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I lavori intellettuali che hanno più probabilità di essere automatizzati

I lavori intellettuali che hanno più probabilità di essere automatizzati

Quali categorie di knowledge worker rischiano seriamente di perdere il posto grazie alle macchine intelligenti? Di solito non gradiamo troppo questa domanda, perché la risposta non è quella univoca che vorrebbe chi pone il quesito.
Molte mansioni includono dei compiti che possono essere automatizzati e lo saranno; ma, parimenti, hanno quasi tutte degli elementi strutturali che – nel prevedibile futuro – non si potranno affidare ai computer. Perciò il nostro consiglio non si può ridurre a un netto “Non scegliete le attività a, b, e c” o “Cercate un posto nelle funzioni x, y o z”. Eppure dobbiamo ammettere che alcune mansioni professionali dovranno soccombere fatalmente all’ascesa dei robot. Sono composte in larga misura da attività che si possono codificare in azioni standardizzate e in decisioni che si basano su dati pienamente formattati. Un tipico esempio l’abbiamo appena visto sul giornale. Titola il Wall Street Journal: “Le società finanziarie si rivolgono all’intelligenza artificiale per gestire il sovraccarico di adempimenti obbligatori”.
Il riferimento, naturalmente, è all’obbligo di dimostrare che l’azienda rispetta scrupolosamente le regole imposte dai regolatori. In un’azienda di servizi finanziari, ciò include il monitoraggio costante di possibili riciclaggi, transazioni sanzionabili o frodi sulla fatturazione, e la preparazione alle verifiche sull'affidabilità dei clienti. Oggi tutte queste cose vengono fatte, spiega Ben DiPietro del WSJ, da macchine programmate per processare il linguaggio naturale.
Ma il rispetto delle norme imposte dai regolatori non riguarda solo le banche. Gli specialisti della compliance si trovano in tutti i settori - dalle aziende dell’assistenza sanitaria che devono rispettare norme stringenti alle aziende alimentari che operano sotto l’occhio vigile del regolatore, alle compagnie aeree che sono tenute a raccogliere dati in funzione antiterrorismo. Nel decennio scorso la crescita delle opportunità d'impiego in quest’area è stata nettamente superiore a quella registrata in quasi tutti gli altri campi – ma praticamente tutta la sua amministrazione e tutta la sua comunicazione andranno automatizzate.
La compliance è matura per l’automazione perché si basa sulle regole ed è ad alta intensità di dati. Più regole ci sono da seguire, più ci sono comportamenti dei dipendenti da monitorare, più ci sono transazioni, messe in atto dai clienti e dai dipendenti, che generano dati – e più c’è bisogno di un software automatizzato per monitorarne il rispetto. Il Congresso degli Stati Uniti e l’Unione Europea possono imporre tutte le regole che vogliono all’attività bancaria, ma i politici e i burocrati non sono in grado di competere con le tecnologie cognitive di oggi. È difficile immaginare di poter ottemperare a tutte le norme che disciplinano alcuni settori senza un supporto automatizzato.
Non tutte le mansioni che hanno a che fare con il rispetto delle regole verranno meno – spesso i computer indicano solo una probabilità di violazione delle regole, lasciando all’operatore il compito di investigare ulteriormente prima di intervenire - ma molti compiti routinari e ad alta intensità di informazioni verranno sottratti ai lavoratori in carne e ossa. Ci saranno indubbiamente dei licenziamenti. Gli addetti alla compliance saranno a caccia di lavoro o più soli al lavoro, il che è già abbastanza doloroso. (E detto per inciso, dobbiamo tenere presente che, solo due anni fa, nessuno lo immaginava. Nel 2014, per esempio, secondo il WSJ il futuro era “molto luminoso per chiunque vorrà occuparsi di compliance”).
Ma a livello di economia nazionale, quanto dovremmo contestare questa nuova forma di disoccupazione tecnologica?
L’autunno scorso, abbiamo avuto il piacere di partecipare al Global Peter Drucker Forum (un convegno di esperti che si tiene tutti gli anni a Vienna ed è soprannominato “la Davos del management”), perciò abbiamo dedicato un po’ di tempo a rinfrescare le nostre conoscenze sul pensiero di Drucker. Una sezione del convegno che abbiamo trovato particolarmente interessante concerneva quella “società imprenditoriale” che i policy maker dovrebbero cercare di realizzare con maggiore impegno. Nei primi anni Ottanta, Drucker si preoccupava in particolare di un grosso vincolo all’attività imprenditoriale: l’elevato costo del rispetto di normative sempre più stringenti. Denunciava nei suoi scritti «quella pericolosa e insidiosa malattia dei Paesi sviluppati: la costante crescita del costo invisibile del Governo»:

