SISTEMA MONDO

Economia globale più solida, ma i rischi rimangono

L’andamento dell’economia globale sta rivelando ritmi leggermente più sostenuti di quanto avesse mostrato negli ultimi anni e si continua ad assistere a un certo riequilibrio della crescita tra Paesi avanzati e Paesi emergenti. Nella prima parte di quest’anno si è anche registrato un incremento significativo del commercio mondiale, anche se i fattori alla radice del rallentamento degli scambi (già analizzati nel numero di maggio di HBR) restano immutati.

I primi mesi del 2017 hanno confermato quanto il commercio mondiale sia dipendente dalle strategie di sviluppo della Cina. L’effetto diretto della crescita della domanda interna cinese è stimabile in circa un terzo dell’aumento del commercio mondiale. In realtà, considerando anche l’effetto indiretto ottenuto tramite la pressione sui prezzi delle commodity e delle merci e quindi tramite il miglioramento delle ragioni di scambio per la maggior parte dei Paesi emergenti, il contributo cinese alla crescita del commercio mondiale lievita fino al 70% (recente stima Oxford Economics).

Il gigante cinese è atteso continuare a crescere ad alti ritmi (intorno al 5-6% per i prossimi anni), ma il rischio di una crisi del sistema bancario cinese legato all’eccesso di credito alle imprese e al settore immobiliare non è da sottovalutare, nonostante gli sforzi delle autorità governative cinesi volte a diluire nel tempo la soluzione dei problemi delle banche.

Nell’ambito dei Paesi Ocse, è soprattutto l’Europa a mostrare dati incoraggianti (con la crescita del PIL migliore degli ultimi anni e anche di quella attuale statunitense), supportata dalla politica monetaria accomodante della BCE, da buoni dati sulle esportazioni e da indicatori di fiducia orientati all’ottimismo, spinto dalla minore incertezza legata ai risultati delle elezioni in Francia, Olanda e Regno Unito (che indicano una Brexit meno aspra). L’asse franco-tedesco, rinnovato su nuove basi dopo il successo di Macron, apre la prospettiva di una Europa più coesa e capace di avviare a soluzione i propri problemi di governance.

Dal canto loro, gli Usa si trovano alle prese con l’incertezza su quali saranno le azioni concrete di policy che Trump e il Congresso adotteranno. Mentre l’economia Usa si muove oggi con tassi di crescita intorno al 2%, sostanzialmente nel solco di quanto disegnato dalla precedente amministrazione, i prossimi anni vedranno un costante conflitto tra il Presidente e il Congresso. Al di là delle promesse e dei toni forti usati da Trump, sembra sempre più probabile che lo stimolo fiscale per i prossimi dieci anni fatto di tagli di tasse e maggiore spesa in infrastrutture finisca per essere ridotto a un terzo di quanto indicato nel Budget Blueprint presentato ad aprile 2017. Nel frattempo, la Federal Reserve, soddisfatta dell’andamento dell’inflazione e del mercato del lavoro USA, continua nel suo percorso di rientro dal QE – dopo il rialzo dei tassi a giugno, le aspettative sono che inizierà a ridurre la dimensione del suo bilancio già a partire da ottobre 2017.

Ed è proprio sulla tempistica del rientro dalle politiche monetarie espansive che si collocano i maggiori rischi dei prossimi due-tre anni, per gli USA, l’Eurozona, il Giappone e tutti i Paesi che hanno adottato il Quantitative Easing in maniera significativa. Mentre le politiche monetarie fortemente espansive hanno consentito a pressochè tutti i Paesi dell’area avanzata di contenere la crisi del 2008 e di rilanciare consumi e investimenti, supportando il credito e il sistema bancario, non è ancora evidente quanto il sistema economico globale (e di ogni Paese) si sia dotato di un nuovo equilibrio in grado di sorreggersi senza il sostegno della politica monetaria. Il percorso di inversione del trend espansivo delle politiche monetarie, fino alla loro normalizzazione, sarà oggetto di costante monitoraggio da parte delle banche centrali. Tuttavia, al di là di possibili errori nell’implementazione, la politica monetaria lascerà il passo di motore dell’economia alle politiche di bilancio e soprattutto ai fattori fondamentali su cui si basa un sistema economico nel medio-lungo termine: l’andamento demografico e lo sviluppo tecnologico, quest’ultimo principalmente come disseminazione di scoperte e innovazione.

In questo quadro, l’approccio “America First” di Trump alla politica e all’economia rischia di ritorcersi proprio contro gli Usa. Il ritiro dagli accordi di Parigi sulle emissioni, insieme al ritorno al carbone, getta le basi per una minore capacità innovativa nel settore cruciale dell’energia. La minore apertura ai flussi migratori rischia di mettere in difficoltà non solo le imprese americane che contano su manodopera a basso costo ma anche e soprattutto quelle che necessitano di professionalità medio-alte o elevate. Ma soprattutto, ove Trump continuasse a insistere su una politica di progressiva chiusura al resto del mondo, simboleggiata dalle misure protezionistiche e dalla riduzione del ruolo Usa nella Nato e in altre istituzioni internazionali, il rischio di lungo termine sarebbe di perdere progressivamente, a favore di Cina e forse della nuova Europa, quel ruolo di leader mondiale su cui si basa la sua capacità di attrarre alte professionalità e investimenti.

Emilio Rossi, Presidente EconPartners, Senior Advisor Oxford Economics.

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