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La società del malessere

La società del malessere

L’ISTAT ha pubblicato di recente i risultati 2016 dell’indagine sulla soddisfazione dei cittadini da cui risulta un netto miglioramento rispetto agli anni precedenti. Il 50,5% delle persone si dichiarano soddisfatte in generale (47.5% nel 2015). Le persone soddisfatte della propria situazione economica e lavorativa sono passate in un anno da 44,6% a 47.3%. Quindi sembra che vada tutto bene, ma allora che rapporto c’è con gli inaccettabili livelli di disoccupazione, soprattutto giovanile (i Neet) e la pesante caduta del reddito delle famiglie rispetto al 2007 e, ancora, la debole crescita del PIL a livelli di "0 virgola"?
In realtà, anche in Italia si è attuata in questi anni una polarizzazione dei redditi e della ricchezza, in linea con quanto spiega Thomas Picketty circa la riduzione dei redditi della classe media negli USA e in Europa, in gran parte determinata dai processi di globalizzazione, di offshoring per la competizione dei costi del lavoro in Cina e negli emergenti, e dalla finanziarizzazione che sostituisce l’economia reale. Vi è un conseguente impoverimento di larga parte delle classi medie scese a ingrossare le fasce più deboli con gravi effetti sul reddito disponibile delle famiglie e quindi su consumi e risparmi, ma soprattutto generando condizioni di generale povertà e malessere, in particolare in aree deboli come il Sud Italia.
L’indagine ISTAT sembra mostrare infatti una Italia divisa in due, un Nord e fasce di manager, occupati, artigiani, giovani operatori digitali relativamente soddisfatti, rispetto a un Sud sempre più povero, con giovani senza lavoro e famiglie in crescenti difficoltà economiche con conseguente clima di incertezza e di malessere sociale.
Questo clima di incertezza, impoverimento, polarizzazione dei redditi e delle ricchezze, di perdita di fiducia nel futuro da parte di crescenti fasce di popolazione, è alla base  del successo dei movimenti populistico-nazionalistici nei Paesi occidentali e in specie in Europa, a causa anche del processo di invecchiamento delle popolazioni.
La vittoria di Trump in America si è basata sul malessere dell’America profonda, la perdita di lavoro nelle aziende del “rust belt”, la minaccia dei flussi d'immigrazione dal Messico, i rischi per il lavoro indotti dai processi di offshoring e di robotizzazione, ed è il malessere enfatizzato dai flussi migratori e dalla paura dello straniero che ha portato alla Brexit, ai muri innalzati nei Paesi dell'Est Europa, al ruolo dei partiti-movimento contro l’establishment, con proposte quasi mai costruttive, ma essenzialmente "contro qualcosa".
Se prevarrà il No nel prossimo referendum costituzionale, sarà principalmente il prodotto di un atteggiamento non propositivo, ma genericamente contro, anti-casta, anti-governo, che raccoglie voti dal malessere spesso non reale, ma psicologico o ideologico, di tanti.
Questo malessere di larghi e crescenti strati delle società occidentali porterà a quella condizione di “secular stagnation” di Larry Summers con gravi effetti sociali e crisi delle democrazie, se non si ritrova un percorso di crescita dei redditi e dell’occupazione. Curiosamente tra i governanti l’unico che ha capito il problema è Trump, mentre i governanti europei si preoccupano solo dell’austerity nel controllo dei debiti e della spesa pubblica, soffocando ulteriormente crescita e occupazione.
Il problema è dunque in che modo ritrovare un percorso di crescita per le economie europee, tenuto anche conto che il motore delle esportazioni europee verso Cina e Asia che tanto ha favorito la Germania si sta fortemente ridimensionando.
Le nuove tecnologie trainate dal digitale sembrano presentare assieme rischi e nuove opportunità che andrebbero meglio sfruttate. Il problema è che nella Società della Conoscenza da parte dei Paesi occidentali rispetto invece a Cina e Paesi emergenti non si investe abbastanza nella formazione diffusa e nelle nuove competenze che sono la base per trarre vantaggi dall'ondata tecnologica.
Un nuovo ciclo di sviluppo in forme anche diverse rispetto al passato , ma comunque uno sviluppo reale dei redditi e dell’occupazione è l'unica risposta al malessere ed al populismo-nazionalismo crescente. In primo luogo, creando ingenti investimenti nella ricerca, formazione e training permanente, ma anche con importanti investimenti nelle infrastrutture fisiche (che si innovano oggi attraverso un efficace mix produttivo di atomi e bit).
La crisi degli anni '30 fu sconfitta dal new deal rooseveltiano con investimenti ingenti e smart (es. la Tennesse Valley Authority), seguendo Keynes che diceva addirittura di "scavare buche e poi riempirle" per creare sviluppo e occupazione. Perchè non tentare oggi di investire, possibilmente non solo a livello nazionale, ma a livello europeo o internazionale attraverso sistemi di Project Financing con finanziamenti privati e con garanzie pubbliche in progetti infrastrutturali, come per esempio strade, ferrovie veloci, difesa del territorio, protezione contro i crescenti rischi geoplanetari, tutela dell'ambiente, green economy, ecc. ?
L’economista Krugman da tempo invita a lanciare progetti di investimenti neo-keynesiani per superare le crisi e Trump lo ha detto in campagna elettorale e forse lo farà per dare lavoro alla middle class in crisi.
In Europa basterebbe seguire quanto proponeva Jacques Delors, quale Presidente della Commissione Europea, a inizio degli anni ‘90 con il lancio dei Progetti transeuropei che, se attuati ora, potrebbero essere finanziati, Merkel permettendo, con il lancio di Eurobond senza aggravi dei debiti pubblici. 
Credo che questa sarebbe la strada da percorrere per dare spazio a una possibile crescita e nuova occupazione (non solo high skills, ma anche low skills tradizionali), riducendo le condizioni di malessere reale e psicologico e le conseguenti pressioni dei movimenti populistici.
Dando in questo modo anche un messaggio contro l’attuale short-termismo improduttivo delle decisioni di imprese e Governi, per riproporre visioni e azioni con orizzonte di medio-lungo termine, non ricorrendo a soldi pubblici, ma sfruttando le immense praterie della finanza generata dalla Federal Reserve e da Draghi, soldi che giacciono improduttivi o peggio che creano immense trappole di liquidità.
Ci sarà qualcuno in Europa in grado di capire questa urgente esigenza e di tradurla in azioni concrete ?

Bruno Lamborghini è Presidente di Prometeia Associazione e Vicepresidente di AICA.

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