Il ritorno al buon senso

Il ritorno al buon senso

All’inizio erano poche gocce. Fredde, irritanti, ma sopportabili. Poi si sono moltiplicate: doccia gelata. Un forte brivido. Si pensava che finisse presto. Resistere, piegandosi, raggomitolandosi. Ma poi è stata una vera cascata, quella che si è abbattuta sulla classe manageriale. Travolgendo tutto e tutti. Cercare di galleggiare, aggrapparsi alle rocce, abbrancare i tronchi, nuotare trasportati dalla corrente. Un drammatico senso d’impotenza. Saltano le regole, spariscono i punti di riferimento. Si naviga a vista, prevale la sopravvivenza. Si riducono gli eccessi. Ogni cosa si ridimensiona.

Maledetta crisi che tutto ha abbattuto: privilegi così incrostati da essere ormai considerati diritti, crescite di carriera da togliere il fiato, benefit acquisiti a prescindere, retribuzioni inspendibili.

Grazie crisi, che ci hai riportato con i piedi per terra. Ne usciremo pesti, affaticati, frastornati, ma più maturi, più veri, più forti, avendo imparato alcune cose importanti. 

 

Il lavoro è una cosa seria

Sorridenti, abbronzati dagli immancabili weekend fuori stagione, cravatta Hermès grondante di animaletti quasi fosse l’Arca di Noè, i manager degli anni d’oro, interpellati, sornioni affermavano: «Sa, io sul lavoro mi devo divertire». Facile: mercati in continuo sviluppo, concorrenza locale ammansita, stipendi in permanente lievitazione, rinforzati da robusti bonus e moltiplicati da frenetiche stock option. Ci mancava solo che ci si annoiasse! 

Ora si ride di meno, i visi sono tesi, il posto di lavoro è una conquista quotidiana, la concorrenza è multietnica e spietatamente senza regole. Non si salva nessun settore. Le pance si svuotano, come i cassonetti dei rifiuti. La retata della disoccupazione ha colpito tutti. Non c’è famiglia che non abbia un parente o un amico a casa. Privilegiati sono quelli che un lavoro ce l’hanno.

 

Cambio di prospettiva

Per anni col naso all’insù, sempre lì a guardare chi stava meglio, chi guadagnava di più, chi aveva fatto più carriera. Invidiosi, insoddisfatti della propria situazione, spesso frustrati, con il malsano sentimento di non essere sufficientemente considerati e valorizzati dall’azienda. Inconsolabili arrivisti. Il di più come ricerca indefessa. 

Ora è tutto diverso. Eccome! Si soffre e ci si consola guardando ingiù, a quanti stanno peggio. E sono tanti, sempre troppi. Quello che sembrava fino a pochi anni fa un piccolo lavoro, ora è una chiatta di salvezza, ora è un posto che eroga uno stipendio, ora è una fortuna. E va bene così, almeno per rispetto verso chi non ce l’ha, il lavoro.

 

Il lavoro non stanca più

Prima sempre affaticati, stressati, bisognosi di relax salvifici, di weekend indispensabili, di palestre tonificanti, di centri erogatori di benessere. Reciproci compatimenti per l’inguaribile stress. Ora, chi ce l’ha, non si lamenta più del lavoro, della troppa fatica. Anche chi ne è oberato, perché in azienda si trova a ricoprire le mansioni di tre colleghi segati, tace, zitto, sottotraccia, non si lagna mai. Anzi, ringrazia. Si è salvato dalla decimazione. E i liberi professionisti, i consulenti? Se sono stanchi, è per la fatica di trovarlo, il lavoro.

 

La carriera è diventata un mito

Crescere, sempre crescere, su per le scale della carriera, snobbando anche i pianerottoli per rifiatare. Essere promossi, diventare, assumere, passare, allargare, superare. Manager, Vice President, Senior Vice President, Executive Vice President. In fretta. Con uno scadenziario anagrafico ben preciso per la dirigenza, per la direzione funzionale e infine, per l’agognata direzione generale. E se non si era considerati, via. Si cambiava azienda e nel passaggio si negoziavano condizioni d’ingaggio sempre al rialzo. E poi non bastava un posto migliore con uno stipendio più alto. Ma si volevano anche precisi piani di carriera: patto diabolico su sei anni con svettanti retribuzioni. Altro che rallentamento: la frenata è stata brusca. Chi aveva la cintura allacciata, si è salvato. Gli altri sono stati sbalzati fuori. Promozioni con il contagocce. Carriere di quadri allungate fino allo sfibramento. Ora ciò che conta è il contenuto della posizione, il progetto che ci sta dietro, la sostenibilità nel tempo, il valore del mestiere che si impara. Il saper fare, più che il voler essere.

 

Non si vive di soli talenti

Ed ecco che l’onda ha travolto anche loro. Vezzeggiati, corteggiati, ricercati, amati. Oggetto addirittura di guerre: i talenti. Rievocazione moderna del ratto delle sabine. I tagliatori vogliono numeri, teste, macelleria di massa, e non li risparmiano, sfatando il mito dell’intoccabilità. Spesso troppo costosi, critici da gestire, bisognosi di cure e di continue attenzioni, permanentemente alla ricerca di crescita e di sfide. Lusso che oggi poche aziende si possono permettere. E loro se ne vanno, spesso fuori Italia, nei mercati in sviluppo, in gruppi che sanno apprezzare la loro creatività e flessibilità. Ed ecco che ci si abitua a mandare avanti le aziende con gli altri, quelli che non venivano considerati talenti, i normali, quelli del fare, quelli che hanno un mestiere, quelli che conoscono da anni l’azienda e i mercati, quelli che ogni giorno portano il risultato, anche se piccolo. Sono i manager della tenuta, della trincea, che aiutano le aziende a sopravvivere. Passata la tempesta, forse i talenti torneranno. Sicuramente più maturi.