È un costo reale in termini monetari, e pesa ancor più in quanto impegna persone capaci, con il loro tempo e i loro sforzi. Il costo è invisibile, tuttavia, perché non appare nei bilanci pubblici ma è nascosto nei conti del medico la cui infermiera dedica metà del suo tempo a compilare moduli e rapporti per la burocrazia pubblica, nel budget dell’università, dove sedici amministratori di alto profilo lavorano sul “rispetto” dei regolamenti governativi o nel conto economico della piccola impresa in cui diciannove dei 275 dipendenti, pur pagati dall’azienda, fungono in realtà da esattori delle imposte, deducendo tasse e contributi dalla retribuzione lorda dei colleghi, raccogliendo i codici fiscali di fornitori e clienti e riepilogandoli per il Governo o, come avviene in Europa, incassando l’imposta sul valore aggiunto (VAT).
Drucker osserva che, in un mondo disperatamente alla ricerca di nuove soluzioni, questi costi indiretti rappresentano un costo-opportunità di tutto rilievo: «Qualcuno, per esempio, è convinto che gli addetti alla gestione degli adempimenti fiscali contribuiscano alla ricchezza o alla produttività nazionale e complessivamente al benessere materiale, fisico o spirituale della società?». E aggiunge che obbligando le imprese a impegnare delle persone in questi lavori, i Governi «allocano impropriamente una quota in costante crescita della nostra risorsa più scarsa» – il sapere delle persone - a «dei compiti praticamente inutili».
Drucker aveva in mente una soluzione (vi rimandiamo alla lettura del capitolo se siete curiosi di conoscerla), ma sapeva già che non sarebbe mai stata accettata. Oggi tuttavia, più di trent’anni dopo, se ne sta affacciando un’altra. Facendo il lavoro improduttivo della compliance, l’intelligenza artificiale potrebbe supportare maggiormente l’innovazione imprenditoriale senza compromettere il pubblico interesse.
Quando diciamo che le macchine intelligenti andrebbero impiegate nei luoghi di lavoro, enfatizziamo costantemente l’esigenza dell’accrescimento anziché dell’automazione. Ribadiamo che i datori di lavoro dovrebbero implementare l’informatica cognitiva, non per cavarsela con meno addetti, ma per consentire ai dipendenti di assumersi incarichi più complessi e di avere un impatto superiore a prima. L’applicazione delle macchine intelligenti alla compliance può migliorare incredibilmente il lavoro umano. Permettendo alle persone di lavorare su progetti che creano più valore aggiunto, può favorire lo sviluppo della società imprenditoriale e agevolare quell’innovazione che è la nostra migliore speranza per l’incremento del benessere umano.

Julia Kirby è senior editor della Harvard University Press e collabora da molti anni con Harvard Business Review. Il suo ultimo libro (maggio 2016) è Only Humans Need Apply: Winners and Losers in the Age of Smart Machines, con Tom Davenport. Seguitela su Twitter, @JuliaKirby.
Thomas H. Davenport è professore emerito di Management e Information Technology del Babson College e cofondatore dell’International Institute for Technology. É anche fellow della MIT Initiative on the Digital Economy e senior adviser di Deloitte Analytics. Ha scritto più di una decina di libri di management, l’ultimo dei quali è Only Humans Need Apply: Winners and Losers in the Age of Smart Machines.

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