Non sappiamo proprio gestire la diversity

Decenni di studi provano che una forza lavoro diversificata migliora in maniera misurabile il processo decisionale, la creatività, l’innovazione e la flessibilità. La maggior parte di noi ritiene però che le decisioni relative all’assunzione, allo sviluppo e alla retribuzione dei lavoratori dovrebbero basarsi sul merito. Benché non appaiano contraddittorie, queste due affermazioni sono difficilmente conciliabili nella pratica in quanto questo tentativo va continuamente a scontrarsi con blocchi di tipo cognitivo. 

L’autore passa in rassegna la letteratura scientifica più recente sull’argomento, tra cui Success and Luck: Good Fortune and the Myth of Meritocracy di Robert H. Frank e Pedigree: How Elite Students Get Elite Jobs di Lauren A. Rivera. Il primo sottolinea ad esempio come il senno di poi ci spinga a credere che gli eventi casuali siano prevedibili e a fabbricare spiegazioni secondo cui i nostri risultati erano inevitabili. I mercati dove il vincitore piglia tutto accentuano le conseguenze di queste scorciatoie cognitive. Rivera invece ha studiato le commissioni che nelle società di servizi professionali ritengono di assicurare rigore e imparzialità al processo di assunzione grazie a una discussione di gruppo sui candidati reclutati nelle scuole. Ma di fatto queste discussioni affossano la diversity aumentando l’influenza sulle decisioni degli stereotipi negativi, etnici e di genere.

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