Che contributo danno gli azionisti?

I dirigenti si lamentano, a ragione, che esitazioni e ripensamenti degli azionisti rendono loro sempre più difficile fare efficacemente il proprio mestiere. Gli azionisti si lamentano, a ragione, che gli stipendi favolosi dei manager portino alla fine risultati mediocri. I board sono presi in mezzo, sotto una pressione crescente perché facciano i cani da guardia e impongano la disciplina, quando è dimostrato che il loro ruolo più efficace è di essere consiglieri amichevoli. Per lungo tempo gli azionisti hanno visto il loro potere accrescersi, ma venire frustrato dai risultati. Potrebbero essere essi stessi il problema? Forse non sono del tutto adatti a fare i capi delle aziende.

Il loro ruolo, scrivono gli autori, è consistito nel fornire denaro, informazioni e disciplina. Ma le aziende consolidate tendono a finanziare gli investimenti con gli utili non distribuiti o tramite prestiti. Per di più, i trader ad alta frequenza oggi contano per oltre il 70% del volume trattato quotidianamente al NYSE. E, quanto alle informazioni, gli azionisti comunicano attraverso il prezzo delle azioni, ma la natura umana esige che prestiamo più attenzione ai segnali più recenti e semplici anziché ai trend complessi di lungo periodo. E gli azionisti hanno solo due strumenti di disciplina a disposizione: vendere le loro azioni ed esercitare il voto. Ma gli investitori istituzionali, che fanno la parte del leone nel possesso di azioni e hanno portafogli molto diversificati, trovano difficile concentrarsi sulla governance e la performance di qualsiasi azienda.

Per migliorare la governance delle aziende, concludono gli autori, occorre trovare un ruolo per altri protagonisti nell’equazione dell’impresa, che possano assumersi parte dell’onere fornendo capitali, informazioni e soprattutto disciplina.

Titolo originale: What Good Are Shareholders?, HBR July-August 2012.

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