 

Nuove regole d’ingaggio

Il lavoro è un bene imprescindibile. Perderlo, è diventato una regola. Trovarlo, una missione stoica. Posti liberi pochi, aspiranti molti, troppi. Si sono dissolti i bei tempi nei quali i manager avevano l’imbarazzo di quale offerta di lavoro accettare. E nel caso, si godevano il piacere di intraprendere una benevola negoziazione, che immancabilmente si chiudeva a loro favore. Ora, se si cerca lavoro, la parola d’ordine è flessibilità, di più, massima flessibilità. Tutto viene rimesso in discussione: retribuzione, posizione, livello di riporto, responsabilità, autonomia. La logistica non si discute nemmeno. Si formulano contratti in deroga, che sostanzialmente prevedono meno protezioni rispetto a quello nazionale dei dirigenti. Fioccano quelli a progetto. Il tempo indeterminato? Magari più avanti, si vedrà. Ci si consola, sentendosi un po’ anglosassoni.

 

Nulla è scontato

«Due volte nella polvere, due volte sull’altar» – recita il Manzoni nell’ode a Napoleone. Ottenebrati dal potere, magari protetti dai risultati, incensati dai cortigiani, adulati dai consulenti, hanno finito per sentirsi indispensabili. Triste illusione di tanti manager! Inebriati cavalieri, hanno brandito la spada delle ristrutturazioni, ritenute “atto dovuto”, assumendo anche atteggiamenti di eroico coraggio. Disarcionati, appesantiti dalla corazza di una fallace protezione, si appoggiano al loro inutile bardo e guardano la pianura piena di caduti, sbigottiti per l’inattesa e improvvisa perdita di potere. E allora comprendono che quando uno ce l’ha, il potere, lo deve gestire con saggezza, con sensibilità, trattando con equità e rispetto le persone e mantenendo rapporti di correttezza con chi poi potrà aiutare il cavaliere disarcionato a risollevarsi. La corazza dell’arroganza si rivela essere un impietoso peso. 

 

Chiedere lavoro non è una vergogna

Jobless. Mai, neanche per un giorno. Saltare da un’azienda all’altra. Si fiutava aria di bruciato e si cambiava. La promozione ambita tardava, via, senza aspettare. Impazienti surfisti alla ricerca dell’onda più eccitante. Non farsi mai cogliere impreparati. Curricula rafficati per colpire nel mucchio, e poi aspettare le chiamate e quindi scegliere. Stare sempre nel giro, non scendere mai dalla giostra. Chi rimaneva a casa, si sentiva un appestato, guardato con sospetto anche dal portinaio del condominio. Chiedere lavoro, impensabile. Tenaci nell’aspettare la salvifica chiamata. Adesso è diverso. La parola d’ordine è cercare, proporsi, chiedere. Senza mai perdere dignità, ma chiedere, e tanto. Anzi, ora è giudicato arrogante colui che, senza lavoro, non si attivi per averlo. A fronte di scarse opportunità, il terreno di caccia deve essere necessariamente dilatato: uscire dalla propria savana. La borbonica consuetudine di proteggersi dietro le raccomandazioni del potente di turno, mostra tutti i suoi limiti. È più utile l’informazione, la segnalazione di dove si trovi l’opportunità da cogliere. La rete di conoscenze professionali e transnazionali è il motore del circuito virtuoso. Dalla raccomandazione alla referenza: etica metamorfosi. 

 

Si volta pagina

2015, aurora sulle macerie: il ritorno del PIL +1 (mi permisi di anticiparlo in un mio precedente articolo, pubblicato nell’ottobre 2012 su questa rivista). È finita la più lunga crisi che il management abbia mai conosciuto da quando la parola manager è stata inventata. Una vera guerra che ha decimato la professione. La ricostruzione sarà lenta, ma i primi segnali positivi indicano che comunque la tendenza è stata invertita. Le guerre stravolgono, ma fortificano le generazioni sopravvissute. E anche per la classe manageriale è in atto un cambiamento epocale, che ha ricentrato il valore del lavoro, ridimensionato infondate ambizioni, riparametrato ingloriose ed eccessive retribuzioni. 

Esauritosi l’accecante effluvio di denaro sottocosto, il delta del benessere si sta lentamente prosciugando, con pochi rivoli ancora più tumultuosi e rigogliosi di prima, ma con tutt’attorno, una vasta landa di rinsecchiti rigagnoli, che solo le gocce del sudore del lavoro riusciranno lentamente e tenacemente a far di nuovo luccicare. E di ricchezza vera. Più serietà, più coscienza, più rispetto, più credibilità: solide fondamenta per una retta ricostruzione. Bentornato buonsenso!  

 

* Massimo Milletti è presidente di Eric Salmon & Partners.

 

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