per esempio quella mediorientale. Anche l’indebolimento del ruolo delle grandi istituzioni internazionali come il FMI, la WTO o la stessa ONU, contribuirà a una prevedibile minore integrazione, o addirittura a una crescente dis-integrazione del quadro globale. E la fine del decennio di politiche monetarie espansive ormai in atto non consentirà più di sostenere lo sviluppo, né si riesce ancora a intravvedere un ruolo più attivo delle politiche fiscali, dato che il mondo siede stabilmente su una montagna di debito. Dal punto di vista di Orizzonte 2030, la tecnologia digitale rappresenterà un potente stimolo, specie nel generare aumenti di produttività, ma con effetti più qualitativi che quantitativi, ossia permetterà di vivere e lavorare meglio più che di creare maggiore quantità di Pil.
Queste macrotendenze sono piuttosto chiaramente visibili e hanno in realtà iniziato a prodursi già da diversi anni: ciò che intravvediamo del nostro futuro ha di fatto le sue radici nel passato più o meno recente. Un altro fattore determinante di questo scenario è infatti il netto indebolimento del consenso verso i processi di globalizzazione, per motivi spesso più immaginati o percepiti che reali, ma con impatto non meno significativo. È questo il tema al centro dell’articolo di Pankaj Ghemawat, “La globalizzazione nell’era di Trump”, nel quale l’autore analizza approfonditamente il quadro complessivo della globalizzazione, le tendenze presenti e future e le implicazioni per le imprese.
In sostanza, si chiede Ghemawat, se ci stiamo avviando verso un effettivo incremento del protezionismo e, dunque, verso una minore espansione, o addirittura una decelerazione, degli scambi internazionali, quali strategie ha senso per le aziende sviluppare? È più ragionevole puntare a incrementare l’attività nel proprio mercato o continuare a spingere su quelli esteri che, dicono molte ricerche, garantiscono ritorni più elevati degli investimenti? Per Ghemawat la risposta è chiara: non ci si deve fare impressionare eccessivamente dai rischi di protezionismo e dalla diffusa opposizione alla globalizzazione. Puntare sui mercati globali rimane l’opzione più sensata, certo da praticare in modo consapevole e selettivo, ma avendo ben presente che le tendenze in atto sono destinate a proseguire.
Esiste, peraltro, una porzione importante dell’opinione pubblica che manifesta una critica più o meno serrata della globalizzazione. In parte si tratta di un’opposizione di principio, dato che molti identificano erroneamente la globalizzazione con la concessione di maggiore potere e vantaggi alle multinazionali. Ma vi è anche una percezione basata su dati di realtà, dato che nei fatti nel recente passato hanno preso a determinarsi nuove disparità di opportunità e di reddito talora attribuite ai processi di globalizzazione. Anche se molte di tali critiche sono implausibili o infondate, occorre secondo Ghemawat imparare a interagire in modo più corretto con la società, diventando più sensibili alle istanze che ne provengono. Peraltro, sempre con la consapevolezza che instabilità economica, aumento delle diseguaglianze o crisi ricorrenti hanno di norma ben altre radici che non la globalizzazione e che, dunque, opporsi a un’economia di mercato aperta e competitiva porterebbe non maggiore benessere, ma maggiore povertà per tutti.

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